Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

La Speranza

O abbiamo la speranza in noi, o non l'abbiamo;
è una dimensione dell'anima,
e non dipende da una particolare osservazione del mondo
o da una stima della situazione.
La speranza non è una predizione,
ma un orientamento dello spirito e del cuore;
trascende il mondo che viene immediatamente sperimentato,
ed è ancorata da qualche parte al di là dei suoi orizzonti.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Guardo in ginocchio la terra

    Guardo in ginocchio la terra
    guardo l'erba
    guardo l'insetto
    guardo l'istante fiorito e azzurro
    sei come la terra di primavera, amore,
    io ti guardo.

    Sdraiato sul dorso vedo il cielo
    vedo i rami degli alberi
    vedo le cicogne che volano
    sei come il cielo di primavera, amore,
    io ti vedo.

    Ho acceso un fuoco di notte in campagna
    tocco il fuoco
    tocco l'acqua
    tocco la stoffa e l'argento
    sei come un fuoco di bivacco all'addiaccio
    io ti tocco.

    Sono tra gli uomini amo gli uomini
    Amo l'azione
    Amo il pensiero
    Amo la mia lotta
    Sei un essere umano nella mia lotta
    Ti amo.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Lavandare

      Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
      resta un aratro senza buoi, che pare
      dimenticato, tra il vapor leggero.
      E cadenzato dalla gora viene
      lo sciabordare delle lavandare
      con tonfi spessi e lunghe cantilene:
      Il vento soffia e nevica la frasca,
      e tu non torni ancora al tuo paese!
      Quando partisti, come son rimasta!
      Come l'aratro in mezzo alla maggese.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Sera Festiva

        O mamma, o mammina, hai stirato
        la nuova camicia di lino?
        Non c'era laggiù tra il bucato,
        sul bossolo o sul biancospino.
        Su gli occhi tu tieni le mani...
        Perché? Non lo sai che domani...?
        din don dan, din don dan.
        Si parlano i bianchi villaggi
        cantando in un lume di rosa:
        dell'ombra dè monti selvaggi
        si sente una romba festosa.
        Tu tieni a gli orecchi le mani...
        tu piangi; ed è festa domani...
        din don dan, din don dan.
        Tu pensi... Oh! Ricordo: la pieve...
        quanti anni ora sono? Una sera...
        il bimbo era freddo, di neve;
        il bimbo era bianco, di cera:
        allora sonò la campana
        (perché non pareva lontana? )
        din don dan, din don dan.
        Sonavano a festa, come ora,
        per l'angiolo; il nuovo angioletto
        nel cielo volava a quell'ora;
        ma tu lo volevi al tuo petto,
        con noi, nella piccola zana:
        gridavi; e lassù la campana...
        din don dan, din don dan.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La Credenza

          È un ampio armadio scolpito; l'antica scura
          quercia ha preso una buon'aria di vecchia gente;
          l'armadio è aperto, e scioglie dentro l'ombratura
          come onda di vin vecchio, un profumo attraente.

          È un miscuglio di vecchie anticaglie, stipato
          di panni odorosi e gialli, di straccetti
          di donne e fanciulli, di appassiti merletti,
          di scialli di nonna col grifo pitturato;

          - Qui trovi ciocche di capelli bianche e bionde,
          i ritratti, i medaglioni, la frutta e i fiori
          secchi il cui profumo insieme si confonde.

          - Ne sai di storie, o mia credenza d'ore morte!
          Vorresti dirci i tuoi racconti, e fai rumori
          se lente s'aprono le grandi nere porte.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Colore di pioggia e di ferro

            Dicevi: morte, silenzio, solitudine;
            come amore, vita. Parole
            delle nostre provvisorie immagini.
            E il vento s'è levato leggero ogni mattina
            e il tempo colore di pioggia e di ferro
            è passato sulle pietre,
            sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
            Ancora la verità è lontana.
            E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
            e tu dalle mani grosse di sangue,
            come risponderò a quelli che domandano?
            Ora, ora: prima che altro silenzio
            entri negli occhi, prima che altro vento
            salga e altra ruggine fiorisca.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Il sabato del villaggio

              La donzelletta vien dalla campagna,
              In sul calar del sole,
              Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
              Un mazzolin di rose e di viole,
              Onde, siccome suole,
              Ornare ella si appresta
              Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
              Siede con le vicine
              Su la scala a filar la vecchierella,
              Incontro là dove si perde il giorno;
              E novellando vien del suo buon tempo,
              Quando ai dì della festa ella si ornava,
              Ed ancor sana e snella
              Solea danzar la sera intra di quei
              Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
              Già tutta l'aria imbruna,
              Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
              Giù dà colli e dà tetti,
              Al biancheggiar della recente luna.
              Or la squilla dà segno
              Della festa che viene;
              Ed a quel suon diresti
              Che il cor si riconforta.
              I fanciulli gridando
              Su la piazzuola in frotta,
              E qua e là saltando,
              Fanno un lieto romore:
              E intanto riede alla sua parca mensa,
              Fischiando, il zappatore,
              E seco pensa al dì del suo riposo.
              Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
              E tutto l'altro tace,
              Odi il martel picchiare, odi la sega
              Del legnaiuol, che veglia
              Nella chiusa bottega alla lucerna,
              E s'affretta, e s'adopra
              Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
              Questo di sette è il più gradito giorno,
              Pien di speme e di gioia:
              Diman tristezza e noia
              Recheran l'ore, ed al travaglio usato
              Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
              Garzoncello scherzoso,
              Cotesta età fiorita
              È come un giorno d'allegrezza pieno,
              Giorno chiaro, sereno,
              Che precorre alla festa di tua vita.
              Godi, fanciullo mio; stato soave,
              Stagion lieta è cotesta.
              Altro dirti non vò; ma la tua festa
              Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Canto primo

                Quando l'Eterno passeggiò col guardo
                Tutto il creato, diffondendo intorno
                Riso di pace, e fiammeggiar si vide
                Nè cieli il Sole, e rotear le stelle
                Dietro la dolce-radïante Luna
                Tra il fresco vel di solitaria notte,
                E germogliò natura, e al grigio capo
                Degli altissimi monti alberi eccelsi
                Fèro corona, e orrisonando udissi
                L'ampio padre Oceàn fremer da lungi;
                Sin da quel giorno d'aquilon su i vanni
                Scese Giustizia, e i fulmini guizzando
                Al fianco le strideano, i dispersi
                Crini eran cinti d'abbaglianti lampi.
                In alto assisa vide ergersi il fumo
                D'innocuo sangue, che fraterna mano
                Invida sparse, e dagli vacui abissi
                A tracannarlo, e tingersi le guance
                Morte ansante lanciossi: immerse allora
                La Dea nel sangue il brando, e a far vendetta
                Piombò su l'orbe, che tacque e crollò.
                Ma fra le colpe di natura infame
                Brutta d'orrore la tremenda Dea
                Si fè nel viso, e 'l lagrimato manto
                E le aggruppate chiome ad ogni scossa
                Grondavan sangue, e fra gemiti ed ululi
                S'udia l'inferno e la potenza eterna
                Bestemmiando invocati. - A un tratto sparve
                Contaminata la Giustizia fera,
                E al sozzo pondo dell'umane colpe
                Le suo immense bilance cigolaro;
                Balzò l'una alle sfere, e l'altra cadde
                Inabissata nel tartareo centro.

                L'Onnipossente dal più eccelso giro
                Della sua gloria, d'onde tutto move,
                Udì le strida del percosso mondo,
                E al ciel lanciarsi la ministra eterna
                Vide: accennò la fronte, e le soavi
                Arpe angeliche tacquero; e la faccia
                Prostraro i cherubini, e '1 firmamento
                Squassato s'incurvò. - Verrà quel giorno,
                Verrà quel giorno, disse Dio, che all'aere
                Ondeggeranno quasi lievi paglie
                L'audaci moli; le turrite cime,
                D'un astro allo strisciar, cenere e fumo
                Saranno a un tratto; tentennar vedrassi
                Orrisonante la sferrata terra,
                Che stritolata piomberà nel lembo
                D'antiqua notte, fra le cui tenèbre
                E Luna e Sol staran confusi e muti;
                Negro e sanguigno bollirà furente
                Lo spumante Oceàn, rigurgitando
                Dall'imo ventre polve e fracid'ossa,
                Che al rintronar di rantolosa tuba
                Rivestiran lor salma, e quai giganti
                Vedransi passeggiar su le ruine
                Dè globi inabissati! E morte e nulla
                Tutto sarà: precederammi il foco,
                Fia mio soglio Giustizia, e fianmi ancelle,
                Armate il braccio ed infiammato il volto,
                Ira e Paura! Ma Pietà sul mondo
                Scenda sino a quel giorno, e di tremenda
                Giustizia fermi l'instancabil brando.
                Disse; e Pietà, dei Serafin tra mille
                Voci di gaudio, dell'Eterno al trono
                Le ginocchia piegò; stese la palma
                Il Re dei re su la chinata testa,
                E l'unse del suo amor. Udissi allora
                Spontaneamente volteggiar pè cieli
                Inno sacro a Pietà: m'udite attenti
                E terra e mar, e canterò; m'udite,
                Chè questo è un inno che dal ciel discende.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Per non dimenticare...

                  E tutti
                  ci ricorderemo dove eravamo in quel
                  momento. Seduti in macchina a
                  cercar parcheggio, con la testa
                  tra i surgelati a cercar la
                  paella, davanti al computer a
                  cercare la frase giusta. Poi uno
                  squillo di telefonino, e
                  l'amico, il parente, il collega
                  che ti staccano una storia
                  inverosimile di aerei e
                  grattacieli, ma và via, dai,
                  lasciami perdere che oggi è già
                  una giornata difficile, ma lui
                  non ride e dice: ti giuro che è
                  vero. Ricorderemo l'istante
                  passato a cercare in quella voce
                  una qualunque sfumatura di
                  ironia, senza trovarla. Ti giuro
                  che è vero. E non dimenticheremo
                  la prima persona a cui abbiamo
                  telefonato, subito dopo, e
                  nemmeno quel pensiero -
                  immediato, sciocco ma
                  incredibilmente reale - "Dov'è
                  mio figlio? ", i miei figli, la
                  mamma, la fidanzata, domanda
                  inutile, perfino comica, lo
                  capisci subito dopo, ma intanto
                  è scattata - la Storia siamo
                  noi, è solo un verso di una
                  canzone di De Gregori, ma adesso
                  ho capito cosa voleva dire -
                  risvegliarsi con la Storia
                  addosso. Che vertigine.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
                    non dico che fosse come la mia ombra
                    mi stava accanto anche nel buio
                    non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
                    quando si dorme si perdono le mani e i piedi
                    io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

                    durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
                    non dico che fosse fame o sete o desiderio
                    del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
                    era qualcosa che non può giungere a sazietà
                    non era gioia o tristezza non era legata
                    alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
                    era in me e fuori di me.

                    Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
                    e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.
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