Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Taci, anima stanca di godere

Taci, anima stanca di godere
e di soffrire(all'uno e all'altro vai
rassegnata)
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d'ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d'una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Il canto popolare

    Improvviso il mille novecento
    cinquanta due passa sull'Italia:
    solo il popolo ne ha un sentimento
    vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
    la modernità, benché sempre il più
    moderno sia esso, il popolo, spanto
    in borghi, in rioni, con gioventù
    sempre nuove - nuove al vecchio canto -
    a ripetere ingenuo quello che fu.

    Scotta il primo sole dolce dell'anno
    sopra i portici delle cittadine
    di provincia, sui paesi che sanno
    ancora di nevi, sulle appenniniche
    greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
    i nuovi colori delle tele, i nuovi
    vestiti come in limpidi roghi
    dicono quanto oggi si rinnovi
    il mondo, che diverse gioie sfoghi...

    Ah, noi che viviamo in una sola
    generazione ogni generazione
    vissuta qui, in queste terre ora
    umiliate, non abbiamo nozione
    vera di chi è partecipe alla storia
    solo per orale, magica esperienza;
    e vive puro, non oltre la memoria
    della generazione in cui presenza
    della vita è la sua vita perentoria.

    Nella vita che è vita perché assunta
    nella nostra ragione e costruita
    per il nostro passaggio - e ora giunta
    a essere altra, oltre il nostro accanito
    difenderla - aspetta - cantando supino,
    accampato nei nostri quartieri
    a lui sconosciuti, e pronto fino
    dalle più fresche e inanimate ère -
    il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

    E se ci rivolgiamo a quel passato
    ch'è nostro privilegio, altre fiumane
    di popolo ecco cantare: recuperato
    è il nostro moto fin dalle cristiane
    origini, ma resta indietro, immobile,
    quel canto. Si ripete uguale.
    Nelle sere non più torce ma globi
    di luce, e la periferia non pare
    altra, non altri i ragazzi nuovi...

    Tra gli orti cupi, al pigro solicello
    Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
    d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
    di Toscana, con strilli di rondinini:
    Hor atorno fratt Helya! La santa
    violenza sui rozzi cuori il clero
    calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
    feroce nel feudo provinciale l'Impero
    da Iddio imposto: e il popolo canta.

    Un grande concerto di scalpelli
    sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
    sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
    suona, giganteggiando il travertino
    nel nuovo spazio in cui s'affranca
    l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
    jersera... ripete con l'anima spanta
    nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
    resta nel popolo. E il popolo canta.

    Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
    e trepidi nel vento napoleonico,
    all'Inno dell'Albero della Libertà,
    tremano i nuovi colori delle nazioni.
    Ma, cane affamato, difende il bracciante
    i suoi padroni, ne canta la ferocia,
    Guagliune 'e mala vita! In branchi
    feroci. La libertà non ha voce
    per il popolo cane. E il popolo canta.

    Ragazzo del popolo che canti,
    qui a Rebibbia sulla misera riva
    dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
    è vero, cantando, l'antica, la festiva
    leggerezza dei semplici. Ma quale
    dura certezza tu sollevi insieme
    d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
    tuguri e grattacieli, allegro seme
    in cuore al triste mondo popolare.

    Nella tua incoscienza è la coscienza
    che in te la storia vuole, questa storia
    il cui Uomo non ha più che la violenza
    delle memorie, non la libera memoria...
    E ormai, forse, altra scelta non ha
    che dare alla sua ansia di giustizia
    la forza della tua felicità,
    e alla luce di un tempo che inizia
    la luce di chi è ciò che non sa.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Dorcas Gustine

      Non ero amato dagli abitanti del villaggio,
      tutto perché dicevo il mio pensiero,
      e affrontavo quelli che mancavano verso di me
      con chiara protesta, non nascondendo né nutrendo
      segreti affanni o rancori.
      È assai lodato l'atto del ragazzo spartano,
      che si nascose il lupo sotto il mantello,
      lasciandosi divorare, senza lamentarsi.
      È più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo
      e lottare con lui all'aperto, magari per strada,
      tra polvere e ululi di dolore.
      La lingua è magari un membro indisciplinato —
      ma il silenzio avvelena l'anima.
      Mi biasimi chi vuole — io son contento.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Il Pesco

        Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
        di vecchi morti; ove a dormir con essi
        niuno più scende; sempre chiuso; nero
        d'alti cipressi.
        Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
        di là dell'erto muro e delle porte
        ch'hanno obliato i cardini, si crede
        morta la Morte,
        anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
        sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
        vivo, dal muro sporgere un sottile
        ramo di pesco.
        Figlio d'ignoto nòcciolo, d'allora
        sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
        Ed ora invidii i mandorli che indora
        l'alba negli orti?
        Od i cipressi, gracile e selvaggio,
        dimenticàti, col tuo riso allieti,
        tu trovatello in un eremitaggio
        d'anacoreti?
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Gloria del disteso mezzogiorno

          Gloria del disteso mezzogiorno
          quand'ombra non rendono gli alberi,
          e piú e piú si mostrano d'attorno
          per troppa luce, le parvenze, falbe.

          Il sole, in alto, - e un secco greto.
          Il mio giorno non è dunque passato:
          l'ora piú bella è di là dal muretto
          che rinchiude in un occaso scialbato.

          L'arsura, in giro; un martin pescatore
          volteggia s'una reliquia di vita.
          La buona pioggia è di là dallo squallore,
          ma in attendere è gioia piú compita.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Temporale

            È mezzodì. Rintomba.
            Tacciono le cicale
            nelle stridule seccie.
            E chiaro un tuon rimbomba
            dopo uno stanco, uguale,
            rotolare di breccie.
            Rondini ad ali aperte
            fanno echeggiar la loggia
            dè lor piccoli scoppi.
            Già, dopo l'afa inerte,
            fanno rumor di pioggia
            le fogline dei pioppi.
            Un tuon sgretola l'aria.
            Sembra venuto sera.
            Picchia ogni anta su l'anta.
            Serrano. Solitaria
            s'ode una capinera,
            là, che canta... che canta...
            E l'acqua cade, a grosse
            goccie, poi giù a torrenti,
            sopra i fumidi campi.
            S'è sfatto il cielo: a scosse
            v'entrano urlando i venti
            e vi sbisciano i lampi.
            Cresce in un gran sussulto
            l'acqua, dopo ogni rotto
            schianto ch'aspro diroccia;
            mentre, col suo singulto
            trepido, passa sotto
            l'acquazzone una chioccia.
            Appena tace il tuono,
            che quando al fin già pare,
            fa tremare ogni vetro,
            tra il vento e l'acqua, buono,
            s'ode quel croccolare
            cò suoi pigolìi dietro.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              O poesia poesia poesia

              O poesia poesia poesia
              Sorgi, sorgi, sorgi
              Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.
              Sfrenati dalle elastiche silhouttes equivoche
              Guizza nello scatto e nell'urlo improvviso
              Sopra l'anonima fucileria monotona
              Delle voci instancabili come i flutti
              Stride la troia perversa al quadrivio
              Poiché l'elegantone le rubò il cagnolino
              Saltella una cocotte cavalletta
              Da un marciapiede a un altro tutta verde
              E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram
              Silenzio - un gesto fulmineo
              Ha generato una pioggia di stelle
              Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso
              In un mantello di sangue vellutato occhieggiante
              Silenzio ancora. Commenta secco
              E sordo un revolver che annuncia
              E chiude un altro destino.
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