Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com'è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Dovrei paragonarti ad un giorno d'estate? (Sonetto 18)
Dovrei paragonarti ad un giorno d'estate? Tu sei ben più raggiante e mite: venti furiosi scuotono le tenere gemme di maggio e il corso dell'estate ha vita troppo breve: talvolta troppo cocente splende l'occhio del cielo e spesso il suo volto d'oro si rabbuia e ogni bello talvolta da beltà si stacca, spoglio dal caso o dal mutevol corso di natura. Ma la tua eterna estate non dovrà sfiorire nè perdere possesso del bello che tu hai; nè morte vantarsi che vaghi nella sua ombra, perché al tempo contrasterai la tua eternità: finché ci sarà un respiro od occhi per vedere questi versi avranno luce e ti daranno vita.
Bevo a una casa distrutta, alla mia vita sciagurata, a solitudini vissute in due e bevo anche a te: all'inganno di labbra che tradirono, al morto gelo dei tuoi occhi, ad un mondo crudele e rozzo, ad un Dio che non ci ha salvato.
Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza sulle spalle
Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata Qui non si sente altro che il caldo buono Sto con le quattro capriole di fumo del focolare.
A lungo durerà il mio viaggio e lunga è la via da percorrere.
Uscii sul mio carro ai primi albori del giorno, e proseguii il mio viaggio attraverso i deserti del mondo lasciai la mia traccia su molte stelle e pianeti.
Sono le vie più remote che portano più vicino a te stesso; è con lo studio più arduo che si ottiene la semplicità d'una melodia.
Il viandante deve bussare a molte porte straniere per arrivare alla sua, e bisogna viaggiare per tutti i mondi esteriori per giungere infine al sacrario più segreto all'interno del cuore.
I miei occhi vagarono lontano prima che li chiudessi dicendo: "Eccoti! "
Il grido e la domanda: "Dove? " si sciolgono nelle lacrime di mille fiumi e inondano il mondo con la certezza: " lo sono! "
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.
Per un tuo sospiro io do sfogo a viventi note di gioia o di dolore. Sono una sola cosa col tuo canto, che sia mattutino o notturno, che entri tra i raggi del sole o tra le ombre della sera... Se dovessi Perdermi nella fuga di questa musica, non ne patirei, tanto questa melodia m'è cara.
Sei comparsa al portone in un vestito rosso per dirmi che sei fuoco che consuma e riaccende.
Una spina mi ha punto delle tue rose rosse perché succhiassi al dito, come già tuo, il mio sangue.
Percorremmo la strada che lacera il rigoglio della selvaggia altura, ma già da molto tempo sapevo che soffrendo con temeraria fede, l'età per vincere non conta.
Era di lunedì, per stringerci le mani e parlare felici non si trovò rifugio che in un giardino triste della città convulsa.
Ti vidi una volta, una sola volta –anni fa: non voglio dir quanti – non molti, tuttavia. Era notte, di Luglio; e dalla grande luna piena che, come la tua anima, ricercava, elevandosi, un suo erto sentiero per l'arco del cielo, piovve un serico argenteo velo di luce, con sé recando requie, grave afa e sopore, sui sollevati visi d'almeno mille rose che s'affollavano in un incantato giardino, che nessun vento – se non in punta di piedi – osava agitare. E cadde su quei visi di rose levati al cielo, che in cambio restituirono, per l'amorosa luce, le loro anime stesse odorose, in estatica morte. Cadde su quei visi di rose levati al cielo, che sorridendo morirono, in quel chiuso giardino, da te incantati, da quella poesia che tu eri. In bianca veste, sopra una sponda di viole, ti vidi reclina, mentre che quella luce lunare cadeva sui visi sollevati delle rose, e sul tuo, sul tuo viso –ahimé, dolente! Non fu il Destino che, in quella notte di Luglio, non fu forse il Destino ( e Dolore è l'altro suo nome) che m'arrestò, davanti a quel giardino, a respirar l'incenso di quelle rose addormentate? Non un passo nel silenzio: dormiva l'odiato mondo, tranne io e te. M'arrestai, guardai e ogni cosa in un attimo disparve (Oh, ricorda ch'era un magico giardino! ) Si spense il perlaceo lume della luna: non più vidi sponde muscose, tortuosi sentieri, i lieti fiori e gli alberi gementi; e moriva quel profumo stesso delle rose tra le braccia dell'aria innamorata. Tutto svaniva fuor che tu sola – una parte anzi di te: fuor che quella divina luce nei tuoi occhi- fuor che la tua anima nei tuoi occhi alzati al cielo. Quelli io vedevo e non altro – l'intero mondo per me. Quelli io vedevo e non altro – e così per molte ore- quelli solo io vedevo – finché la luna non tramontò. Quali selvagge storie del cuore erano inscritte in quelle celestiali sfere di cristallo! Quale fosco dolore! E sublime speranza! Quale tacito e pacato mare d'orgoglio! Quale audace ambizione! E che profonda- insondabile capacità d'amore! Ma disparve infine Diana alla mia vista, velata in un giaciglio di scure nuvole a ponente; e tu – uno spettro – tra i sepolcrali alberi ti dileguasti. Solo i tuoi occhi rimasero. Essi non vollero andar via – mai più disparvero. Quella notte illuminando il mio solingo cammino, non più mi lasciarono (come invece, ahimé, le speranze! ). Ovunque mi seguono, mi guidano negli anni. Sono i miei ministri – ma io il loro schiavo. Loro compito è d'illuminarmi, d'infiammarmi, e mio dovere è d'esser salvato da quella luce, in quel loro elettrico fuoco purificato, in quel loro elisio fuoco santificato. Mi colmano l'anima di beltà, di speranza – su nel cielo – le stelle a cui mi prostro nelle tristi, mute veglie delle mie notti; e nel meridiano splendore el giorno ancora io le vedo – due fulgenti e dolci Veneri, che il sole non può oscurare.
Tu che t'insinuasti come una lama Nel mio cuore gemente; tu che forte Come un branco di demoni venisti A fare folle e ornata, del mio spirito Umiliato il tuo letto e il regno-infame A cui, come il forzato alla catena, Sono legato: come alla bottiglia L'ubriacone; come alla carogna I vermi; come al gioco l'ostinato Giocatore - che sia maledetta. Ho chiesto alla fulminea spada, allora, Di conquistare la mia libertà; Ed il veleno perfido ho pregato Di soccorrer me vile. Ahimè, la spada Ed il veleno, pieni di disprezzo, M'han detto: "Non sei degno che alla tua Schiavitù maledetta ti si tolga, Imbecille! - una volta liberato Dal suo dominio, per i nostri sforzi, tu faresti rivivere il cadaver del tuo vampiro, con i baci tuoi!"