Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Al mare (o quasi)

L'ultima cicala stride
sulla scorza gialla dell'eucalipto
i bambini raccolgono pinòli
indispensabili per la galantina
un cane alano urla dall'inferriata
di una villa ormai disabitata
le ville furono costruite dai padri
ma i figli non le hanno volute
ci sarebbe spazio per centomila terremotati
di qui non si vede nemmeno la proda
se può chiamarsi cosí quell'ottanta per cento
ceduta in uso ai bagnini
e sarebbe eccessivo pretendervi
una pace alcionica
il mare è d'altronde infestato
mentre i rifiuti in totale
formano ondulate collinette plastiche
esaurite le siepi hanno avuto lo sfratto
i deliziosi figli della ruggine
gli scriccioli o reatini come spesso
li citano i poeti. E c'è anche qualche boccio
di magnolia l'etichetta di un pediatra
ma qui i bambini volano in bicicletta
e non hanno bisogno delle sue cure
Chi vuole respirare a grandi zaffate
la musa del nostro tempo la precarietà
può passare di qui senza affrettarsi
è il colpo secco quello che fa orrore
non già l'evanescenza il dolce afflato del nulla
Hic manebimus se vi piace non proprio
ottimamente ma il meglio sarebbe troppo simile
alla morte ( e questa piace solo ai giovani)
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La morte di Tantalo

    Noi sedemmo sull'orlo
    della fontana nella vigna d'oro.
    Sedemmo lacrimosi in silenzio.
    Le palpebre della mia dolce amica
    si gonfiavano dietro le lagrime
    come due vele
    dietro una leggera brezza marina.
    Il nostro dolore non era dolore d'amore
    né dolore di nostalgia
    né dolore carnale.
    Noi morivamo tutti i giorni
    cercando una causa divina
    il mio dolce bene ed io.

    Ma quel giorno già vanía
    e la causa della nostra morte
    non era stata rivenuta.

    E calò la sera su la vigna d'oro
    e tanto essa era oscura
    che alle nostre anime apparve
    una nevicata di stelle.

    Assaporammo tutta la notte
    i meravigliosi grappoli.
    Bevemmo l'acqua d'oro,
    e l'alba ci trovò seduti
    sull'orlo della fontana
    nella vigna non piú d'oro.

    O dolce mio amore,
    confessa al viandante
    che non abbiamo saputo morire
    negandoci il frutto saporoso
    e l'acqua d'oro, come la luna.

    E aggiungi che non morremo piú
    e che andremo per la vita
    errando per sempre.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      Darei valore alle cose non per quello che valgono
      ma per quello che significano.

      Dormirei poco, sognerei di più.

      So che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi
      perdiamo 60 secondi di luce di cioccolata.

      Se Dio mi concedesse un brandello di vita,
      vestito con abiti semplici, mi sdraierei, al sole
      e lascerei a nudo non solo il mio corpo
      ma anche la mia anima.

      Dio mio, se avessi cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio
      e aspetterei che si alzasse il sole.

      Dipingerei le stelle con un sogno di Van Gogh.
      con un poema di Benedetti, una canzone di Serrat
      sarebbe la mia serenata alla luna.

      Bagnerei con le mie lacrime le rose
      per sentire il dolore delle spine
      ed il bacio vermiglio dei petali.

      Dio mio, se io avessi ancora un brandello di vita
      non lascerei passare un solo giorno
      senza dire alla gente che io amo, io amo la gente.

      Convincerei ogni uomo ed ogni donna
      che sono i miei favoriti
      e vivrei innamorato dell'amore.

      E dimostrerei agli uomini quanto sbagliano
      quando pensano di smettere di innamorarsi
      quando invecchiano senza sapere che invecchiano
      quando smettono di innamorarsi.

      Darei ad ogni bambino le ali
      ma lo lascerei imparare, da solo, a volare.

      Ai vecchi insegnerei che la morte
      non arriva con la vecchiaia ma con l'oblio.

      Ho imparato molte cose da voi, dagli uomini...
      Ho imparato che tutti, al mondo,
      vogliono vivere in cima alla montagna
      senza sapere che la vera felicità
      sta in come si sale la china.

      Ho imparato che quando un neonato afferra,
      per la prima volta, con il suo piccolo pugno,
      il dito di suo padre, lo terrà prigioniero per sempre.

      Ho imparato che un uomo
      ha diritto di guardare un altro uomo
      dall'alto verso il basso solo quando lo aiuta a rialzarsi.

      Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi
      ma non mi serviranno davvero più a molto
      perché quando guarderanno in questa mia valigia,
      infelicemente io starò morendo.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Ti sei stancata di portare il mio peso

        Ti sei stancata di portare il mio peso
        ti sei stancata delle mie mani
        dei miei occhi della mia ombra
        dei miei tradimenti
        le mie parole erano incendi
        le mie parole erano pozzi profondi
        le mie parole erano stanchezza, noia serale,
        un giorno improvvisamente
        sentirai dentro di te
        il peso dei miei passi
        che si allontanano esitando
        quel peso sarà quello più grave.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          L'amor mio è vestita di luce

          L'amor mio è vestita di luce
          In mezzo ai meli
          Dove i lieti venti più bramano
          Di correre insieme.

          Là dove i venti lieti restano un poco
          A corteggiare le giovani foglie,
          L'amor mio va lentamente, china
          Alla propria ombra sull'erba;

          Là, dove il cielo è una coppa azzurrina
          Rovescia sulla terra ridente,
          Va l'amor mio luminoso, sostenendo
          Con garbo la veste.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Per quel giorno, se mai verrà quel giorno (Sonetto 49)

            Per quel giorno, se mai verrà quel giorno,
            in cui ti vedrò accigliare ad ogni mio difetto,
            e chiuderà il tuo amore il suo conto estremo
            spinto a tal giudizio da sagge riflessioni:
            per quel giorno in cui m'incontrerai da estraneo
            senza volgere al mio viso il sole dei tuoi occhi,
            e l'amor, mutato da quel era un tempo,
            troverà ragioni di una certa gravità:
            per quel giorno, dovrò cercare asilo
            dentro la coscienza dei miei soli meriti,
            e alzerò davanti a me questa mia mano
            per parare quanto addurrai a tua ragione.
            Per lasciar me miserabile tu hai la forza delle leggi
            mentre io d'esser amato non posso vantar diritti.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Noi saremo

              Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
              che certo guarderanno male la nostra gioia,

              talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?
              Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

              che la speranza addita, senza badare affatto
              che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

              Nell'amore isolati come in un bosco nero,
              i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

              saranno due usignoli che cantan nella sera.
              Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

              non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
              accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

              Uniti dal più forte, dal più caro legame,
              e inoltre ricoperti di una dura corazza,
              sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

              Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
              per noi ha stabilito, cammineremo insieme
              la mano nella mano, con l'anima infantile
              di quelli che si amano in modo puro, vero?
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

                Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
                Silenziosa luna?
                Sorgi la sera, e vai,
                Contemplando i deserti; indi ti posi.
                Ancor non sei tu paga
                Di riandare i sempiterni calli?
                Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
                Di mirar queste valli?
                Somiglia alla tua vita
                La vita del pastore.
                Sorge in sul primo albore;
                Move la greggia oltre pel campo, e vede
                Greggi, fontane ed erbe;
                Poi stanco si riposa in su la sera:
                Altro mai non ispera.
                Dimmi, o luna: a che vale
                Al pastor la sua vita,
                La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
                Questo vagar mio breve,
                Il tuo corso immortale?
                Vecchierel bianco, infermo,
                Mezzo vestito e scalzo,
                Con gravissimo fascio in su le spalle,
                Per montagna e per valle,
                Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
                Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
                L'ora, e quando poi gela,
                Corre via, corre, anela,
                Varca torrenti e stagni,
                Cade, risorge, e più e più s'affretta,
                Senza posa o ristoro,
                Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
                Colà dove la via
                E dove il tanto affaticar fu volto:
                Abisso orrido, immenso,
                Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
                Vergine luna, tale
                È la vita mortale.
                Nasce l'uomo a fatica,
                Ed è rischio di morte il nascimento.
                Prova pena e tormento
                Per prima cosa; e in sul principio stesso
                La madre e il genitore
                Il prende a consolar dell'esser nato.
                Poi che crescendo viene,
                L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
                Con atti e con parole
                Studiasi fargli core,
                E consolarlo dell'umano stato:
                Altro ufficio più grato
                Non si fa da parenti alla lor prole.
                Ma perché dare al sole,
                Perché reggere in vita
                Chi poi di quella consolar convenga?
                Se la vita è sventura
                Perché da noi si dura?
                Intatta luna, tale
                È lo stato mortale.
                Ma tu mortal non sei,
                E forse del mio dir poco ti cale.
                Pur tu, solinga, eterna peregrina,
                Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
                Questo viver terreno,
                Il patir nostro, il sospirar, che sia;
                Che sia questo morir, questo supremo
                Scolorar del sembiante,
                E perir dalla terra, e venir meno
                Ad ogni usata, amante compagnia.
                E tu certo comprendi
                Il perché delle cose, e vedi il frutto
                Del mattin, della sera,
                Del tacito, infinito andar del tempo.
                Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
                Rida la primavera,
                A chi giovi l'ardore, e che procacci
                Il verno cò suoi ghiacci.
                Mille cose sai tu, mille discopri,
                Che son celate al semplice pastore.
                Spesso quand'io ti miro
                Star così muta in sul deserto piano,
                Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
                Ovver con la mia greggia
                Seguirmi viaggiando a mano a mano;
                E quando miro in cielo arder le stelle;
                Dico fra me pensando:
                A che tante facelle?
                Che fa l'aria infinita, e quel profondo
                Infinito seren? Che vuol dir questa
                Solitudine immensa? Ed io che sono?
                Così meco ragiono: e della stanza
                Smisurata e superba,
                E dell'innumerabile famiglia;
                Poi di tanto adoprar, di tanti moti
                D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
                Girando senza posa,
                Per tornar sempre là donde son mosse;
                Uso alcuno, alcun frutto
                Indovinar non so. Ma tu per certo,
                Giovinetta immortal, conosci il tutto.
                Questo io conosco e sento,
                Che degli eterni giri,
                Che dell'esser mio frale,
                Qualche bene o contento
                Avrà fors'altri; a me la vita è male.
                O greggia mia che posi, oh te beata,
                Che la miseria tua, credo, non sai!
                Quanta invidia ti porto!
                Non sol perché d'affanno
                Quasi libera vai;
                Ch'ogni stento, ogni danno,
                Ogni estremo timor subito scordi;
                Ma più perché giammai tedio non provi.
                Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
                Tu sè queta e contenta;
                E gran parte dell'anno
                Senza noia consumi in quello stato.
                Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
                E un fastidio m'ingombra
                La mente, ed uno spron quasi mi punge
                Sì che, sedendo, più che mai son lunge
                Da trovar pace o loco.
                E pur nulla non bramo,
                E non ho fino a qui cagion di pianto.
                Quel che tu goda o quanto,
                Non so già dir; ma fortunata sei.
                Ed io godo ancor poco,
                O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
                Se tu parlar sapessi, io chiederei:
                Dimmi: perché giacendo
                A bell'agio, ozioso,
                S'appaga ogni animale;
                Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
                Forse s'avess'io l'ale
                Da volar su le nubi,
                E noverar le stelle ad una ad una,
                O come il tuono errar di giogo in giogo,
                Più felice sarei, dolce mia greggia,
                Più felice sarei, candida luna.
                O forse erra dal vero,
                Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
                Forse in qual forma, in quale
                Stato che sia, dentro covile o cuna,
                È funesto a chi nasce il dì natale.
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