Sarei stata grande come George Eliot ma il destino non volle. Guardate il ritratto che mi fece Penniwit, col mento appoggiato alla mano e gli occhi fondi — e grigi e indaganti lontano. Ma c'era il vecchio, l'eterno problema: celibato, matrimonio o impudicizia? Venne il ricco esercente John Slack, con la promessa che avrei potuto scrivere a mio agio, e io lo sposai, misi al mondo otto figli, e non ebbi più tempo per scrivere. Per me, comunque, era tutto finito quando l'ago mi trafisse la mano mentre lavavo i panni del bambino, e morii di tetano, un'ironica morte. Anime ambiziose, ascoltate, il sesso è la rovina della vita!
Metà segreteria soviet o comitato ai cani sciolti, al volontariato ai centri sociali, agli operai a chi non molla mai a chi fa opposizione anche se non è inquadrato dalle direttive prese, dalle telecamere accese.
Se l'amore deve essermi negato, perché il mattino spezza il suo cuore in canzoni, e perché questi sospiri che il vento del sud disperde tra le foglie appena spuntate ?
Se l'amore deve essermi negato, perché porta la notte, in dolente silenzio, la pena delle stelle ?
E perché questo folle cuore getta getta sconsideratamente la speranza su un mare la cui fine non conosce ?
Me ne vado per le strade strette oscure e misteriose vedo dietro le vetrate affacciarsi Gemme e Rose. Dalle scale misteriose c'è chi scende brancolando dietro i vetri rilucenti stan le ciane commentando. ... ... La stradina è solitaria non c'è un cane; qualche stella nella notte sopra i tetti: e la notte mi par bella. E cammino poveretto nella notte fantasiosa pur mi sento nella bocca la saliva disgustosa. Via dal tanfo via dal tanfo e per le strade e cammina e via cammina, già le case son più rade. Trovo l'erba: mi ci stendo a conciarmi come un cane: Da lontano un ubriaco canta amore alle persiane.
Poi le luci girando al vicin colle, dov'era il cespo che ' bel piè trafisse, fermossi alquanto a rimirarlo, e volle il suo fior salutar pria che partisse; e vedutolo ancor stillante e molle quivi porporeggiar, così gli disse: "Sàlviti il Ciel da tutti oltraggi e danni, fatal cagion dei miei felici affanni: Rosa, riso d'Amor, del Ciel fattura, rosa del sangue mio fatta vermiglia, pregio del mondo e fregio di natura, de la Terra e del Sol vergine figlia, d'ogni ninfa e pastor delizia e cura, onor de l'odorifera famiglia, tu tien d'ogni beltà le palme prime, sovra il vulgo dè fior Donna sublime. Quasi in bel trono Imperatrice altera siedi colà su la nativa sponda. Turba d'aure vezzosa e lusinghiera ti corteggia d'intorno e ti seconda; e di guardie pungenti armata schiera ti difende per tutto, e ti circonda. E tu fastosa del tuo regio vanto porti d'or la corona e d'ostro il manto. Porpora dè giardin, pompa dè prati, gemma di primavera, occhio d'aprile, dite le Grazie e gli Amoretti alati fan ghirlanda a la chioma, al sen monile. Tu, qualor torna a gli alimenti usati ape leggiadra o zeffiro gentile, dài lor da bere in tazza di rubini rugiadosi licori e cristallini. Non superbisca ambizioso il Sole di trionfar fra le minori stelle, che ancor tu fra i ligustri e le viole scopri le pompe tue superbe e belle. Tu sei con tue bellezze uniche e sole splendor di queste piagge, egli di quelle. Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo, tu Sole in terra, ed egli rosa in cielo. E ben saran tra voi conformi voglie: dite fia '1 Sole, e tu del Sole amante, ei de l'insegne tue, de le tue spoglie l'aurora vestirà nel suo levante. Tu spiegherai nè crini e ne le foglie la sua livrea dorata e fiammeggiante, e per ritrarlo ed imitarlo appieno porterai sempre un picciol Sole in seno. "
Le mani delle donne che incontrammo una volta, e nel sogno, e ne la vita: oh quelle mani, Anima, quelle dita che stringemmo una volta, che sfiorammo con le labbra, e nel sogno, e ne la vita! Fredde talune, fredde come cose morte, di gelo (tutto era perduto): o tiepide, parean come un velluto che vivesse, parean come le rose: rose di qual giardino sconosciuto? Ci lasciaron talune una fragranza così tenace che per una intera notte avemmo nel cuore la primavera; e tanto auliva la soligna stanza che foresta d'april non più dolce era. Da altre, cui forse ardeva il fuoco estremo d'uno spirto (ove sei, piccola mano, intangibile ormai, che troppo piano strinsi? ), venne il rammarico supremo: - Tu che m'avesti amato, e non in vano! - Da altre venne il desìo, quel violento Fulmineo desio che ci percote come una sferza; e immaginammo ignote lussurie in un'alcova, un morir lento: - per quella bocca aver le vene vuote! - Altre (o le stesse) furono omicide: meravigliose nel tramar l'inganno. Tutti gli odor d'Arabia non potranno Addolcirle. - Bellissime e infide, quanti per voi baciare periranno! - Altre (o le stesse), mani alabastrine ma più possenti di qualunque spira, ci diedero un furor geloso, un'ira folle; e pensammo di mozzarle al fine. (Nel sogno sta la mutilata, e attira. Nel sogno immobilmente eretta vive l'atroce donna dalle mani mozze. E innanzi a lei rosseggiano due pozze di sangue, e le mani entro ancora vive sonvi, neppure d'una stilla sozze). Ma ben, pari a le mani di Maria, altre furono come le ostie sante. Brillò su l'anulare il diamante né gesti gravi della liturgia? E non mai tra i capelli d'un amante. Altre, quasi virili, che stringemmo forte e a lungo, da noi ogni paura fugarono, ogni passione oscura; e anelammo a la Gloria, e in noi vedemmo illuminarsi l'opera futura. Altre ancora ci diedero un profondo brivido, quello che non ha l'uguale. Noi sentimmo, così, che ne la frale palma chiuder potevano esse un mondo immenso, e tutto il Bene e tutto il Male: Anima, e tutto il Bene e tutto il Male.
Prima costruii sulla sabbia, poi costruii sulla roccia. Quando la roccia crollò non ho più costruito su nulla. Poi ancora talvolta costruivo su sabbia e roccia, come capitava, ma avevo imparato.
Coloro ai quali affidavo la lettera la buttavano via. Ma chi non curavo me la riportava. Allora ho imparato.
Le mie disposizioni non furono rispettate. Quando giunsi, m'avvidi che erano sbagliate. Era stato fatto quel che era giusto. Così ho imparato.
Le cicatrici dolgono nel tempo di gelo. Ma spesso dico: solo la fossa non m'insegnerà più nulla.
Saltimbanco, addio! Buona sera, Pagliaccio! Indietro, Babbeo: Fate posto, buffoni antiquati, dalla burla impeccabile, Fate largo! Solenne, altero e discreto, ecco venire il migliore di tutti, l'agile clown.
Più snello d'Arlecchino e più impavido di Achille è lui di certo, nella sua bianca armatura di raso: etereo e chiaro come uno specchio senza argento. I suoi occhi non vivono nella sua maschera d'argilla.
Brillano azzurri fra il belletto e gli unguenti mentre, eleganti il busto e il capo si bilanciano sull'arco paradossale delle gambe.
Poi sorride. Intorno il volgo stupido e sporco la canaglia puzzolente e santa dei Giambi applaude al sinistro istrione che l'odia.