Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Inno

Al mattino, al meriggio, al fosco crepuscolo -
tu hai udito il mio inno, Maria!
In affanno e letizia - nel bene e nel male -
tu, madre di Dio, ancora rimani con me!
Quando più liete per me scorrevan le Ore,
e non una nuvola oscurava il mio cielo,
la tua grazia trepida guidava a te
l'anima mia perché non si smarrisse;
e ora che il Destino per me più addensa
le sue tempeste e in me confonde presente
e passato, fa' che almeno risplenda il futuro
e per me irraggi dolce speranza di te!
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    L'incontro

    Al collo un filo di esili grani,
    celo le mani nel largo manicotto,
    gli occhi guardano distratti
    e non piangeranno mai più.

    Sembra il volto più pallido
    per la seta che tende al lilla,
    arriva quasi alle sopracciglia
    la mia frangetta non ondulata.

    E non somiglia ad un volo
    questa lenta andatura, quasi avessi
    sotto i piedi una zattera
    e non i quadretti del parquet.

    La bocca bianca è socchiusa,
    ineguale il respiro affannato,
    e sul mio petto tremano i fiori
    dell'incontro che non c'è stato.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Alba festiva

      Che hanno le campane,
      che squillano vicine,
      che ronzano lontane?
      È un inno senza fine,
      or d'oro, ora d'argento,
      nell'ombre mattutine.
      Con un dondolìo lento
      implori, o voce d'oro,
      nel cielo sonnolento.
      Tra il cantico sonoro
      il tuo tintinno squilla,
      voce argentina - Adoro,
      adoro - Dilla, dilla,
      la nota d'oro - L'onda
      pende dal ciel, tranquilla.
      Ma voce più profonda
      sotto l'amor rimbomba,
      par che al desìo risponda:
      la voce della tomba.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Arano

        Al campo, dove roggio nel filare
        qualche pampano brilla, e dalle fratte
        sembra la nebbia mattinal fumare,
        arano: a lente grida, uno le lente
        vacche spinge; altri semina; un ribatte
        le porche con sua marra paziente;
        ché il passero saputo in cor già gode,
        e il tutto spia dai rami irti del moro;
        e il pettirosso: nelle siepi s'ode
        il suo sottil tintinnio come d'oro.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          Perché ti vedi giovinetta e bella,
          tanto che svegli ne la mente Amore,
          pres'hai orgoglio e durezza nel core.
          Orgogliosa sè fatta e per me dura,
          po' che d'ancider me, lasso, ti prove:
          credo che 'l facci per esser sicura
          se la vertù d'Amore a morte move.
          Ma perché preso più ch'altro mi trove,
          non hai respetto alcun del mì dolore.
          Possi tu spermentar lo suo valore.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Pasqua

            A festoni la grigia parietaria
            come una bimba gracile s'affaccia
            ai muri della casa centenaria.

            Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
            sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
            spietatamente, con tenaci braccia.

            Quand'ecco dai pollai sereno e nuovo
            il richiamo di Pasqua empie la terra
            con l'antica pia favola dell'ovo.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Morte di Clorinda

              Ma ecco omai l'ora fatale è giunta
              che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
              Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
              che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;
              e la veste, che d'or vago trapunta
              le mammelle stringea tenera e leve,
              l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente
              morirsi, e 'l piè le manca egro e languente.

              Segue egli la vittoria, e la trafitta
              vergine minacciando incalza e preme.
              Ella, mentre cadea, la voce afflitta
              movendo, disse le parole estreme;
              parole ch'a lei novo un spirto ditta,
              spirto di fé, di carità, di speme:
              virtù ch'or Dio le infonde, e se rubella
              in vita fu, la vuole in morte ancella.

              - Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
              tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
              a l'alma sì; deh! Per lei prega, e dona
              battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
              In queste voci languide risuona
              un non so che di flebile e soave
              ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
              e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

              Poco quindi lontan nel sen del monte
              scaturia mormorando un picciol rio.
              Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,
              e tornò mesto al grande ufficio e pio.
              Tremar sentì la man, mentre la fronte
              non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
              La vide, la conobbe, e restò senza
              e voce e moto. Ahi vista! Ahi conoscenza!

              Non morì già, ché sue virtuti accolse
              tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
              e premendo il suo affanno a dar si volse
              vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
              Mentre egli il suon dè sacri detti sciolse,
              colei di gioia trasmutossi, e rise;
              e in atto di morir lieto e vivace,
              dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace. "

              D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
              come à gigli sarian miste viole,
              e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
              sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
              e la man nuda e fredda alzando verso
              il cavaliero in vece di parole
              gli dà pegno di pace. In questa forma
              passa la bella donna, e par che dorma.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Parabola

                Il bimbo guarda fra le dieci dita
                la bella mela che vi tiene stretta;
                e indugia - tanto è lucida e perfetta -
                a dar coi denti quella gran ferita.

                Ma dato il morso primo ecco s'affretta:
                e quel che morde par cosa scipita
                per l'occhio intento al morso che l'aspetta...
                E già la mela è per metà finita.

                Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso
                sempre è lo sguardo che precede il dente -
                fin che s'arresta al torso che già tocca.

                "Non sentii quasi il gusto e giungo al torso! "
                Pensa il bambino... Le pupille intente
                ogni piacere tolsero alla bocca.
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