Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Dopo l'acquazzone (Myricae)

Passò strosciando e sibilando il nero
nembo: or la chiesa squilla; il tetto, rosso,
luccica; un fresco odor dal cimitero
viene, di bosso.
Presso la chiesa; mentre la sua voce
tintinna, canta, a onde lunghe romba;
ruzza uno stuolo, ed alla grande croce
tornano a bomba.
Un vel di pioggia vela l'orizzonte;
ma il cimitero, sotto il ciel sereno,
placido olezza: va da monte a monte
l'arcobaleno.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Elogio della rosa (Adone)

    Poi le luci girando al vicin colle,
    dov'era il cespo che ' bel piè trafisse,
    fermossi alquanto a rimirarlo, e volle
    il suo fior salutar pria che partisse;
    e vedutolo ancor stillante e molle
    quivi porporeggiar, così gli disse:
    "Sàlviti il Ciel da tutti oltraggi e danni,
    fatal cagion dei miei felici affanni:
    Rosa, riso d'Amor, del Ciel fattura,
    rosa del sangue mio fatta vermiglia,
    pregio del mondo e fregio di natura,
    de la Terra e del Sol vergine figlia,
    d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
    onor de l'odorifera famiglia,
    tu tien d'ogni beltà le palme prime,
    sovra il vulgo dè fior Donna sublime.
    Quasi in bel trono Imperatrice altera
    siedi colà su la nativa sponda.
    Turba d'aure vezzosa e lusinghiera
    ti corteggia d'intorno e ti seconda;
    e di guardie pungenti armata schiera
    ti difende per tutto, e ti circonda.
    E tu fastosa del tuo regio vanto
    porti d'or la corona e d'ostro il manto.
    Porpora dè giardin, pompa dè prati,
    gemma di primavera, occhio d'aprile,
    dite le Grazie e gli Amoretti alati
    fan ghirlanda a la chioma, al sen monile.
    Tu, qualor torna a gli alimenti usati
    ape leggiadra o zeffiro gentile,
    dài lor da bere in tazza di rubini
    rugiadosi licori e cristallini.
    Non superbisca ambizioso il Sole
    di trionfar fra le minori stelle,
    che ancor tu fra i ligustri e le viole
    scopri le pompe tue superbe e belle.
    Tu sei con tue bellezze uniche e sole
    splendor di queste piagge, egli di quelle.
    Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
    tu Sole in terra, ed egli rosa in cielo.
    E ben saran tra voi conformi voglie:
    dite fia '1 Sole, e tu del Sole amante,
    ei de l'insegne tue, de le tue spoglie
    l'aurora vestirà nel suo levante.
    Tu spiegherai nè crini e ne le foglie
    la sua livrea dorata e fiammeggiante,
    e per ritrarlo ed imitarlo appieno
    porterai sempre un picciol Sole in seno. "
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Minerva Jones

      Sono Minerva, la poetessa del villaggio,
      fischiata, schernita dai villanzoni della strada
      per il mio corpo goffo, l'occhio guercio, e il passo largo
      e tanto più quando "Butch" Weldy
      mi prese dopo una lotta brutale.
      Mi abbandonò al mio destino col dottor Meyers;
      e io sprofondai nella morte, gelando dai piedi alla faccia, come chi scenda in un'acqua di ghiaccio.
      Vorrà qualcuno recarsi al giornale,
      e raccogliere i versi che scrissi? —
      Ero tanto assetata d'amore!
      Ero tanto affamata di vita!
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Le conchiglie

        Ogni incrostata conchiglia che sta
        In quella grotta in cui ci siamo amati
        Ha la sua propria particolarità.

        Una dell'anima nostra ha la porpora
        Che ha succhiato nel sangue ai nostri cuori
        Quando io brucio e tu a quel fuoco ardi;

        Un'altra imita te nei tuoi languori
        E nei pallori tuoi di quando, stanca,
        Ce l'hai con me perché ho gli occhi beffardi.

        Questa fa specchio a come in te s'avvolge
        La grazia del tuo orecchio, un'altra invece
        Alla tenera e corta nuca rosa;

        Ma una sola, fra tutte, mi sconvolge.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          L'ultimo canto di Saffo

          Placida notte, e verecondo raggio
          Della cadente luna; e tu che spunti
          Fra la tacita selva in su la rupe,
          Nunzio del giorno; oh dilettose e care
          Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
          Sembianze agli occhi miei; già non arride
          Spettacol molle ai disperati affetti.
          Noi l'insueto allor gaudio ravviva
          Quando per l'etra liquido si volve
          E per li campi trepidanti il flutto
          Polveroso dè Noti, e quando il carro,
          Grave carro di Giove a noi sul capo,
          Tonando, il tenebroso aere divide.
          Noi per le balze e le profonde valli
          Natar giova trà nembi, e noi la vasta
          Fuga dè greggi sbigottiti, o d'alto
          Fiume alla dubbia sponda
          Il suono e la vittrice ira dell'onda.
          Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
          Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
          Infinita beltà parte nessuna
          Alla misera Saffo i numi e l'empia
          Sorte non fenno. À tuoi superbi regni
          Vile, o natura, e grave ospite addetta,
          E dispregiata amante, alle vezzose
          Tue forme il core e le pupille invano
          Supplichevole intendo. A me non ride
          L'aprico margo, e dall'eterea porta
          Il mattutino albor; me non il canto
          Dè colorati augelli, e non dè faggi
          Il murmure saluta: e dove all'ombra
          Degl'inchinati salici dispiega
          Candido rivo il puro seno, al mio
          Lubrico piè le flessuose linfe
          Disdegnando sottragge,
          E preme in fuga l'odorate spiagge.
          Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
          Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
          Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
          In che peccai bambina, allor che ignara
          Di misfatto è la vita, onde poi scemo
          Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
          Dell'indomita Parca si volvesse
          Il ferrigno mio stame? Incaute voci
          Spande il tuo labbro: i destinati eventi
          Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
          Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
          Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
          Dè celesti si posa. Oh cure, oh speme
          Dè più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
          Alle amene sembianze eterno regno
          Diè nelle genti; e per virili imprese,
          Per dotta lira o canto,
          Virtù non luce in disadorno ammanto.
          Morremo. Il velo indegno a terra sparto
          Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
          E il crudo fallo emenderà del cieco
          Dispensator dè casi. E tu cui lungo
          Amore indarno, e lunga fede, e vano
          D'implacato desio furor mi strinse,
          Vivi felice, se felice in terra
          Visse nato mortal. Me non asperse
          Del soave licor del doglio avaro
          Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
          Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
          Giorno di nostra età primo s'invola.
          Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
          Della gelida morte. Ecco di tante
          Sperate palme e dilettosi errori,
          Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
          Han la tenaria Diva,
          E l'atra notte, e la silente riva.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            La sera del dì di festa

            Dolce e chiara è la notte e senza vento,
            E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
            Posa la luna, e di lontan rivela
            Serena ogni montagna. O donna mia,
            Già tace ogni sentiero, e pei balconi
            Rara traluce la notturna lampa:
            Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
            Nelle tue chete stanze; e non ti morde
            Cura nessuna; e già non sai né pensi
            Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
            Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
            Appare in vista, a salutar m'affaccio,
            E l'antica natura onnipossente,
            Che mi fece all'affanno. A te la speme
            Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
            Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
            Questo dì fu solenne: or dà trastulli
            Prendi riposo; e forse ti rimembra
            In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
            Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
            Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
            Quanto a viver mi resti, e qui per terra
            Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
            In così verde etate! Ahi, per la via
            Odo non lunge il solitario canto
            Dell'artigian, che riede a tarda notte,
            Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
            E fieramente mi si stringe il core,
            A pensar come tutto al mondo passa,
            E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
            Il dì festivo, ed al festivo il giorno
            Volgar succede, e se ne porta il tempo
            Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
            Di què popoli antichi? Or dov'è il grido
            Dè nostri avi famosi, e il grande impero
            Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
            Che n'andò per la terra e l'oceano?
            Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
            Il mondo, e più di lor non si ragiona.
            Nella mia prima età, quando s'aspetta
            Bramosamente il dì festivo, or poscia
            Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
            Premea le piume; ed alla tarda notte
            Un canto che s'udia per li sentieri
            Lontanando morire a poco a poco,
            Già similmente mi stringeva il core.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Le mani

              Le mani delle donne che incontrammo
              una volta, e nel sogno, e ne la vita:
              oh quelle mani, Anima, quelle dita
              che stringemmo una volta, che sfiorammo
              con le labbra, e nel sogno, e ne la vita!
              Fredde talune, fredde come cose
              morte, di gelo (tutto era perduto):
              o tiepide, parean come un velluto
              che vivesse, parean come le rose:
              rose di qual giardino sconosciuto?
              Ci lasciaron talune una fragranza
              così tenace che per una intera
              notte avemmo nel cuore la primavera;
              e tanto auliva la soligna stanza
              che foresta d'april non più dolce era.
              Da altre, cui forse ardeva il fuoco estremo
              d'uno spirto (ove sei, piccola mano,
              intangibile ormai, che troppo piano
              strinsi? ), venne il rammarico supremo:
              - Tu che m'avesti amato, e non in vano! -
              Da altre venne il desìo, quel violento
              Fulmineo desio che ci percote
              come una sferza; e immaginammo ignote
              lussurie in un'alcova, un morir lento:
              - per quella bocca aver le vene vuote! -
              Altre (o le stesse) furono omicide:
              meravigliose nel tramar l'inganno.
              Tutti gli odor d'Arabia non potranno
              Addolcirle. - Bellissime e infide,
              quanti per voi baciare periranno! -
              Altre (o le stesse), mani alabastrine
              ma più possenti di qualunque spira,
              ci diedero un furor geloso, un'ira
              folle; e pensammo di mozzarle al fine.
              (Nel sogno sta la mutilata, e attira.
              Nel sogno immobilmente eretta vive
              l'atroce donna dalle mani mozze.
              E innanzi a lei rosseggiano due pozze
              di sangue, e le mani entro ancora vive
              sonvi, neppure d'una stilla sozze).
              Ma ben, pari a le mani di Maria,
              altre furono come le ostie sante.
              Brillò su l'anulare il diamante
              né gesti gravi della liturgia?
              E non mai tra i capelli d'un amante.
              Altre, quasi virili, che stringemmo
              forte e a lungo, da noi ogni paura
              fugarono, ogni passione oscura;
              e anelammo a la Gloria, e in noi vedemmo
              illuminarsi l'opera futura.
              Altre ancora ci diedero un profondo
              brivido, quello che non ha l'uguale.
              Noi sentimmo, così, che ne la frale
              palma chiuder potevano esse un mondo
              immenso, e tutto il Bene e tutto il Male:
              Anima, e tutto il Bene e tutto il Male.
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