Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Prima colazione

Lui ha messo
Il caffè nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffè
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffellatte
Ha girato
Il cucchiaino
Ha bevuto il caffellatte
Ha posato la tazza
Senza parlarmi
S'è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo la cenere
Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S'è alzato
S'è messo
Sulla testa il cappello
S'è messo
L'impermeabile
Perché pioveva
E se n'è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare
Senza guardarmi,
E io mi son presa
La testa fra le mani
E ho pianto.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Viaggio a Montevideo

    Io vidi dal ponte della nave
    I colli di Spagna
    Svanire, nel verde
    Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
    Come una melodia:
    D'ignota scena fanciulla sola
    Come una melodia
    Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola...
    Illanguidiva la sera celeste sul mare:
    Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell'ale
    Varcaron lentamente in un azzurreggiare:...
    Lontani tinti dei varii colori
    Dai più lontani silenzii
    Ne la ceste sera varcaron gli uccelli d'oro: la nave
    Già cieca varcando battendo la tenebra
    Coi nostri naufraghi cuori
    Battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
    Ma un giorno
    Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
    Da gli occhi torbidi e angelici
    Dai seni gravidi di vertigine. Quando
    In una baia profonda di un'isola equatoriale
    In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
    Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
    Una bianca città addormentata
    Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
    Nel soffio torbido dell'equatore: finché
    Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
    Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
    Noi lasciammo la città equatoriale
    Verso l'inquieto mare notturno.
    Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
    gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
    Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
    Una fanciulla della razza nuova,
    Occhi lucenti e le vesti al vento! Ed ecco: selvaggia a la fine di un giorno che apparve
    La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
    E vidi come cavalle
    Vertiginose che si scioglievano le dune
    Verso la prateria senza fine
    Deserta senza le case umane
    E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
    Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
    Del continente nuovo la capitale marina.
    Limpido fresco ed elettrico era il lume
    Della sera e là le alte case parevan deserte
    Laggiù sul mar del pirata
    De la città abbandonata
    Tra il mare giallo e le dune...
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Tempi brutti per la poesia

      Sì, lo so: solo il felice
      È amato. La sua voce
      È ascoltata con piacere. La sua faccia è bella.

      L'albero deforme nel cortile
      È frutto del terreno cattivo, ma
      Quelli che passano gli danno dello storpio
      E hanno ragione.

      Le barche verdi e le vele allegre della baia
      Io non le vedo. Soprattutto
      Vedo la rete strappata del pescatore.
      Perché parlo solo del fatto
      Che la colona quarantenne cammina in modo curvo?
      I seni delle ragazze
      Sono caldi come sempre.

      Una rima in una mia canzone
      Mi sembrerebbe quasi una spavalderia.

      In me si combattono
      L'entusiasmo per il melo in fiore
      E il terrore per i discorsi dell'imbianchino. *
      Ma solo il secondo
      Mi spinge alla scrivania.

      * Con "l'imbianchino" Brecht si riferisce a Hitler.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Felicità raggiunta

        Felicità raggiunta, si cammina
        per te sul fil di lama.
        Agli occhi sei barlume che vacilla
        al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
        e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

        Se giungi sulle anime invase
        di tristezza e le schiari, il tuo mattino
        è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
        Ma nulla paga il pianto di un bambino
        a cui fugge il pallone tra le case.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          L'invetriata

          La sera fumosa d'estate
          Dall'alta invetriata mesce chiarori nell'ombra
          E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
          Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
          A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? C'è
          Nella stanza un odor di putredine: c'è
          Nella stanza una piaga rossa languente.
          Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
          E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c'è,
          Nel cuore della sera c'è,
          Sempre una piaga rossa languente.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Tu verrai comunque

            Tu verrai comunque
            perché dunque non ora?
            Ti attendo
            sono sfinita
            Ho spento il lume e aperto l'uscio
            a te, così semplice e prodigiosa.
            Prendi per questo l'aspetto che più ti aggrada
            irrompi come una palla avvelenata
            o insinuati furtiva come un freddo bandito
            o intossicami col delirio del tifo
            o con una storiella da te inventata
            e nota a tutti fino alla nausea
            che io veda la punta di un berretto turchino
            e il capopalazzo pallido di paura.
            Ora per me tutto è uguale
            turbina lo Enisej
            risplende la stella polare
            e annebbia un ultimo terrore
            l'azzurro bagliore di occhi addolorati.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              L'anguilla

              L'anguilla, la sirena
              dei mari freddi che lascia il Baltico
              per giungere ai nostri mari,
              ai nostri estuari, ai fiumi
              che risale in profondo, sotto la piena avversa,
              di ramo in ramo e poi
              di capello in capello, assottigliati,
              sempre piú addentro, sempre piú nel cuore
              del macigno, filtrando
              tra gorielli di melma finché un giorno
              una luce scoccata dai castagni
              ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta,
              nei fossi che declinano
              dai balzi d'Appennino alla Romagna;
              l'anguilla, torcia, frusta,
              freccia d'Amore in terra
              che solo i nostri botri o i disseccati
              ruscelli pirenaici riconducono
              a paradisi di fecondazione;
              l'anima verde che cerca
              vita là dove solo
              morde l'arsura e la desolazione,
              la scintilla che dice
              tutto comincia quando tutto pare
              incarbonirsi, bronco seppellito:
              l'iride breve, gemella
              di quella che incastonano i tuoi cigli
              e fai brillare intatta in mezzo ai figli
              dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
              non crederla sorella?
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