Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Ne li occhi porta la mia donna Amore (Vita Nova, XXI)

Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch'ella mira;
ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,
sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d'ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond'è laudato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quando un poco sorride,
non si po' dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Da "Avvento Notturno" Avorio

    Parla il cipresso equinoziale, oscuro
    e montuoso esulta il capriolo,
    dentro le fonti rosse le criniere
    dai baci adagio lavan le cavalle.
    Giù da foreste vaporose immensi
    alle eccelse città battono i fiumi
    lungamente, si muovono in un sogno
    affettuose vele verso Olimpia.
    Correranno le intense vie d'Oriente
    ventilate fanciulle e dai mercati
    salmastri guarderanno ilari il mondo.
    Ma dove attingerò io la mia vita
    ora che il tremebondo amore è morto?
    Violavano le rose l'orizzonte,
    esitanti città stavano in cielo
    asperse di giardini tormentosi,
    la sua voce nell'aria era una roccia
    deserta e incolmabile di fiori.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Alba festiva

      Che hanno le campane,
      che squillano vicine,
      che ronzano lontane?
      È un inno senza fine,
      or d'oro, ora d'argento,
      nell'ombre mattutine.
      Con un dondolìo lento
      implori, o voce d'oro,
      nel cielo sonnolento.
      Tra il cantico sonoro
      il tuo tintinno squilla,
      voce argentina - Adoro,
      adoro - Dilla, dilla,
      la nota d'oro - L'onda
      pende dal ciel, tranquilla.
      Ma voce più profonda
      sotto l'amor rimbomba,
      par che al desìo risponda:
      la voce della tomba.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Arano

        Al campo, dove roggio nel filare
        qualche pampano brilla, e dalle fratte
        sembra la nebbia mattinal fumare,
        arano: a lente grida, uno le lente
        vacche spinge; altri semina; un ribatte
        le porche con sua marra paziente;
        ché il passero saputo in cor già gode,
        e il tutto spia dai rami irti del moro;
        e il pettirosso: nelle siepi s'ode
        il suo sottil tintinnio come d'oro.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          Perché ti vedi giovinetta e bella,
          tanto che svegli ne la mente Amore,
          pres'hai orgoglio e durezza nel core.
          Orgogliosa sè fatta e per me dura,
          po' che d'ancider me, lasso, ti prove:
          credo che 'l facci per esser sicura
          se la vertù d'Amore a morte move.
          Ma perché preso più ch'altro mi trove,
          non hai respetto alcun del mì dolore.
          Possi tu spermentar lo suo valore.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Pasqua

            A festoni la grigia parietaria
            come una bimba gracile s'affaccia
            ai muri della casa centenaria.

            Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
            sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
            spietatamente, con tenaci braccia.

            Quand'ecco dai pollai sereno e nuovo
            il richiamo di Pasqua empie la terra
            con l'antica pia favola dell'ovo.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Morte di Clorinda

              Ma ecco omai l'ora fatale è giunta
              che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
              Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
              che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;
              e la veste, che d'or vago trapunta
              le mammelle stringea tenera e leve,
              l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente
              morirsi, e 'l piè le manca egro e languente.

              Segue egli la vittoria, e la trafitta
              vergine minacciando incalza e preme.
              Ella, mentre cadea, la voce afflitta
              movendo, disse le parole estreme;
              parole ch'a lei novo un spirto ditta,
              spirto di fé, di carità, di speme:
              virtù ch'or Dio le infonde, e se rubella
              in vita fu, la vuole in morte ancella.

              - Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona
              tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
              a l'alma sì; deh! Per lei prega, e dona
              battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
              In queste voci languide risuona
              un non so che di flebile e soave
              ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
              e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

              Poco quindi lontan nel sen del monte
              scaturia mormorando un picciol rio.
              Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,
              e tornò mesto al grande ufficio e pio.
              Tremar sentì la man, mentre la fronte
              non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
              La vide, la conobbe, e restò senza
              e voce e moto. Ahi vista! Ahi conoscenza!

              Non morì già, ché sue virtuti accolse
              tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
              e premendo il suo affanno a dar si volse
              vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
              Mentre egli il suon dè sacri detti sciolse,
              colei di gioia trasmutossi, e rise;
              e in atto di morir lieto e vivace,
              dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace. "

              D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
              come à gigli sarian miste viole,
              e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
              sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
              e la man nuda e fredda alzando verso
              il cavaliero in vece di parole
              gli dà pegno di pace. In questa forma
              passa la bella donna, e par che dorma.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Vocali

                A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu:
                vocali,
                Dirò un giorno le vostre origini latenti:
                A nero busto irsuto delle mosche lucenti
                Che ronzano vicino a fetori crudeli,

                Golfi bui; E, candori di vapori e di tende,
                Lance di ghiacciai, bianchi re, brividi
                d'umbelle;
                I, sangue e sputi, porpore, riso di labbra
                belle
                Nella collera o nelle ebbrezze penitenti;

                U, fremiti divini di verdi mari, cicli,
                Pace di bestie al pascolo, pace di quelle
                rughe
                Che imprime alchìmia all'ampia fronte dello
                studioso;

                O, la superna Tromba piena di strani stridi,
                Silenzi visitati dagli Angeli e dai Mondi:
                - O, l'Omega, violetto raggio di quei Suoi
                Occhi!
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  Odi che il bronzo rimbombando langue,
                  E l'ultimo momento
                  Morte si strappa, e sul tuo volto esangue
                  Stende le man:... sei spento.

                  Urlan le furie accapigliate, e intorno
                  Stanti con folta notte,
                  Chè alfine di putredine il soggiorno
                  Con gli abissi t'inghiotte.

                  O tu, folle! sperasti altro compenso
                  Dall'empietà che teco
                  Negra impresa di sangue, e volo immenso
                  Tentò eretta del cieco

                  Ardir su l'ali? accumulare i scempi
                  Dè tiranni piú rei,
                  Non re, sapesti; ma percoton gli empi
                  Non chimerici Dei.

                  Invan gloria sognasti, il grido invano
                  Tu dè secoli udisti,
                  Ch'or plausi turpi d'uno stuolo insano
                  A esecrazion van misti.

                  Vincesti? e invan; regnasti? e invan, superbo,
                  Chè con destra di possa
                  Dè giusti il Dio del tuo comando acerbo
                  La catena ha già scossa.

                  Veggio l'empio seder amplo in suo orgoglio
                  Qual di monte ombra in campo;
                  Sublime al par di cedro erge suo soglio;
                  Ma squarcia l'aer un lampo;

                  Tosto il veggio tremar, piombar, sotterra
                  Cacciarsi al divin foco;
                  Invan lo sguardo mio cercandol erra,
                  Nemmen conosco il loco.
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