Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Le cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da giunco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d'una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un'aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Forse un mattino

    Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
    arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
    il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
    di me, con un terrore da ubriaco.

    Poi, come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
    alberi, case, colli per l'inganno consueto.
    Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
    tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Al mare (o quasi)

      L'ultima cicala stride
      sulla scorza gialla dell'eucalipto
      i bambini raccolgono pinòli
      indispensabili per la galantina
      un cane alano urla dall'inferriata
      di una villa ormai disabitata
      le ville furono costruite dai padri
      ma i figli non le hanno volute
      ci sarebbe spazio per centomila terremotati
      di qui non si vede nemmeno la proda
      se può chiamarsi cosí quell'ottanta per cento
      ceduta in uso ai bagnini
      e sarebbe eccessivo pretendervi
      una pace alcionica
      il mare è d'altronde infestato
      mentre i rifiuti in totale
      formano ondulate collinette plastiche
      esaurite le siepi hanno avuto lo sfratto
      i deliziosi figli della ruggine
      gli scriccioli o reatini come spesso
      li citano i poeti. E c'è anche qualche boccio
      di magnolia l'etichetta di un pediatra
      ma qui i bambini volano in bicicletta
      e non hanno bisogno delle sue cure
      Chi vuole respirare a grandi zaffate
      la musa del nostro tempo la precarietà
      può passare di qui senza affrettarsi
      è il colpo secco quello che fa orrore
      non già l'evanescenza il dolce afflato del nulla
      Hic manebimus se vi piace non proprio
      ottimamente ma il meglio sarebbe troppo simile
      alla morte ( e questa piace solo ai giovani)
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        Io sono innamorato di tutte le signore
        che mangiano le paste nelle confetterie.

        Signore e signorine -
        le dita senza guanto -
        scelgon la pasta. Quanto
        ritornano bambine!

        Perché nïun le veda,
        volgon le spalle, in fretta,
        sollevan la veletta,
        divorano la preda.

        C'è quella che s'informa
        pensosa della scelta;
        quella che toglie svelta,
        né cura tinta e forma.

        L'una, pur mentre inghiotte,
        già pensa al dopo, al poi;
        e domina i vassoi
        con le pupille ghiotte.

        Un'altra - il dolce crebbe -
        muove le disperate
        bianchissime al giulebbe
        dita confetturate!

        Un'altra, con bell'arte,
        sugge la punta estrema:
        invano! Ché la crema
        esce dall'altra parte!

        L'una, senz'abbadare
        a giovine che adocchi,
        divora in pace. Gli occhi
        altra solleva, e pare

        sugga, in supremo annunzio,
        non crema e cioccolatte,
        ma superliquefatte
        parole del D'Annunzio.

        Fra questi aromi acuti,
        strani, commisti troppo
        di cedro, di sciroppo,
        di creme, di velluti,

        di essenze parigine,
        di mammole, di chiome:
        oh! Le signore come
        ritornano bambine!

        Perché non m'è concesso -
        o legge inopportuna! -
        il farmivi da presso,
        baciarvi ad una ad una,

        o belle bocche intatte
        di giovani signore,
        baciarvi nel sapore
        di crema e cioccolatte?

        Io sono innamorato di tutte le signore
        che mangiano le paste nelle confetterie.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Desolazione del povero poeta sentimentale

          Perché tu mi dici: poeta?
          Io non sono un poeta.
          Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
          Vedi: non ha che le lagrime da offrire al Silenzio.
          Perché tu mi dici: poeta?
          Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
          Le mie gioie furono semplici,
          sempilci così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
          Oggi io penso a morire.
          Io voglio morire, solamente perché sono stanco;
          solamente perché i grandi angioli
          su le vetrate delle cattedrali
          mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
          solamente perché, io sono, oramai,
          rassegnato come uno specchio,
          come un povero specchio melanconico.
          Vedi che io non sono un poeta:
          sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
          Oh, non meravigliarti della mia tristezza!
          E non domandarmi;
          io non saprei dirti che parole così vane,
          Dio mio così vane,
          che mi verrebbe da piangere come se fossi per morire.
          Le mie lagrime avrebbero l'aria
          di sgranare un rosario di tristezza
          davanti alla mia anima sette volte dolente
          ma io non sarei un poeta;
          sarei semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
          cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.
          Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
          E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
          poiché senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
          Questa notte ho dormito con le mani in croce.
          Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
          dimenticato da tutti gli umani,
          povera tenera preda del primo venuto;
          e desiderai di essere venduto,
          di essere battuto
          di essere costretto a digiunare
          per potermi mettere a piangere tutto tutto solo,
          disperatamente triste,
          in un angolo oscuro.
          Io amo la vita semolice delle cose.
          Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
          per ogni cosa che se ne andava!
          Ma tu non mi comprendi e sorridi.
          E pensi che io sia malato.
          Oh, io sono veramente malato!
          E muoio, un poco, ogni giorno.
          Vedi: come le cose.
          Non sono, dunque, un poeta:
          io so che per esser detto: poeta, conviene
          viver ben altra vita!
          Io non so, Dio mio, che morire.
          Amen.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            La morte di Tantalo

            Noi sedemmo sull'orlo
            della fontana nella vigna d'oro.
            Sedemmo lacrimosi in silenzio.
            Le palpebre della mia dolce amica
            si gonfiavano dietro le lagrime
            come due vele
            dietro una leggera brezza marina.
            Il nostro dolore non era dolore d'amore
            né dolore di nostalgia
            né dolore carnale.
            Noi morivamo tutti i giorni
            cercando una causa divina
            il mio dolce bene ed io.

            Ma quel giorno già vanía
            e la causa della nostra morte
            non era stata rivenuta.

            E calò la sera su la vigna d'oro
            e tanto essa era oscura
            che alle nostre anime apparve
            una nevicata di stelle.

            Assaporammo tutta la notte
            i meravigliosi grappoli.
            Bevemmo l'acqua d'oro,
            e l'alba ci trovò seduti
            sull'orlo della fontana
            nella vigna non piú d'oro.

            O dolce mio amore,
            confessa al viandante
            che non abbiamo saputo morire
            negandoci il frutto saporoso
            e l'acqua d'oro, come la luna.

            E aggiungi che non morremo piú
            e che andremo per la vita
            errando per sempre.
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