Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Nelle mie braccia tutta nuda

Nelle mie braccia tutta nuda
la città la sera e tu
il tuo chiarore l'odore dei tuoi capelli
si riflettono sul mio viso.

Di chi è questo cuore che batte
più forte delle voci e dell'ansito?
È tuo è della città è della notte
o forse è il mio cuore che batte forte?

Dove finisce la notte
dove comincia la città?
Dove finisce la città dove cominci tu?
Dove comincio e finisco io stesso?
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Il Cavallino

    O bel clivo fiorito Cavallino
    ch'io varcai cò leggiadri eguali a schiera
    al mio bel tempo; chi sa dir se l'era
    d'olmo la tua parlante ombra o di pino?
    Era busso ricciuto o biancospino,
    da cui dorata trasparia la sera?
    C'è un campanile tra una selva nera,
    che canta, bianco, l'inno mattutino?
    Non so: ché quando a te s'appressa il vano
    desìo, per entro il cielo fuggitivo
    te vedo incerta vision fluire.
    So ch'or sembri il paese allor lontano
    lontano, che dal tuo fiorito clivo
    io rimirai nel limpido avvenire.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      A quelli nati dopo di noi

      Veramente, vivo in tempi bui!
      La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
      indica insensibilità. Colui che ride
      probabilmente non ha ancora ricevuto
      la terribile notizia.

      Che tempi sono questi in cui
      un discorso sugli alberi è quasi un reato
      perché comprende il tacere su così tanti crimini!
      Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
      forse non è più raggiungibile per i suoi amici
      che soffrono?

      È vero: mi guadagno ancora da vivere
      ma credetemi: è un puro caso. Niente
      di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
      Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)

      Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
      Ma come posso mangiare e bere se
      ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
      il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
      Eppure mangio e bevo.

      Mi piacerebbe anche essere saggio.
      Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
      tenersi fuori dai guai del mondo e passare
      il breve periodo senza paura.

      Anche fare a meno della violenza
      ripagare il male con il bene
      non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
      questo è ritenuto saggio.
      Tutto questo non mi riesce:
      veramente, vivo in tempi bui!

      Voi, che emergerete dalla marea
      nella quale noi siamo annegati
      ricordate
      quando parlate delle nostre debolezze
      anche i tempi bui
      ai quali voi siete scampati.

      Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
      attraverso le guerre delle classi, disperati
      quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

      Eppure sappiamo:
      anche l'odio verso la bassezza
      distorce i tratti del viso.
      Anche l'ira per le ingiustizie
      rende la voce rauca. Ah, noi
      che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
      noi non potevamo essere gentili.

      Ma voi, quando sarà venuto il momento
      in cui l'uomo è amico dell'uomo
      ricordate noi
      Con indulgenza.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Passato

        I ricordi, queste ombre troppo lunghe
        del nostro breve corpo,
        questo strascico di morte
        che noi lasciamo vivendo
        i lugubri e durevoli ricordi,
        eccoli già apparire:
        melanconici e muti
        fantasmi agitati da un vento funebre.
        E tu non sei più che un ricordo.
        Sei trapassata nella mia memoria.
        Ora sì, posso dire che
        che m'appartieni
        e qualche cosa fra di noi è accaduto
        irrevocabilmente.
        Tutto finì, così rapito!
        Precipitoso e lieve
        il tempo ci raggiunse.
        Di fuggevoli istanti ordì una storia
        ben chiusa e triste.
        Dovevamo saperlo che l'amore
        brucia la vita e fa volare il tempo.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore,
          Poi, sarò pronta ad andare!
          Solo un'occhiata ai Cavalli -
          In fretta! Potrà bastare!
          Mettimi dal lato più sicuro -
          Così non cadrò -
          Visto che dobbiamo cavalcare verso il Giudizio -
          E una parte, è in discesa -
          Ma non mi curo dei precipizi -
          E non mi curo del Mare -
          Sorretta saldamente nell'Immortale Corsa -
          Dalla mia stessa Scelta, e da Te -
          Addio alla Vita che ho vissuto -
          E al Mondo che ho conosciuto -
          E Baciate le Colline, per me, basta una volta -
          Ora - sono pronta ad andare!
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Ballata delle madri

            Mi domando che madri avete avuto.
            Se ora vi vedessero al lavoro
            in un mondo a loro sconosciuto,
            presi in un giro mai compiuto
            d'esperienze così diverse dalle loro,
            che sguardo avrebbero negli occhi?
            Se fossero lì, mentre voi scrivete
            il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
            o lo passate a redattori rotti
            a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

            Madri vili, con nel viso il timore
            antico, quello che come un male
            deforma i lineamenti in un biancore
            che li annebbia, li allontana dal cuore,
            li chiude nel vecchio rifiuto morale.
            Madri vili, poverine, preoccupate
            che i figli conoscano la viltà
            per chiedere un posto, per essere pratici,
            per non offendere anime privilegiate,
            per difendersi da ogni pietà.

            Madri mediocri, che hanno imparato
            con umiltà di bambine, di noi,
            un unico, nudo significato,
            con anime in cui il mondo è dannato
            a non dare né dolore né gioia.
            Madri mediocri, che non hanno avuto
            per voi mai una parola d'amore,
            se non d'un amore sordidamente muto
            di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
            impotenti ai reali richiami del cuore.

            Madri servili, abituate da secoli
            a chinare senza amore la testa,
            a trasmettere al loro feto
            l'antico, vergognoso segreto
            d'accontentarsi dei resti della festa.
            Madri servili, che vi hanno insegnato
            come il servo può essere felice
            odiando chi è, come lui, legato,
            come può essere, tradendo, beato,
            e sicuro, facendo ciò che non dice.

            Madri feroci, intente a difendere
            quel poco che, borghesi, possiedono,
            la normalità e lo stipendio,
            quasi con rabbia di chi si vendichi
            o sia stretto da un assurdo assedio.
            Madri feroci, che vi hanno detto:
            Sopravvivete! Pensate a voi!
            Non provate mai pietà o rispetto
            per nessuno, covate nel petto
            la vostra integrità di avvoltoi!

            Ecco, vili, mediocri, servi,
            feroci, le vostre povere madri!
            Che non hanno vergogna a sapervi
            – nel vostro odio – addirittura superbi,
            se non è questa che una valle di lacrime.
            È così che vi appartiene questo mondo:
            fatti fratelli nelle opposte passioni,
            o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
            a essere diversi: a rispondere
            del selvaggio dolore di esser uomini.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              Les enfants qui s'aiment s'embrassent debout
              Contre les portes de la nuit
              Et les passants qui passent les désignent du doigt
              Mais les enfants qui s'aiment
              Ne sont là pour personne
              Et c'est seulement leur ombre
              Qui tremble dans la nuit
              Excitant la rage des passants
              Leur rage leur mépris leurs rires et leur envie
              Les enfants qui s'aiment ne sont là pour personne
              Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
              Bien plus haut que le jour
              Dans l'éblouissante clarté de leur premier amour.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                La via del rifugio

                Trenta quaranta,
                tutto il Mondo canta
                canta lo gallo
                risponde la gallina...

                Socchiusi gli occhi, sto
                supino nel trifoglio,
                e vedo un quatrifoglio
                che non raccoglierò.

                Madama Colombina
                s'affaccia alla finestra
                con tre colombe in testa:
                passan tre fanti...

                Belle come la bella
                vostra mammina, come
                il vostro caro nome,
                bimbe di mia sorella!

                ... su tre cavalli bianchi:
                bianca la sella
                bianca la donzella
                bianco il palafreno...

                Ne fare il giro a tondo
                estraggono le sorti.
                (I bei capelli corti
                come caschetto biondo

                rifulgono nel sole. )
                Estraggono a chi tocca
                la sorte, in filastrocca
                segnado le parole.

                Socchiudo gli occhi, estranio
                ai casi della vita.
                Sento fra le mie dita
                la forma del mio cranio...

                Ma dunque esisto! O Strano!
                Vive tra il Tutto e il Niente
                questa cosa vivente
                detta guidogozzano!

                Resupino sull'erba
                (ho detto che non voglio
                raccorti, o quatrifoglio)
                non penso a che mi serba

                la Vita. Oh la carezza
                dell'erba! Non agogno
                cha la virtù del sogno:
                l'inconsapevolezza.

                Bimbe di mia sorella,
                e voi, senza sapere
                cantate al mio piacere
                la sua favola bella.

                Sognare! Oh quella dolce
                Madama Colombina
                protesa alla finestra
                con tre colombe in testa!

                Sognare. Oh quei tre fanti
                su tre cavalli bianchi:
                bianca la sella,
                bianca la donzella!

                Chi fu l'anima sazia
                che tolse da un affresco
                o da un missale il fresco
                sogno di tanta grazia?

                A quanti bimbi morti
                passò di bocca in bocca
                la bella filastrocca
                signora delle sorti?

                Da trecent'anni, forse,
                da quattrocento e più
                si canta questo canto
                al gioco del cucù.

                Socchiusi gli occhi, sto
                supino nel trifoglio,
                e vedo un quatrifoglio
                che non raccoglierò.

                L'aruspice mi segue
                con l'occhio d'una donna...
                Ancora si prosegue
                il canto che m'assonna.

                Colomba colombita
                Madama non resiste,
                discende giù seguita
                da venti cameriste,

                fior d'aglio e fior d'aliso,
                chi tocca e chi non tocca...
                La bella filastrocca
                si spezza d'improvviso.

                "Una farfalla! " "Dài!
                Dài! " - Scendon pel sentiere
                le tre bimbe leggere
                come paggetti gai.

                Una Vanessa Io
                nera come il carbone
                aleggia in larghe rote
                sul prato solatio,

                ed ebra par che vada.
                Poi - ecco - si risolve
                e ratta sulla polvere
                si posa della strada.

                Sandra, Simona, Pina
                silenziose a lato
                mettonsile in agguato
                lungh'essa la cortina.

                Belle come la bella
                vostra mammina, come
                il vostro caro nome
                bimbe di mia sorella!

                Or la Vanessa aperta
                indugia e abbassa l'ali
                volgendo le sue frali
                piccole antenne all'erta.

                Ma prima la Simona
                avanza, ed il cappello
                toglie ed il braccio snello
                protende e la persona.

                Poi con pupille intente
                il colpo che non falla
                cala sulla farfalla
                rapidissimamente.

                "Presa! " Ecco lo squillo
                della vittoria. "Aiuto!
                È tutta di velluto:
                Oh datemi uno spillo! "

                "Che non ti sfugga, zitta! "
                S'adempie la condanna
                terribile; s'affanna
                la vittima trafitta.

                Bellissima. D'inchiostro
                l'ali, senza rintocchi,
                avvivate dagli occhi
                d'un favoloso mostro.

                "Non vuol morire! " "Lesta!
                Ché soffre ed ho rimorso!
                Trapassale la testa!
                Ripungila sul dorso! "

                Non vuol morire! Oh strazio
                d'insetto! Oh mole immensa
                di dolore che addensa
                il Tempo nello Spazio!

                A che destino ignoto
                si soffre? Va dispersa
                la lacrima che versa
                l'Umanità nel vuoto?

                Colombina colombita
                Madama non resiste:
                discende giù seguita
                da venti cameriste...

                Sognare! Il sogno allenta
                la mente che prosegue:
                s'adagia nelle tregue
                l'anima sonnolenta,

                siccome quell'antico
                brahamino del Pattarsy
                che per racconsolarsi
                si fissa l'umbilico.

                Socchiudo gli occhi, estranio
                ai casi della vita;
                sento fra le mie dita
                la forma del mio cranio.

                Verrà da sé la cosa
                vera chiamata Morte:
                che giova ansimar forte
                per l'erta faticosa?

                Trenta quaranta
                tutto il Mondo canta
                canta lo gallo
                canta la gallina...

                La Vita? Un gioco affatto
                degno di vituperio,
                se si mantenga intatto
                un qualche desiderio.

                Un desiderio? Sto
                supino nel trifoglio
                e vedo un quatrifoglio
                che non raccoglierò.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Edge

                  The woman is perfected.
                  Her dead
                  Body wears the smile of accomplishment,
                  The illusion of a Greek necessity
                  Flows in the scrolls of her toga,
                  Her bare
                  Feet seem to be saying:
                  We have come so far, it is over.
                  Each dead child coiled, a white serpent,
                  One at each little
                  Pitcher of milk, now empty.
                  She has folded
                  Them back into her body as petals
                  Of a rose close when the garden
                  Stiffens and odors bleed
                  From the sweet, deep throats of the night flower.
                  The moon has nothing to be sad about,
                  Staring from her hood of bone.
                  She is used to this sort of thing.
                  Her blacks crackle and drag.
                  Orlo
                  -Sylvia Plath

                  La donna è a perfezione.
                  Il suo morto

                  Corpo ha il sorriso del compimento,
                  un'illusione di greca necessità

                  scorre lungo i drappeggi della sua toga,
                  i suoi nudi

                  piedi sembran dire:
                  abbiamo tanto camminato, è finita.

                  Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
                  come un bianco serpente a una delle due piccole

                  tazze del latte, ora vuote.
                  Lei li ha riavvolti

                  Dentro il suo corpo come petali
                  di una rosa richiusa quando il giardino

                  s'intorpidisce e sanguinano odori
                  dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

                  Niente di cui rattristarsi ha la luna
                  che guarda dal suo cappuccio d'osso.

                  A certe cose è ormai abituata.
                  Crepitano, si tendono le sue macchie nere.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    Se tu dovessi venire in autunno
                    mi leverei di torno l'estate
                    con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
                    come fa la massaia con la mosca.

                    Se entro un anno potessi rivederti,
                    avvolgerei in gomitoli i mesi,
                    per poi metterli in cassetti separati -
                    per paura che i numeri si mescolino.

                    Se mancassero ancora alcuni secoli,
                    li conterei ad uno ad uno sulla mano -
                    sottraendo, finché non mi cadessero
                    le dita nella terra della Tasmania.

                    Se fossi certa che, finita questa vita,
                    io e te vivremo ancora -
                    come una buccia la butterei lontano -
                    e accetterei l'eternità all'istante.

                    Ma ora, incerta della dimensione
                    di questa che sta in mezzo,
                    la soffro come l'ape-spiritello
                    che non preannuncia quando pungerà.
                    (dedicata a F. )
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