Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Dopo l'acquazzone (Myricae)

Passò strosciando e sibilando il nero
nembo: or la chiesa squilla; il tetto, rosso,
luccica; un fresco odor dal cimitero
viene, di bosso.
Presso la chiesa; mentre la sua voce
tintinna, canta, a onde lunghe romba;
ruzza uno stuolo, ed alla grande croce
tornano a bomba.
Un vel di pioggia vela l'orizzonte;
ma il cimitero, sotto il ciel sereno,
placido olezza: va da monte a monte
l'arcobaleno.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Minerva Jones

    Sono Minerva, la poetessa del villaggio,
    fischiata, schernita dai villanzoni della strada
    per il mio corpo goffo, l'occhio guercio, e il passo largo
    e tanto più quando "Butch" Weldy
    mi prese dopo una lotta brutale.
    Mi abbandonò al mio destino col dottor Meyers;
    e io sprofondai nella morte, gelando dai piedi alla faccia, come chi scenda in un'acqua di ghiaccio.
    Vorrà qualcuno recarsi al giornale,
    e raccogliere i versi che scrissi? —
    Ero tanto assetata d'amore!
    Ero tanto affamata di vita!
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      La sera del dì di festa

      Dolce e chiara è la notte e senza vento,
      E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
      Posa la luna, e di lontan rivela
      Serena ogni montagna. O donna mia,
      Già tace ogni sentiero, e pei balconi
      Rara traluce la notturna lampa:
      Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
      Nelle tue chete stanze; e non ti morde
      Cura nessuna; e già non sai né pensi
      Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
      Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
      Appare in vista, a salutar m'affaccio,
      E l'antica natura onnipossente,
      Che mi fece all'affanno. A te la speme
      Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
      Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
      Questo dì fu solenne: or dà trastulli
      Prendi riposo; e forse ti rimembra
      In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
      Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
      Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
      Quanto a viver mi resti, e qui per terra
      Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
      In così verde etate! Ahi, per la via
      Odo non lunge il solitario canto
      Dell'artigian, che riede a tarda notte,
      Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
      E fieramente mi si stringe il core,
      A pensar come tutto al mondo passa,
      E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
      Il dì festivo, ed al festivo il giorno
      Volgar succede, e se ne porta il tempo
      Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
      Di què popoli antichi? Or dov'è il grido
      Dè nostri avi famosi, e il grande impero
      Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
      Che n'andò per la terra e l'oceano?
      Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
      Il mondo, e più di lor non si ragiona.
      Nella mia prima età, quando s'aspetta
      Bramosamente il dì festivo, or poscia
      Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
      Premea le piume; ed alla tarda notte
      Un canto che s'udia per li sentieri
      Lontanando morire a poco a poco,
      Già similmente mi stringeva il core.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        L'uomo che impara

        Prima costruii sulla sabbia,
        poi costruii sulla roccia.
        Quando la roccia crollò
        non ho più costruito su nulla.
        Poi ancora talvolta costruivo
        su sabbia e roccia, come capitava, ma
        avevo imparato.

        Coloro ai quali affidavo la lettera
        la buttavano via.
        Ma chi non curavo
        me la riportava.
        Allora ho imparato.

        Le mie disposizioni non furono rispettate.
        Quando giunsi, m'avvidi
        che erano sbagliate.
        Era stato fatto
        quel che era giusto.
        Così ho imparato.

        Le cicatrici dolgono
        nel tempo di gelo.
        Ma spesso dico: solo la fossa
        non m'insegnerà più nulla.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Il mattino

          Ti svegli.
          Dove sei?
          A casa.
          Non hai potuto ancora abituarti:
          al tuo risveglio
          trovarti a casa.
          Ecco quel che ti lasciano
          tredici anni di carcere.

          Chi c'è nel letto, accanto a te?
          Non è la solitudine, è tua moglie.
          Dorme coi pugni chiusi, come un angelo.
          Le dona, essere incinta.
          Che ore sono?
          Le otto.
          Possiamo dunque star tranquilli
          fino a sera.
          È l'uso,
          la polizia non fa irruzione in pieno giorno.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Dichiarazione

            Essere donna è un gran passo,
            fare impazzire, eroismo.

            E io dinnanzi al miracolo di mani,
            schiena, spalle e di un collo di donna
            con devozione di servo
            la vita tutta riverisco.

            Ma per quanto la notte m'incateni
            con un anello d'angoscia,
            più forte è al mondo l'aspirazione ad evadere
            e la passione attira alle rotture.
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