Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Ottobre

Un tempo, era d'estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all'autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest'aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulla vigne saccheggiate.

Sole d'autunno inatteso,
che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell'anima.
Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t'inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch'è tutta una dolcissima agonia.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    Vive e muore molte volte l'uomo,
    fra le sue due eternità,
    della stirpe l'una, dell'anima l'altra,
    ben lo sapeva l'antica Irlanda.
    Sia che nel suo letto muoia,
    o che lo atterri un colpo di fucile,
    il peggio che ha da temere
    è una breve dipartita da quei cari.
    Benché la fatica dei becchini
    sia lunga, affilati sono i loro badili,
    forti i loro muscoli nell'opera.
    Non fanno che ricacciar i loro morti
    nella mente umana ancora.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Alba

      Odoravano i fior di vitalba
      per via, le ginestre nel greto;
      aliavano prima dell'alba
      le rondini nell'uliveto.
      Aliavano mute con volo
      nero, agile, di pipistrello;
      e tuttora gemea l'assiolo,
      che già spincionava il fringuello.
      Tra i pinastri era l'alba che i rivi
      mirava discendere giù:
      guizzò un raggio, soffiò su gli ulivi;
      virb... disse una rondine; e fu
      giorno: un giorno di pace e lavoro,
      che l'uomo mieteva il suo grano,
      e per tutto nel cielo sonoro
      saliva un cantare lontano.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Dalla spiaggia

        C'è sopra il mare tutto abbonacciato
        il tremolare quasi d'una maglia:
        in fondo in fondo un ermo colonnato,
        nivee colonne d'un candor che abbaglia:
        una rovina bianca e solitaria,
        là dove azzurra è l'acqua come l'aria:
        il mare nella calma dell'estate
        ne canta tra le sue larghe sorsate.
        O bianco tempio che credei vedere
        nel chiaro giorno, dove sei vanito?
        Due barche stanno immobilmente nere,
        due barche in panna in mezzo all'infinito.
        E le due barche sembrano due bare
        smarrite in mezzo all'infinito mare;
        e piano il mare scivola alla riva
        e ne sospira nella calma estiva.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La stella di Natale

          Era pieno inverno.
          Soffiava il vento della steppa.
          E aveva freddo il neonato nella grotta
          Sul pendio della collina.

          L'alito del bue lo riscaldava.
          Animali domestici
          stavano nella grotta,
          sulla culla vagava un tiepido vapore.

          Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
          e i grani di miglio,
          dalle rupi guardavano
          assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.

          Lontano, la pianura sotto la neve, e il cimitero
          e recinti e pietre tombali
          e stanghe di carri confitte nella neve,
          e sul cimitero il cielo tutto stellato.

          E lì accanto, mai vista sino allora,
          più modesta d'un lucignolo
          alla finestrella d'un capanno,
          traluceva una stella sulla strada di Betlemme.



          Per quella stessa via, per le stesse contrade
          degli angeli andavano, mescolati alla folla.
          L'incorporeità li rendeva invisibili,
          ma a ogni passo lasciavano l'impronta d'un piede.

          Una folla di popolo si accalcava presso la rupe.
          Albeggiava. Apparivano i tronchi dei cedri.
          E a loro, "chi siete? " domandò Maria.
          "Noi, stirpe di pastori e inviati del cielo,
          siamo venuti a cantare lodi a voi due".
          "Non si può, tutti insieme. Aspettate alla soglia".

          Nella foschia di cenere, che precede il mattino,
          battevano i piedi mulattieri e allevatori.
          Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;
          e accanto al tronco cavo dell'abbeverata
          mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.

          Albeggiava. Dalla volta celeste l'alba spazzava,
          come granelli di cenere, le ultime stelle.
          E della innumerevole folla solo i Magi
          Maria lasciò entrare nell'apertura rocciosa.

          Lui dormiva, splendente, in una mangiatoia di quercia,
          come un raggio di luna dentro un albero cavo.
          Invece di calde pelli di pecora,
          le labbra d'un asino e le nari d'un bue.

          I Magi, nell'ombra, in quel buio di stalla
          Sussurravano, trovando a stento le parole.
          A un tratto qualcuno, nell'oscurità,
          con una mano scostò un poco a sinistra
          dalla mangiatoia uno dei tre Magi;
          e quello si voltò: dalla soglia, come in visita,
          alla Vergine guardava la stella di Natale.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Sulla Gloria

            Quale febbre ha mai l'uomo! Che guardare
            ai suoi giorni mortali con il sangue
            temperato non sa, che tutto sciupa
            le pagine del libro della vita
            e deruba virtù al suo buon nome.
            È come se la rosa si cogliesse
            da sé; o quand'è matura la susina
            la sua scura lanugine raschiasse;
            o a guisa di un folletto impertinente
            la Naiade oscurasse la splendente
            sua grotta di una tenebra fangosa.
            Ma sullo spino lascia sé la rosa,
            che vengano a baciarla i venti e grate
            se ne cibino le api: e la susina
            matura indossa sempre la sua veste
            bruna, il lago non tocco ha di cristallo
            la superficie. Perché dunque l'uomo,
            importunando il mondo per averne
            grazia, deve sciupar la sua salvezza
            in obbedienza a un rozzo, falso credo?
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              La campagna

              O tu cantor di morbidi
              Pratei, di dolci rivi,
              Che i verdi poggi, e gli alberi
              Soavemente avvivi
              Con gli armonici versi
              Da fresche tinte aspersi,

              Odi un poeta giovane,
              Che il genio che l'ispira
              Devoto siegue, e libero
              Percote ardita lira,
              E cò suoi canti vola
              Al suo gentil Bertòla.

              Fra campestri delizie
              Tranquillo e lieto io vivo.
              E col pensier fantastico
              Tra me canto e descrivo
              Sì vaghi paeselli,
              Che ognor sembran novelli.

              Pingo; ma resto attonito
              Allor che su i tuoi fogli
              Veggo fiorire, e sorgere
              Pianto e marini scogli,
              Che sembrano invitarmi
              A sacrar loro i carmi.

              Da me s'invola subito
              Il mio picciol soggiorno,
              E sol veggo Posilipo
              E il mar che vanta intorno
              Di Mergellina il lido
              Ameno più che Gnido.

              Estatici contemplano
              Tuoi campi i cupid'occhi:
              O come allor nell'anima
              Sento beati tocchi,
              Che mi dicono ognora:
              Sì dolce vate onora.

              Salve, dunque, del tenero
              Gesnèr felice alunno!
              Il lor poeta adorino
              D'aprile e dell'autunno
              Le Grazie e i lindi Amori
              Coronati di fiori.

              Il lor poeta adorino
              Le serpeggianti linfe,
              E dai monti scherzevoli
              Scendan le gaje Ninfe,
              E alternin baci in fronte
              Al tòsco Anacreonte.

              Ed io tesso tra cantici
              Ghirlandetta odorosa
              Non d'orgogliosi lauri,
              Ma sol d'umida rosa,
              E il capo ombreggio al molle
              Abitator del colle.

              E in cor brillante io dico:
              Questa dona Natura
              Al suo più ingenuo amico,
              Ch'ella d'altro non cura:
              Da lui schietto-dipinta
              Di fior va anch'ella cinta.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                A Dante

                Alto rombano i secoli
                Su rapidissim'ali,
                E dall'aere giù vibrano
                Dritti infiammati strali
                Che additano agl'ingegni
                D'eterna gloria i segni:

                Ma qual nebbia! Qual livido
                Umor spargon dai vanni
                Che in fetida caligine
                Attomban nomi ed anni,
                E rodono quel serto
                Che ombreggia un tenue merto!

                O mio Poeta, o altissimo
                Signor del sommo canto,
                Che con sublime cetera
                Per la casa del pianto
                Girasti, e fra la gente,
                Che o gioisce, o si pente,

                Tu vivi eterno. - Gloria
                Di suo fulgor ti cinse,
                Tuonò sua voce; un fulmine
                Fu per chi ti dipinse
                Testor stentato, oscuro
                Di carmi e stile impuro.

                Pèra! La lingua sucida
                Costui nutra nel sangue,
                E per delfici lauri
                Gli accerchi invece un angue,
                Sanie stillante infesta,
                L'abbominevol testa.

                Dicesti: ed ecco stridono
                In suon ringhiante e forte
                Gli aspri tartarei cardini:
                Della cappa di morte
                Infino à più vestute
                Ecco l'Ombre perdute.

                Io già le ascolto: echeggiano
                Per l'aer senza stelle
                Batter di man, bestemmie,
                Orribili favelle,
                Voci alte e fioche, accenti
                D'ire in dolor furenti.

                O Padre! O Vate! Un giovane
                Cui l'estro ai cieli innalza,
                Che pel genio che l'agita
                Fervidamente sbalza
                A inerudita cetra
                Canti spargendo all'etra,

                A te si prostra: un'anima
                Che in sè ognor si ravvolge,
                Che in ermi boschi tacita
                Fugge dall'atre bolge
                Di cittadino tetto,
                Gl'irraggia l'intelletto.

                Di sapienza nettare
                Fra mie voglie delibo,
                E, meditante, ai spiriti
                Porgo l'augusto cibo
                Che questa etade impura,
                Famelica, non cura.

                Muta di luce eterea
                Alle peccata in grembo
                Fra cupo orror s'avvoltola
                L'Umanità: il suo lembo
                Spruzzi di sangue stilla,
                Ed ella va in favilla.

                Ma ira di giustizia
                Lui che può ciò che vuole
                Ruggisce in cielo, e scaglia
                Di spavento parole;
                Vennero i giorni alfine
                Di piaghe e di ruine.

                Vennero si; ma sorgere,
                Giganteggiando, i nostri
                Carmi vedransi, e liberi
                Calpestare què mostri
                Che tumidi d'orgoglio
                Siedono ingiusti in soglio.
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