Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

Questo utente ha inserito contributi anche in Frasi & Aforismi, in Indovinelli, in Frasi di Film, in Umorismo, in Racconti, in Leggi di Murphy, in Frasi per ogni occasione e in Proverbi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Introduzione

Ciò accadde allorché a sorridere
Era solo chi è morto - lieto della pace.
E, appendice inutile, si sbatteva
Leningrado intorno alle sue carceri.
E allorché, impazzite di tormento,
Condannate ormai andavano le schiere
E breve canzone di distacco
I fischi cantavano delle locomotive.
Stelle di morte incombevano su noi
E innocente la Russia si torceva
Sotto sanguinosi stivali
E copertoni di neri cellulari.
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Silvana Stremiz

    Felicità raggiunta

    Felicità raggiunta, si cammina
    per te sul fil di lama.
    Agli occhi sei barlume che vacilla
    al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
    e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

    Se giungi sulle anime invase
    di tristezza e le schiari, il tuo mattino
    è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
    Ma nulla paga il pianto di un bambino
    a cui fugge il pallone tra le case.
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Silvana Stremiz

      L'anguilla

      L'anguilla, la sirena
      dei mari freddi che lascia il Baltico
      per giungere ai nostri mari,
      ai nostri estuari, ai fiumi
      che risale in profondo, sotto la piena avversa,
      di ramo in ramo e poi
      di capello in capello, assottigliati,
      sempre piú addentro, sempre piú nel cuore
      del macigno, filtrando
      tra gorielli di melma finché un giorno
      una luce scoccata dai castagni
      ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta,
      nei fossi che declinano
      dai balzi d'Appennino alla Romagna;
      l'anguilla, torcia, frusta,
      freccia d'Amore in terra
      che solo i nostri botri o i disseccati
      ruscelli pirenaici riconducono
      a paradisi di fecondazione;
      l'anima verde che cerca
      vita là dove solo
      morde l'arsura e la desolazione,
      la scintilla che dice
      tutto comincia quando tutto pare
      incarbonirsi, bronco seppellito:
      l'iride breve, gemella
      di quella che incastonano i tuoi cigli
      e fai brillare intatta in mezzo ai figli
      dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
      non crederla sorella?
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Silvana Stremiz

        Sotto un abietto salice

        Sotto un abietto salice
        non ti affliggere più, innamorato:
        segua al pensiero rapida azione.
        A che serve pensare?
        La tua incessante prostrazione
        mostra quanto sei freddo;
        alzati, su, e ripiega
        la tua mappa di desolazione.

        I rintocchi che scorrono sui prati
        da quella fosca guglia
        suonan per queste ombre senza amore
        che all'amore non servono.
        Ciò che è vivo può amare: perché ancora
        piegarsi alla sconfitta
        con le braccia incrociate?
        Attacca e vincerai.

        Stormi di anatre in volo sul tuo capo
        e sanno dove andare,
        freddi ruscelli in corsa ai tuoi piedi
        e vanno verso l'oceano.
        Cupa e opaca è la tua costernazione:
        cammina, dunque, vieni,
        non più così tarpato
        in preda alla tua soddisfazione.
        Vota la poesia: Commenta
          Scritta da: Silvana Stremiz

          L'invetriata

          La sera fumosa d'estate
          Dall'alta invetriata mesce chiarori nell'ombra
          E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
          Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
          A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? C'è
          Nella stanza un odor di putredine: c'è
          Nella stanza una piaga rossa languente.
          Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
          E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c'è,
          Nel cuore della sera c'è,
          Sempre una piaga rossa languente.
          Vota la poesia: Commenta
            Scritta da: Silvana Stremiz

            La Maliziosa

            Nella sala da pranzo, bruna, profumata
            di frutta e di vernice, come chi non pensa
            raccolsi un piatto di non so quale portata
            belga, e sprofondai nella mia sedia immensa.

            Mangiando, udivo il pendolo, - calmo e giulivo.
            La cucina s'aprì in mezzo a una sbuffata.
            - Entrò la serva, e chissà per quale motivo,
            lo scialle sfatto, con malizia pettinata,

            ecco il ditino tremante pose e ripose
            sulla sua guancia, velluto di pesche-rose
            bianche, e con smorfie del suo labbro bambino

            per mio agio, i piatti mi riordinò vicino
            - poi, - ma certo per prendersi un bacio, - così
            mi soffiò: "Ho una freddo alla guancia, senti qui... "
            Vota la poesia: Commenta
              Scritta da: Silvana Stremiz

              Tu verrai comunque

              Tu verrai comunque
              perché dunque non ora?
              Ti attendo
              sono sfinita
              Ho spento il lume e aperto l'uscio
              a te, così semplice e prodigiosa.
              Prendi per questo l'aspetto che più ti aggrada
              irrompi come una palla avvelenata
              o insinuati furtiva come un freddo bandito
              o intossicami col delirio del tifo
              o con una storiella da te inventata
              e nota a tutti fino alla nausea
              che io veda la punta di un berretto turchino
              e il capopalazzo pallido di paura.
              Ora per me tutto è uguale
              turbina lo Enisej
              risplende la stella polare
              e annebbia un ultimo terrore
              l'azzurro bagliore di occhi addolorati.
              Vota la poesia: Commenta
                Scritta da: Silvana Stremiz

                Il sabato del villaggio

                La donzelletta vien dalla campagna,
                In sul calar del sole,
                Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
                Un mazzolin di rose e di viole,
                Onde, siccome suole,
                Ornare ella si appresta
                Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
                Siede con le vicine
                Su la scala a filar la vecchierella,
                Incontro là dove si perde il giorno;
                E novellando vien del suo buon tempo,
                Quando ai dì della festa ella si ornava,
                Ed ancor sana e snella
                Solea danzar la sera intra di quei
                Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
                Già tutta l'aria imbruna,
                Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
                Giù dà colli e dà tetti,
                Al biancheggiar della recente luna.
                Or la squilla dà segno
                Della festa che viene;
                Ed a quel suon diresti
                Che il cor si riconforta.
                I fanciulli gridando
                Su la piazzuola in frotta,
                E qua e là saltando,
                Fanno un lieto romore:
                E intanto riede alla sua parca mensa,
                Fischiando, il zappatore,
                E seco pensa al dì del suo riposo.
                Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
                E tutto l'altro tace,
                Odi il martel picchiare, odi la sega
                Del legnaiuol, che veglia
                Nella chiusa bottega alla lucerna,
                E s'affretta, e s'adopra
                Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
                Questo di sette è il più gradito giorno,
                Pien di speme e di gioia:
                Diman tristezza e noia
                Recheran l'ore, ed al travaglio usato
                Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
                Garzoncello scherzoso,
                Cotesta età fiorita
                È come un giorno d'allegrezza pieno,
                Giorno chiaro, sereno,
                Che precorre alla festa di tua vita.
                Godi, fanciullo mio; stato soave,
                Stagion lieta è cotesta.
                Altro dirti non vò; ma la tua festa
                Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
                Vota la poesia: Commenta
                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Canto primo

                  Quando l'Eterno passeggiò col guardo
                  Tutto il creato, diffondendo intorno
                  Riso di pace, e fiammeggiar si vide
                  Nè cieli il Sole, e rotear le stelle
                  Dietro la dolce-radïante Luna
                  Tra il fresco vel di solitaria notte,
                  E germogliò natura, e al grigio capo
                  Degli altissimi monti alberi eccelsi
                  Fèro corona, e orrisonando udissi
                  L'ampio padre Oceàn fremer da lungi;
                  Sin da quel giorno d'aquilon su i vanni
                  Scese Giustizia, e i fulmini guizzando
                  Al fianco le strideano, i dispersi
                  Crini eran cinti d'abbaglianti lampi.
                  In alto assisa vide ergersi il fumo
                  D'innocuo sangue, che fraterna mano
                  Invida sparse, e dagli vacui abissi
                  A tracannarlo, e tingersi le guance
                  Morte ansante lanciossi: immerse allora
                  La Dea nel sangue il brando, e a far vendetta
                  Piombò su l'orbe, che tacque e crollò.
                  Ma fra le colpe di natura infame
                  Brutta d'orrore la tremenda Dea
                  Si fè nel viso, e 'l lagrimato manto
                  E le aggruppate chiome ad ogni scossa
                  Grondavan sangue, e fra gemiti ed ululi
                  S'udia l'inferno e la potenza eterna
                  Bestemmiando invocati. - A un tratto sparve
                  Contaminata la Giustizia fera,
                  E al sozzo pondo dell'umane colpe
                  Le suo immense bilance cigolaro;
                  Balzò l'una alle sfere, e l'altra cadde
                  Inabissata nel tartareo centro.

                  L'Onnipossente dal più eccelso giro
                  Della sua gloria, d'onde tutto move,
                  Udì le strida del percosso mondo,
                  E al ciel lanciarsi la ministra eterna
                  Vide: accennò la fronte, e le soavi
                  Arpe angeliche tacquero; e la faccia
                  Prostraro i cherubini, e '1 firmamento
                  Squassato s'incurvò. - Verrà quel giorno,
                  Verrà quel giorno, disse Dio, che all'aere
                  Ondeggeranno quasi lievi paglie
                  L'audaci moli; le turrite cime,
                  D'un astro allo strisciar, cenere e fumo
                  Saranno a un tratto; tentennar vedrassi
                  Orrisonante la sferrata terra,
                  Che stritolata piomberà nel lembo
                  D'antiqua notte, fra le cui tenèbre
                  E Luna e Sol staran confusi e muti;
                  Negro e sanguigno bollirà furente
                  Lo spumante Oceàn, rigurgitando
                  Dall'imo ventre polve e fracid'ossa,
                  Che al rintronar di rantolosa tuba
                  Rivestiran lor salma, e quai giganti
                  Vedransi passeggiar su le ruine
                  Dè globi inabissati! E morte e nulla
                  Tutto sarà: precederammi il foco,
                  Fia mio soglio Giustizia, e fianmi ancelle,
                  Armate il braccio ed infiammato il volto,
                  Ira e Paura! Ma Pietà sul mondo
                  Scenda sino a quel giorno, e di tremenda
                  Giustizia fermi l'instancabil brando.
                  Disse; e Pietà, dei Serafin tra mille
                  Voci di gaudio, dell'Eterno al trono
                  Le ginocchia piegò; stese la palma
                  Il Re dei re su la chinata testa,
                  E l'unse del suo amor. Udissi allora
                  Spontaneamente volteggiar pè cieli
                  Inno sacro a Pietà: m'udite attenti
                  E terra e mar, e canterò; m'udite,
                  Chè questo è un inno che dal ciel discende.
                  Vota la poesia: Commenta