Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Sarah Brown

Maurizio, non piangere, non sono qui sotto il pino.
L'aria profumata della primavera bisbiglia nell'erba dolce,
le stelle scintillano, la civetta chiama,
ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia
nel nirvana beato della luce eterna!
Và dal cuore buono che è mio marito,
che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d'amore: -
digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui, hanno foggiato il mio destino — che attraverso la carne raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace.
Non ci sono matrimoni in cielo,
ma c'è l'amore.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La Befana

    Discesi dal lettino
    son là presso il camino,
    grandi occhi estasiati,
    i bimbi affaccendati

    a metter la scarpetta
    che invita la Vecchietta
    a portar chicche e doni
    per tutti i bimbi buoni.

    Ognun, chiudendo gli occhi,
    sogna dolci e balocchi;
    e Dori, il più piccino,
    accosta il suo visino

    alla grande vetrata,
    per veder la sfilata
    dei Magi, su nel cielo,
    nella notte di gelo.

    Quelli passano intanto
    nel lor gemmato manto,
    e li guida una stella
    nel cielo, la più bella.

    Che visione incantata
    nella notte stellata!
    E la vedono i bimbi,
    come vedono i nimbi

    degli angeli festanti
    nè lor candidi ammanti.
    Bambini! Gioia e vita
    son la vision sentita

    nel loro piccolo cuore
    ignaro del dolore.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      Vive e muore molte volte l'uomo,
      fra le sue due eternità,
      della stirpe l'una, dell'anima l'altra,
      ben lo sapeva l'antica Irlanda.
      Sia che nel suo letto muoia,
      o che lo atterri un colpo di fucile,
      il peggio che ha da temere
      è una breve dipartita da quei cari.
      Benché la fatica dei becchini
      sia lunga, affilati sono i loro badili,
      forti i loro muscoli nell'opera.
      Non fanno che ricacciar i loro morti
      nella mente umana ancora.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Pietra di sole (frammenti)

        un salice di cristallo, un pioppo d'acqua,
        un alto getto che il vento inarca,
        un albero ben piantato ma danzante,
        un camminar di fiume che si curva,
        avanza, retrocede, fa un giro
        e sempre arriva:
        un camminar tranquillo
        di stella o primavera senza fretta,
        acqua che con le palpebre chiuse
        emette tutta notte profezie,
        unanime presenza in ondata,
        onda su onda fino a coprir tutto,
        verde sovranità senza tramonto
        come l'abbacinante effetto delle ali
        quando s'aprono nel mezzo del cielo, (... )
        vado per il tuo corpo come per il mondo,
        il tuo ventre è una spiaggia soleggiata,
        i tuoi seni due chiese dove il sangue
        celebra i suoi misteri paralleli,
        i miei sguardi ti coprono come edera,
        sei una città che il mare assedia,
        una muraglia che la luce divide
        in due metà color di pesca,
        un luogo di sale, roccia e uccelli
        sotto la legge del meriggio assorto,

        vestita del colore dei miei desideri
        vai nuda come il mio pensiero,
        vado pei tuoi occhi come per l'acqua,
        le tigri bevono sogno nei tuoi occhi,
        il colibrí si brucia in quelle fiamme,
        vado per la tua fronte come per la luna,
        come la nube per il tuo pensiero,
        vado per il tuo ventre come pei tuoi sogni,
        la tua gonna di mais ondeggia e canta,

        la tua gonna di cristallo, la tua gonna d'acqua,
        le tue labbra, i capelli, i tuoi sguardi,
        tutta la notte piovi, tutto il giorno
        apri il mio petto con le tue dita d'acqua,
        chiudi i miei occhi con la tua bocca d'acqua,
        sulle mie ossa piovi, nel mio petto
        affonda radici d'acqua un albero liquido,

        vado per la tua strada come per un fuime,
        vado per il tuo corpo come per un bosco,
        come per un sentiero nel monte
        che in un brusco abisso finisce,
        vado pei tuoi pensieri assottigliati
        e all'uscita dalla tua bianca fronte
        la mia ombra abbattuta si strazia,
        raccolgo i miei frammenti uno a uno
        e proseguo senza corpo, cerco tentoni, (... )

        —la vita, quando fu davvero nostra?
        quando siamo davvero ciò che siamo?
        ben guardato non siamo, mai siamo
        da soli se non vertigine e vuoto,
        smorfie nello specchio, orrore e vomito,
        mai la vita è nostra, è degli altri,
        la vita non è di nessuno, tutti siamo
        la vita —pane di sole per gli altri,
        tutti gli altri che siam noi—,
        son altro quando sono, i miei atti
        son piú miei se sono anche di tutti

        perché io possa essere devo esser altro,
        uscire da me, cercarmi tra gli altri,
        gli altri che non sono s'io non esisto,
        gli altri che mi dan piena esistenza,
        non sono, non v'è io, siam sempre noi,
        la vita è un'altra, sempre là, piú lungi,
        fuori di te, di me, sempre orizzonte,
        vita che ci svive e ci fa estranei
        che ci inventa un volto e lo sciupa,
        fame d'essere, oh morte, pane di tutti.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Lasciando alcuni amici di prima mattina

          D'oro una penna datemi, e lasciate
          che in limpidi e lontane regioni
          sopra mucchi di fiori io mi distenda;
          portatemi più bianca di una stella
          o di una mano d'angelo inneggiante
          quando fra corde argentee la vedi
          di arpe celesti, un'asse per scrittoio;
          e lasciate lì accanto correr molti
          carri color di perla, vesti rosa,
          e chiome a onda, e vasi di diamante,
          e ali intraviste, e sguardi penetranti.
          Lasciate intanto che la musica erri
          ai miei orecchi d'intorno; e come quella
          ogni cadenza deliziosa tocca,
          lasciate che io scriva un verso pieno
          di molte meraviglie delle sfere,
          splendido al suono: con che altezze in gara
          il mio spirito venne! Nè contento
          è di restare così presto solo.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Kinsey Keene

            Ascoltate, Thomas Rhodes, presidente della banca;
            Coolbaugh Whedon, direttore dell'"Argo";
            Reverendo Peet, pastore della prima chiesa;
            A. D. Blood, più volte sindaco di Spoon River;
            e finalmente voi tutti, membri dell'Associazione del Buon Costume —
            ascoltate le parole di Cambronne morituro,
            ritto con gli eroici superstiti
            della guardia di Napoleone a Mont Saint-Jean
            sul campo di battaglia di Waterloo,
            quando Maitland, l'inglese, gridò loro:
            "Arrendetevi, prodi Francesi! " —
            là sul finir del giorno, quando la battaglia fu irrimediabilmente perduta,
            e orde d'uomini che non eran più l'esercito
            del grande Napoleone
            si agitavano sul campo come brandelli laceri
            di nuvole tonanti nella tempesta.
            Ebbene, ciò che Cambronne disse a Maitland
            prima che il fuoco inglese spianasse il ciglio della collina
            contro la luce morente del giorno,
            io dico a voi, e a tutti voi,
            e a te, universo.
            E v'incarico di scolpirlo.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              Stasi nel buio. Poi
              l'insostanziale azzurro
              versarsi di vette e distanze.

              Leonessa di Dio,
              come in una ci evolviamo,
              perno di calcagni e ginocchi! - La ruga

              s'incide e si cancella, sorella
              al bruno arco
              del collo che non posso serrare,

              bacche
              occhiodimoro oscuri
              lanciano ami -

              Boccate di un nero dolce sangue,
              ombre.
              Qualcos'altro

              mi tira su nell'aria -
              cosce, capelli;
              dai miei calcagni si squama.

              Bianca
              godiva, mi spoglio -
              morte mani, morte stringenze.

              E adesso io
              spumeggio al grano, scintillio di mari.
              Il pianto del bambino

              nel muro si liquefà.
              E io
              sono la freccia,

              la rugiada che vola
              suicida, in una con la spinta
              dentro il rosso

              occhio cratere del mattino.
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