Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

A mia madre dalla sua casa

M'accoglie la tua vecchia, grigia casa
steso supino sopra un letto angusto,
forse il tuo letto per tanti anni. Ascolto,
conto le ore lentissime a passare,
più lente per le nuvole che solcano
queste notti d'agosto in terre avare.

Uno che torna a notte alta dai campi
scambia un cenno a fatica con i simili,
infila l'erta, il vicolo, scompare
dietro la porta del tugurio. L'afa
dello scirocco agita i riposi,
fa smaniare gli infermi ed i reclusi.

Non dormo, seguo il passo del nottambulo
sia demente sia giovane tarato
mentre risuona sopra pietre e ciottoli;
lascio e prendo il mio carico servile
e scendo, scendo più che già non sia
profondo in questo tempo, in questo popolo.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Di un Natale metropolitano

    Un vischio, fin dall'infanzia sospeso grappolo
    di fede e di pruina sul tuo lavandino
    e sullo specchio ovale ch'ora adombrano
    i tuoi ricci bergére fra santini e ritratti
    di ragazzi infilati un po' alla svelta
    nella cornice, una caraffa vuota,
    bicchierini di cenere e di bucce,
    le luci di Mayfair, poi a un crocicchio
    le anime, le bottiglie che non seppero aprirsi,
    non più guerra né pace, il tardo frullo
    di un piccione incapace di seguirti
    sui gradini automatici che ti slittano in giù….
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      All'Italia

      O patria mia, vedo le mura e gli archi
      E le colonne e i simulacri e l'erme
      Torri degli avi nostri,
      Ma la la gloria non vedo,
      Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
      I nostri padri antichi. Or fatta inerme
      Nuda la fronte e nudo il petto mostri,
      Oimè quante ferite,
      Che lívidor, che sangue! Oh qual ti veggio,
      Formesissima donna!
      Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;
      Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
      Che di catene ha carche ambe le braccia,
      Sì che sparte le chiome e senza velo
      Siede in terra negletta e sconsolata,
      Nascondendo la faccia
      Tra le ginocchia, e piange.
      Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
      Le genti a vincer nata
      E nella fausta sorte e nella ria.
      Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
      Mai non potrebbe il pianto
      Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
      Che fosti donna, or sei povera ancella.
      Chi di te parla o scrive,
      Che, rimembrando il tuo passato vanto,
      Non dica: già fu grande, or non è quella?
      Perché, perché? Dov'è la forza antica?
      Dove l'armi e il valore e la costanza?
      Chi ti discinse il brando?
      Chi ti tradì? Qual arte o qual fatica
      0 qual tanta possanza,
      Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
      Come cadesti o quando
      Da tanta altezza in così basso loco?
      Nessun pugna per te? Non ti difende
      Nessun dè tuoi? L'armi, qua l'armi: ío solo
      Combatterà, procomberò sol io.
      Dammi, o ciel, che sia foco
      Agl'italici petti il sangue mio.
      Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d'armi
      E di carri e di voci e di timballi
      In estranie contrade
      Pugnano i tuoi figliuoli.
      Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
      Un fluttuar di fanti e di cavalli,
      E fumo e polve, e luccicar di spade
      Come tra nebbia lampi.
      Nè ti conforti e i tremebondi lumi
      Piegar non soffri al dubitoso evento?
      A che pugna in quei campi
      L'itata gioventude? 0 numi, o numi
      Pugnan per altra terra itali acciari.
      Oh misero colui che in guerra è spento,
      Non per li patrii lidi e per la pia
      Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui
      Per altra gente, e non può dir morendo
      Alma terra natia,
      La vita che mi desti ecco ti rendo.
      Oh venturose e care e benedette
      L'antiche età, che a morte
      Per la patria correan le genti a squadre
      E voi sempre onorate e gloriose,
      0 tessaliche strette,
      Dove la Persia e il fato assai men forte
      Fu di poch'alme franche e generose!
      Lo credo che le piante e i sassi e l'onda
      E le montagne vostre al passeggere
      Con indistinta voce
      Narrin siccome tutta quella sponda
      Coprir le invitte schiere
      Dè corpi ch'alla Grecia eran devoti.
      Allor, vile e feroce,
      Serse per l'Ellesponto si fuggia,
      Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
      E sul colle d'Antela, ove morendo
      Si sottrasse da morte il santo stuolo,
      Simonide salia,
      Guardando l'etra e la marina e il suolo.
      E di lacrime sparso ambe le guance,
      E il petto ansante, e vacillante il piede,
      Toglicasi in man la lira:
      Beatissimi voi,
      Ch'offriste il petto alle nemiche lance
      Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
      Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira
      Nell'armi e nè perigli
      Qual tanto amor le giovanette menti,
      Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
      Come si lieta, o figli,
      L'ora estrema vi parve, onde ridenti
      Correste al passo lacrimoso e, duro?
      Parea ch'a danza e non a morte andasse
      Ciascun dè vostri, o a splendido convito:
      Ma v'attendea lo scuro
      Tartaro, e l'ond'a morta;
      Nè le spose vi foro o i figli accanto
      Quando su l'aspro lito
      Senza baci moriste e senza pianto.
      Ma non senza dè Persi orrida pena
      Ed immortale angoscia.
      Come lion di tori entro una mandra
      Or salta a quello in tergo e sì gli scava
      Con le zanne la schiena,
      Or questo fianco addenta or quella coscia;
      Tal fra le Perse torme infuriava
      L'ira dè greci petti e la virtute.
      Vè cavalli supini e cavalieri;
      Vedi intralciare ai vinti
      La fuga i carri e le tende cadute,
      E correr frà primieri
      Pallido e scapigliato esso tiranno;
      vè come infusi e tintí
      Del barbarico sangue i greci eroi,
      Cagione ai Persi d'infinito affanno,
      A poco a poco vinti dalle piaghe,
      L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
      Beatissimi voi
      Mentre nel mondo si favelli o scriva.
      Prima divelte, in mar precipitando,
      Spente nell'imo strideran le stelle,
      Che la memoria e il vostro
      Amor trascorra o scemi.
      La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
      Verran le madri ai parvoli le belle
      Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,
      0 benedetti, al suolo,
      E bacio questi sassi e queste zolle,
      Che fien lodate e chiare eternamente
      Dall'uno all'altro polo.
      Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
      Fosse del sangue mio quest'alma terra.
      Che se il fato è diverso, e non consente
      Ch'io per la Grecia i mororibondi lumi
      Chiuda prostrato in guerra,
      Così la vereconda
      Fama del vostro vate appo i futuri
      Possa, volendo i numi,
      Tanto durar quanto la, vostra duri.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Ridotto a me stesso?

        Ridotto a me stesso?
        Morto l'interlocutore?
        O morto io,
        l'altro su di me
        padrone del campo, l'altro,
        universo, parificatore...
        o no,
        niente di questo:
        il silenzio raggiante
        dell'amore pieno,
        della piena incarnazione
        anticipato da un lampo? -
        penso
        se è pensare questo
        e non opera di sonno
        nella pausa solare
        del tumulto di adesso.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Nella casa addormentata

          Nella casa addormentata in quest'alba
          la luce che si muove al secondo piano
          è una stella rimasta lassù

          sono sceso senza rumore
          per la scala
          sono andato attraverso il giardino
          fino al bosco di faggi

          nella freschezza calma di quest'alba
          negli alberi la tenerezza
          di una giovane madre
          e a passi lenti sul ponte di pietra
          la partenza.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Mezzogiorno

            L'osteria della pergola è in faccende:
            piena è di grida, di brusìo, di sordi
            tonfi; il camin fumante a tratti splende.
            Sulla soglia, tra il nembo degli odori
            pingui, un mendico brontola: Altri tordi
            c'era una volta, e altri cacciatori.
            Dice, e il cor s'è beato. Mezzogiorno
            dal villaggio a rintocchi lenti squilla;
            e dai remoti campanili intorno
            un'ondata di riso empie la villa.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Il Santuario

              Come un'arca d'aromi oltremarini,
              il santuario, a mezzo la scogliera,
              esala ancora l'inno e la preghiera
              tra i lunghi intercolunnii dè pini;
              e trema ancor dè palpiti divini
              che l'hanno scosso nella dolce sera,
              quando dalla grand'abside severa
              uscìa l'incenso in fiocchi cilestrini.
              S'incurva in una luminosa arcata
              il ciel sovr'esso: alle colline estreme
              il Carro è fermo e spia l'ombra che sale.
              Sale con l'ombra il suon d'una cascata
              che grave nel silenzio sacro geme
              con un sospiro eternamente uguale.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                De gli occhi de la mia donna si move

                De gli occhi de la mia donna si move
                un lume sì gentil che, dove appare,
                si veggion cose ch'uom non po' ritrare
                per loro altezza e per lor esser nove:
                e dè suoi razzi sovra 'l meo cor piove
                tanta paura, che mi fa tremare
                e dicer: "Qui non voglio mai tornare";
                ma poscia perdo tutte le mie prove:
                e tornomi colà dov'io son vinto,
                riconfortando gli occhi paurusi,
                che sentier prima questo gran valore.
                Quando son giunto, lasso!, ed è son chiusi;
                lo disio che li mena quivi è stinto:
                però proveggia a lo mio stato Amore.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  Volta il cavallo, e ne la selva folta
                  lo caccia per un aspro e stretto calle:
                  e spesso il viso smorto a dietro volta;
                  che le par che Rinaldo abbia alle spalle.
                  Fuggendo non avea fatto via molta,
                  che scontrò un eremita in una valle,
                  ch'avea lunga la barba a mezzo il petto,
                  devoto e venerabile d'aspetto.
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