Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

In ritardo

E l'acqua cade su la morta estate,
e l'acqua scroscia su le morte foglie;
e tutto è chiuso, e intorno le ventate
gettano l'acqua alle inverdite soglie;
e intorno i tuoni brontolano in aria;
se non qualcuno che rotola giù.
Apersi un poco la finestra: udii
rugliare in piena due torrenti e un fiume;
e mi parve d'udir due scoppiettìi
e di vedere un nereggiar di piume.
O rondinella spersa e solitaria,
per questo tempo come sei qui tu?
Oh! non è questo un temporale estivo
col giorno buio e con la rosea sera,
sera che par la sera dell'arrivo,
tenera e fresca come a primavera,
quando, trovati i vecchi nidi al tetto,
li salutava allegra la tribù.
Se n'è partita la tribù, da tanto!
Tanto, che forse pensano al ritorno,
tanto, che forse già provano il canto
che canteranno all'alba di quel giorno:
sognano l'alba di San Benedetto
nel lontano Baghirmi e nel Bornù.
E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote,
l'acqua mi sferza, mi respinge il vento.
Non più gli scoppiettìi, ma le remote
voci dei fiumi, ma sgrondare io sento
sempre più l'acqua, rotolare il tuono,
il vento alzare ogni minuto più.
E fuori vedo due ombre, due voli,
due volastrucci nella sera mesta,
rimasti qui nel grigio autunno soli,
ch'aliano soli in mezzo alla tempesta:
rimasti addietro il giorno del frastuono,
delle grida d'amore e gioventù.
Son padre e madre. C'è sotto le gronde
un nido, in fila con quei nidi muti,
il lor nido che geme e che nasconde
sei rondinini non ancor pennuti.
Al primo nido già toccò sventura.
Fecero questo accanto a quel che fu.
Oh! tardi! Il nido ch'è due nidi al cuore,
ha fame in mezzo a tante cose morte;
e l'anno è morto, ed anche il giorno muore,
e il tuono muglia, e il vento urla più forte,
e l'acqua fruscia, ed è già notte oscura,
e quello ch'era non sarà mai più.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Vocali

    A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu:
    vocali,
    Dirò un giorno le vostre origini latenti:
    A nero busto irsuto delle mosche lucenti
    Che ronzano vicino a fetori crudeli,

    Golfi bui; E, candori di vapori e di tende,
    Lance di ghiacciai, bianchi re, brividi
    d'umbelle;
    I, sangue e sputi, porpore, riso di labbra
    belle
    Nella collera o nelle ebbrezze penitenti;

    U, fremiti divini di verdi mari, cicli,
    Pace di bestie al pascolo, pace di quelle
    rughe
    Che imprime alchìmia all'ampia fronte dello
    studioso;

    O, la superna Tromba piena di strani stridi,
    Silenzi visitati dagli Angeli e dai Mondi:
    - O, l'Omega, violetto raggio di quei Suoi
    Occhi!
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Gesù Bambino

      Gesù Bambino, come dobbiamo essere
      Se vogliamo vedere Dio Padre:
      accordaci allora di rinascere

      come puri infanti, nudi, senz'altro rifugio
      che una stalla, e senz'altra compagnia
      che un asino e un bue, umile coppia;

      d'avere infinita ignoranza
      e l'incommensurabile debolezza
      per cui l'umile infanzia è benedetta;

      di non agire senza che nonnulla ferisca
      la nostra carne tuttavia innocente
      ancora perfino d'una carezza,

      senza che il nostro misero occhio non senta
      dolorosamente perfino il chiarore
      dell'alba impallidire appena,

      della sera che cade, suprema luce,
      senza provare altra voglia
      che d'un lungo sonno tiepido e smorto…

      Come puri infanti che l'aspra vita
      destina – a quale meta tragica
      o felice? – folla asservita

      o libera truppa, a quale calvario?
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        Odi che il bronzo rimbombando langue,
        E l'ultimo momento
        Morte si strappa, e sul tuo volto esangue
        Stende le man:... sei spento.

        Urlan le furie accapigliate, e intorno
        Stanti con folta notte,
        Chè alfine di putredine il soggiorno
        Con gli abissi t'inghiotte.

        O tu, folle! sperasti altro compenso
        Dall'empietà che teco
        Negra impresa di sangue, e volo immenso
        Tentò eretta del cieco

        Ardir su l'ali? accumulare i scempi
        Dè tiranni piú rei,
        Non re, sapesti; ma percoton gli empi
        Non chimerici Dei.

        Invan gloria sognasti, il grido invano
        Tu dè secoli udisti,
        Ch'or plausi turpi d'uno stuolo insano
        A esecrazion van misti.

        Vincesti? e invan; regnasti? e invan, superbo,
        Chè con destra di possa
        Dè giusti il Dio del tuo comando acerbo
        La catena ha già scossa.

        Veggio l'empio seder amplo in suo orgoglio
        Qual di monte ombra in campo;
        Sublime al par di cedro erge suo soglio;
        Ma squarcia l'aer un lampo;

        Tosto il veggio tremar, piombar, sotterra
        Cacciarsi al divin foco;
        Invan lo sguardo mio cercandol erra,
        Nemmen conosco il loco.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Amore della vita

          Io vedo i grandi alberi della sera
          che innalzano il cielo dei boulevards,
          le carrozze di Roma che alle tombe
          dell'Appia antica portano la luna.

          Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.

          Pure, lunga la vita fu alla sera
          di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo,
          alle luci sorgenti ai campanili
          ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
          mai più risponderà?

          Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
          il cielo dei boulevards,
          cielo chiaro di rondini!

          O sera umana di noi raccolti
          uomini stanchi uomini buoni,
          il nostro dolce parlare
          nel mondo senza paura.

          Tornerà tornerà,
          d'un balzo il cuore
          desto
          avrà parole?
          Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

          I morti, i vinti, chi li desterà?
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Che stai?

            Che stai? Già il secol l'orma ultima lascia;
            dove del tempo son le leggi rotte
            precipita, portando entro la notte
            quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

            Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia,
            troppo hai del viver tuo l'ore prodotte;
            or meglio vivi, e con fatiche dotte
            a chi diratti antico esempi lascia.

            Figlio infelice, e disperato amante,
            e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
            giovine d'anni e rugoso in sembiante,

            che stai? Breve è la vita, e lunga è l'arte;
            a chi altamente oprar non è concesso
            fama tentino almen libere carte.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              A un vincitore nel pallone

              Di gloria il viso e la gioconda voce,
              Garzon bennato, apprendi,
              E quanto al femminile ozio sovrasti
              La sudata virtude. Attendi attendi,
              Magnanimo campion (s'alla veloce
              Piena degli anni il tuo valor contrasti
              La spoglia di tuo nome), attendi e il core
              Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
              Arena e il circo, e te fremendo appella
              Ai fatti illustri il popolar favore;
              Te rigoglioso dell'età novella
              Oggi la patria cara
              Gli antichi esempi a rinnovar prepara.
              Del barbarico sangue in Maratona
              Non colorò la destra
              Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
              Che stupido mirò l'ardua palestra,
              Né la palma beata e la corona
              D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
              Forse le chiome polverose e i fianchi
              Delle cavalle vincitrici asterse
              Tal che le greche insegne e il greco acciaro
              Guidò dè Medi fuggitivi e stanchi
              Nelle pallide torme; onde sonaro
              Di sconsolato grido
              L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.
              Vano dirai quel che disserra e scote
              Della virtù nativa
              Le riposte faville? E che del fioco
              Spirto vital negli egri petti avviva
              Il caduco fervor? Le meste rote
              Da poi che Febo instiga, altro che gioco
              Son l'opre dè mortali? Ed è men vano
              Della menzogna il vero? A noi di lieti
              Inganni e di felici ombre soccorse
              Natura stessa: e là dove l'insano
              Costume ai forti errori esca non porse,
              Negli ozi oscuri e nudi
              Mutò la gente i gloriosi studi.
              Tempo forse verrà ch'alle ruine
              Delle italiche moli
              Insultino gli armenti, e che l'aratro
              Sentano i sette colli; e pochi Soli
              Forse fien volti, e le città latine
              Abiterà la cauta volpe, e l'atro
              Bosco mormorerà fra le alte mura;
              Se la funesta delle patrie cose
              Obblivion dalle perverse menti
              Non isgombrano i fati, e la matura
              Clade non torce dalle abbiette genti
              Il ciel fatto cortese
              Dal rimembrar delle passate imprese.
              Alla patria infelice, o buon garzone,
              Sopravviver ti doglia.
              Chiaro per lei stato saresti allora
              Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
              Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
              Che nullo di tal madre oggi s'onora:
              Ma per te stesso al polo ergi la mente.
              Nostra vita a che val? Solo a spregiarla:
              Beata allor che nè perigli avvolta,
              Se stessa obblia, né delle putri e lente
              Ore il danno misura e il flutto ascolta;
              Beata allor che il piede
              Spinto al varco leteo, più grata riede.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Alla Musa

                Pur tu copia versavi alma di canto
                su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,
                quando dè miei fiorenti anni fuggiva
                la stagion prima, e dietro erale intanto

                questa, che meco per la via del pianto
                scende di Lete ver la muta riva:
                non udito or t'invoco; ohimè! Soltanto
                una favilla del tuo spirto è viva.

                E tu fuggisti in compagnia dell'ore,
                o Dea! Tu pur mi lasci alle pensose
                membranze, e del futuro al timor cieco.

                Però mi accorgo, e mel ridice amore,
                che mal ponno sfogar rade, operose
                rime il dolor che deve albergar meco.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Quasi un madrigale

                  Il girasole piega a occidente
                  e già precipita il giorno nel suo
                  occhio in rovina e l'aria dell'estate
                  s'addensa e già curva le foglie e il fumo
                  dei cantieri. S'allontana con scorrere
                  secco di nubi e stridere di fulmini
                  quest'ultimo gioco del cielo. Ancora,
                  e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
                  degli alberi stretti dentro la cerchia
                  dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
                  e sempre quel sole che se ne va
                  con il filo del suo raggio affettuoso.

                  Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
                  la memoria risale dalla morte,
                  la vita è senza fine. Ogni giorno
                  è nostro. Uno si fermerà per sempre,
                  e tu con me, quando ci sembri tardi.
                  Qui sull'argine del canale, i piedi
                  in altalena, come di fanciulli,
                  guardiamo l'acqua, i primi rami dentro
                  il suo colore verde che s'oscura.
                  E l'uomo che in silenzio s'avvicina
                  non nasconde un coltello fra le mani,
                  ma un fiore di geranio.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz

                    A mia madre dalla sua casa

                    M'accoglie la tua vecchia, grigia casa
                    steso supino sopra un letto angusto,
                    forse il tuo letto per tanti anni. Ascolto,
                    conto le ore lentissime a passare,
                    più lente per le nuvole che solcano
                    queste notti d'agosto in terre avare.

                    Uno che torna a notte alta dai campi
                    scambia un cenno a fatica con i simili,
                    infila l'erta, il vicolo, scompare
                    dietro la porta del tugurio. L'afa
                    dello scirocco agita i riposi,
                    fa smaniare gli infermi ed i reclusi.

                    Non dormo, seguo il passo del nottambulo
                    sia demente sia giovane tarato
                    mentre risuona sopra pietre e ciottoli;
                    lascio e prendo il mio carico servile
                    e scendo, scendo più che già non sia
                    profondo in questo tempo, in questo popolo.
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