Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

Questo utente ha inserito contributi anche in Frasi & Aforismi, in Indovinelli, in Frasi di Film, in Umorismo, in Racconti, in Leggi di Murphy, in Frasi per ogni occasione e in Proverbi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Una Valentina

È scritta questa rima per colei i cui occhi
lucenti ed espressivi come i gemelli di Leda,
troveranno il suo stesso dolce nome annidato
sulla pagina, celato ad ogni lettore.
Osservate i versi attentamente! Vi è in essi
un tesoro divino - un talismano - un amuleto -
che si deve portare sul cuore. Osservate poi
il metro - le parole - le sillabe!
Nulla si tralasci, o sarà vana la fatica!
E non v'è, nondimeno, nessun nodo gordiano
che senza una spada non potreste disciogliere,
se solo n'afferraste il soggetto.
Tracciate sul foglio, scrutate da occhi
in cui l'anima balena, s'ascondono, perdute,
tre parole eloquenti, spesso dette e spesso udite
da un poeta a un poeta - e d'un poeta è anche il nome.
Le sue lettere, benché ingannino, ovviamente,
come il Cavalier Pinto - Mendez Ferdinando -
sono, invece, sinonimo del Vero. - Ora basta!
Pur facendo del vostro meglio, non sciogliereste l'indovinello.
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Silvana Stremiz

    Mehmet

    Da una parte gli aguzzini ci separano come un muro.
    Dall'altra questo cuore sciagurato mi ha fatto un brutto scherzo,
    mio piccolo,
    mio Mehmet,
    forse il destino m'impedirà di rivederti.
    Sarai un ragazzo, lo so,
    simile alla spiga di grano:
    biondo, snello, alto di statura.
    Ero così quand'ero giovane.
    I tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,
    con dentro talvolta uno strascico amaro di tristezza.
    Avrai una bella voce,
    la mia era atroce.
    La tua fronte sarà chiara.
    Le canzoni che canterai spezzeranno i cuori.
    Sarai un conversatore brillante.
    In questo ero maestro anch'io,
    quando la gente non m'irritava i nervi.
    Dalle tue labbra colerà il miele.
    Ah Mehmet,
    quanti cuori spezzerai!
    Non dare pena a tua madre.
    Tua madre, forte e dolce come la seta,
    sarà bella anche all'età delle nonne,
    come il primo giorno che la vidi.
    Aveva 17 anni,
    sulle rive del Bosforo.
    Era il chiaro di luna,
    era il chiaro del giorno,
    era simile a una susina dorata.
    Tua madre un giorno, come al solito, ci siamo lasciati:
    a stasera!
    Era per non rivederci mai più.
    Tua madre nella sua bontà
    la più saggia delle madri.
    Non ho paura di morire, figlio mio.
    Eppure malgrado tutto
    a volte trasalisco di colpo.
    Contare i giorni difficile.
    Non ci si può saziare della vita, Mehmet,
    non ci si può saziare.
    Non vivere a questo mondo come un inquilino.
    Vivi su questa terra come se fosse la casa di tuo padre.
    La nostra terra, la Turchia,
    un bel paese tra gli altri paesi,
    e i suoi uomini,
    quelli di buona lega,
    sono lavoratori pensosi e coraggiosi
    e atrocemente miserabili.
    Tu, il futuro,
    lo vedrai coi tuoi occhi,
    lo toccherai con le tue mani.
    Io forse morirò lontano dalla mia lingua,
    dalle mie canzoni,
    dal mio sale, dal mio pane,
    sentendo la nostalgia di tua madre e di te.
    Mehmet, piccolo mio,
    me ne vado. Sono calmo.
    La vita che si disperde in me si ritroverà in te,
    per lungo tempo.
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Silvana Stremiz

      Frammento: Anime gemelle

      Sono come uno spirito
      che nell'intimo del suo cuore ha dimorato,
      e le sue sensazioni ha percepito, e i suoi pensieri
      ha avuto, e conosciuto il più profondo impulso
      del suo animo: quel flusso silenzioso che al sangue solo
      è noto, quando tutte le emozioni
      in moltitudine descrivono la quiete di mari estivi.
      Io ho liberato le melodie preziose
      del suo profondo cuore: i battenti
      ho spalancato, e in esse mi sono rimescolato.
      Proprio come un'aquila nella pioggia del tuono,
      quando veste di lampi le ali.
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Silvana Stremiz

        Autobiografia (1962)

        Sono nato nel 1902
        non sono più tornato
        nella città natale
        non amo i ritorni indietro
        quando avevo tre anni
        abitavo Alep
        con mio nonno pascià
        a 19 anni studiavo a Mosca
        all'università comunista
        a 49 ero a Mosca di nuovo
        ospite del comitato centrale
        del partito comunista
        e dall'età di 14 anni
        faccio il poeta
        alcuni conoscon bene le varie specie
        delle piante altri quelle dei pesci
        io conosco le separazioni
        alcuni enumerano a memoria i nomi
        delle stelle io delle nostalgie
        ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
        ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
        e non c'è quasi pietanza
        che non abbia assaggiata
        quando avevo trent'anni hanno chiesto
        la mia impiccagione
        a 48 mi hanno proposto
        per la medaglia della Pace
        e me l'hanno data
        a 36 ho traversato in sei mesi
        i quattro metri quadrati
        di cemento
        della segregazione cellulare
        a 59 sono volato
        da Praga all'Avana
        in diciotto ore
        ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel '24
        e il mausoleo che visito sono i suoi libri
        han provato a strapparmi dal mio Partito
        e non ci son riusciti
        e non sono rimasto schiacciato
        sotto gl'idoli crollati
        nel 51 con un giovane compagno
        ho camminato verso la morte
        nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte
        per quattro mesi sdraiato sul dorso
        sono stato pazzamente geloso delle donne ch'ho amato
        non ho invidiato nemmeno Charlot
        ho ingannato le mie donne
        non ho sparlato degli amici
        dietro le loro spalle
        ho bevuto ma non sono stato un bevitore
        ho sempre guadagnato il mio pane
        col sudore della mia fronte
        che felicità
        mi sono vergognato per gli altri e ho mentito
        ho mentito per non far pena agli altri
        ma ho anche mentito
        senza nessun motivo
        ho viaggiato in treno in areoplano in macchina
        i più non possono farlo
        sono stato all'Opera
        i più non ci vanno non sanno
        nemmeno che cosa sia
        e dal '21 non sono entrato
        in certi luoghi frequentati dai più
        la moschea la sinagoga la chiesa
        il tempio i maghi le fattucchiere
        ma mi è capitato
        di far leggere la mia sorte
        nei fondi di caffè
        le mie poesie sono pubblicate
        in trenta o quaranta lingue
        ma nella mia Turchia
        nella mia lingua turca
        sono proibite
        il cancro non l'ho ancora avuto
        non è necessario che l'abbia
        non sarò primo ministro
        d'altronde non ne ho voglia
        anche non ho fatto la guerra
        non sono sceso nei ricoveri
        nel mezzo della notte
        non ho camminato per le vie
        sotto gli aerei in picchiata
        ma verso i sessant'anni mi sono innamorato
        in una parola compagni
        anche se oggi a Berlino sono sul punto
        di crepar di tristezza
        posso dire di aver vissuto
        da uomo
        e quanto vivrò ancora
        e quanto vedrò ancora
        chi sa.
        Vota la poesia: Commenta
          Scritta da: Silvana Stremiz

          Miei occhi e il cuore son venuti a patti (Sonetto 47)

          I miei occhi e il cuore son venuti a patti
          ed or ciascuno all'altro il suo ben riversa:
          se i miei occhi son desiosi di uno sguardo,
          o il cuore innamorato si distrugge di sospiri,
          gli occhi allor festeggian l'effigie del mio amore
          e al fantastico banchetto invitano il mio cuore;
          un'altra volta gli occhi son ospiti del cuore
          che a lor partecipa il suo pensier d'amore.
          Così, per la tua immagine o per il mio amore,
          anche se lontano sei sempre in me presente;
          perché non puoi andare oltre i miei pensieri
          e sempre io son con loro ed essi son con te;
          o se essi dormono, in me la tua visione
          desta il cuore mio a delizia sua e degli occhi.
          Vota la poesia: Commenta
            Scritta da: Silvana Stremiz

            In quanti modi ti amo?

            In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
            Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all'altezza
            Che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
            Agli scopi dell'Esistenza e della Grazia ideale.
            Ti amo al pari della più modesta necessità
            Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
            Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
            Ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
            Ti amo con la passione che gettavo
            Nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
            Ti amo di un amore che credevo perduto
            Insieme ai miei perduti santi, - ti amo col respiro,
            I sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! - e, se Dio vorrà,
            Ti amerò ancora di più dopo la morte.
            Vota la poesia: Commenta
              Scritta da: Silvana Stremiz

              Le ricordanze

              Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
              Tornare ancor per uso a contemplarvi
              Sul paterno giardino scintillanti,
              E ragionar con voi dalle finestre
              Di questo albergo ove abitai fanciullo,
              E delle gioie mie vidi la fine.
              Quante immagini un tempo, e quante fole
              Creommi nel pensier l'aspetto vostro
              E delle luci a voi compagne! Allora
              Che, tacito, seduto in verde zolla,
              Delle sere io solea passar gran parte
              Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
              Della rana rimota alla campagna!
              E la lucciola errava appo le siepi
              E in su l'aiuole, susurrando al vento
              I viali odorati, ed i cipressi
              Là nella selva; e sotto al patrio tetto
              Sonavan voci alterne, e le tranquille
              Opre dè servi. E che pensieri immensi,
              Che dolci sogni mi spirò la vista
              Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
              Che di qua scopro, e che varcare un giorno
              Io mi pensava, arcani mondi, arcana
              Felicità fingendo al viver mio!
              Ignaro del mio fato, e quante volte
              Questa mia vita dolorosa e nuda
              Volentier con la morte avrei cangiato.
              Né mi diceva il cor che l'età verde
              Sarei dannato a consumare in questo
              Natio borgo selvaggio, intra una gente
              Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
              Argomento di riso e di trastullo,
              Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
              Per invidia non già, che non mi tiene
              Maggior di sé, ma perché tale estima
              Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
              A persona giammai non ne fo segno.
              Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
              Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
              Tra lo stuol dè malevoli divengo:
              Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
              E sprezzator degli uomini mi rendo,
              Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
              Il caro tempo giovanil; più caro
              Che la fama e l'allor, più che la pura
              Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
              Senza un diletto, inutilmente, in questo
              Soggiorno disumano, intra gli affanni,
              O dell'arida vita unico fiore.
              Viene il vento recando il suon dell'ora
              Dalla torre del borgo. Era conforto
              Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
              Quando fanciullo, nella buia stanza,
              Per assidui terrori io vigilava,
              Sospirando il mattin. Qui non è cosa
              Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
              Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
              Dolce per sé; ma con dolor sottentra
              Il pensier del presente, un van desio
              Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
              Quella loggia colà, volta agli estremi
              Raggi del dì; queste dipinte mura,
              Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
              Su romita campagna, agli ozi miei
              Porser mille diletti allor che al fianco
              M'era, parlando, il mio possente errore
              Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
              Al chiaror delle nevi, intorno a queste
              Ampie finestre sibilando il vento,
              Rimbombaro i sollazzi e le festose
              Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
              Mistero delle cose a noi si mostra
              Pien di dolcezza; indelibata, intera
              Il garzoncel, come inesperto amante,
              La sua vita ingannevole vagheggia,
              E celeste beltà fingendo ammira.
              O speranze, speranze; ameni inganni
              Della mia prima età! Sempre, parlando,
              Ritorno a voi; che per andar di tempo,
              Per variar d'affetti e di pensieri,
              Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
              Son la gloria e l'onor; diletti e beni
              Mero desio; non ha la vita un frutto,
              Inutile miseria. E sebben vòti
              Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
              Il mio stato mortal, poco mi toglie
              La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
              A voi ripenso, o mie speranze antiche,
              Ed a quel caro immaginar mio primo;
              Indi riguardo il viver mio sì vile
              E sì dolente, e che la morte è quello
              Che di cotanta speme oggi m'avanza;
              Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
              Consolarmi non so del mio destino.
              E quando pur questa invocata morte
              Sarammi allato, e sarà giunto il fine
              Della sventura mia; quando la terra
              Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
              Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
              Risovverrammi; e quell'imago ancora
              Sospirar mi farà, farammi acerbo
              L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
              Del dì fatal tempererà d'affanno.
              E già nel primo giovanil tumulto
              Di contenti, d'angosce e di desio,
              Morte chiamai più volte, e lungamente
              Mi sedetti colà su la fontana
              Pensoso di cessar dentro quell'acque
              La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
              Malor, condotto della vita in forse,
              Piansi la bella giovanezza, e il fiore
              Dè miei poveri dì, che sì per tempo
              Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
              Sul conscio letto, dolorosamente
              Alla fioca lucerna poetando,
              Lamentai cò silenzi e con la notte
              Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
              In sul languir cantai funereo canto.
              Chi rimembrar vi può senza sospiri,
              O primo entrar di giovinezza, o giorni
              Vezzosi, inenarrabili, allor quando
              Al rapito mortal primieramente
              Sorridon le donzelle; a gara intorno
              Ogni cosa sorride; invidia tace,
              Non desta ancora ovver benigna; e quasi
              (Inusitata maraviglia! ) il mondo
              La destra soccorrevole gli porge,
              Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
              Suo venir nella vita, ed inchinando
              Mostra che per signor l'accolga e chiami?
              Fugaci giorni! A somigliar d'un lampo
              Son dileguati. E qual mortale ignaro
              Di sventura esser può, se a lui già scorsa
              Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
              Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
              O Nerina! E di te forse non odo
              Questi luoghi parlar? Caduta forse
              Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
              Che qui sola di te la ricordanza
              Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
              Questa Terra natal: quella finestra,
              Ond'eri usata favellarmi, ed onde
              Mesto riluce delle stelle il raggio,
              È deserta. Ove sei, che più non odo
              La tua voce sonar, siccome un giorno,
              Quando soleva ogni lontano accento
              Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
              Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
              Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
              Il passar per la terra oggi è sortito,
              E l'abitar questi odorati colli.
              Ma rapida passasti; e come un sogno
              Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
              La gioia ti splendea, splendea negli occhi
              Quel confidente immaginar, quel lume
              Di gioventù, quando spegneali il fato,
              E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
              L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
              Se a radunanze io movo, infra me stesso
              Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
              Tu non ti acconci più, tu più non movi.
              Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
              Van gli amanti recando alle fanciulle,
              Dico: Nerina mia, per te non torna
              Primavera giammai, non torna amore.
              Ogni giorno sereno, ogni fiorita
              Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
              Dico: Nerina or più non gode; i campi,
              L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
              Sospiro mio: passasti: e fia compagna
              D'ogni mio vago immaginar, di tutti
              I miei teneri sensi, i tristi e cari
              Moti del cor, la rimembranza acerba.
              Vota la poesia: Commenta