Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

Questo utente ha inserito contributi anche in Frasi & Aforismi, in Indovinelli, in Frasi di Film, in Umorismo, in Racconti, in Leggi di Murphy, in Frasi per ogni occasione e in Proverbi.

Scritta da: Silvana Stremiz
La porta è socchiusa
La porta è socchiusa,
dolce respiro dei tigli...
Sul tavolo, dimenticati,
un frustino ed un guanto.

Giallo cerchio del lume...
tendo l'orecchio ai fruscii.
Perché sei andato via?
Non comprendo...

Luminoso e lieto
domani sarà il mattino.
Questa vita è stupenda,
sii dunque saggio cuore.
Tu sei prostrato, batti
più sordo, più a rilento...
Sai, ho letto
che le anime sono immortali.
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Silvana Stremiz

    L'assiuolo

    Dov'era la luna? Ché il cielo
    notava in un'alba di perla,
    ed ergersi il mandorlo e il melo
    parevano a meglio vederla.
    Venivano soffi di lampi
    da un nero di nubi laggiù:
    veniva una voce dai campi:
    chiù...
    Le stelle lucevano rare
    tra mezzo alla nebbia di latte:
    sentivo il cullare del mare,
    sentivo un fru fru tra le fratte;
    sentivo nel cuore un sussulto,
    com'eco d'un grido che fu.
    Sonava lontano il singulto:
    chiù...
    Su tutte le lucide vette
    tremava un sospiro di vento;
    squassavano le cavallette
    finissimi sistri d'argento
    (tintinni a invisibili porte
    che forse non s'aprono più?... );
    e c'era quel pianto di morte...
    chiù...
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Silvana Stremiz

      La canzone della granata

      Ricordi quand'eri saggina,
      coi penduli grani che il vento
      scoteva, come una manina
      di bimbo il sonaglio d'argento?
      Cadeva la brina; la pioggia
      cadeva: passavano uccelli
      gemendo: tu gracile e roggia
      tinnivi coi cento ramelli.
      Ed oggi non più come ieri
      tu senti la pioggia e la brina,
      ma sgrigioli come quand'eri
      saggina.
      Restavi negletta nei solchi
      quand'ogni pannocchia fu colta:
      te, colsero, quando i bifolchi
      v'ararono ancora una volta.
      Un vecchio ti prese, recise,
      legò; ti privò della bella
      semenza tua rossa; e ti mise
      nell'angolo, ad essere ancella.
      E in casa tu resti, in un canto,
      negletta qui come laggiù;
      ma niuno è di casa pur quanto
      sei tu.
      Se t'odia colui che la trama
      distende negli alti solai,
      l'arguta gallina pur t'ama,
      cui porti la preda che fai.
      E t'ama anche senza, ché ai costi
      ti sbalza, ed i grani t'invola,
      residui del tempo che fosti
      saggina, nei campi già sola.
      Ma più, gracilando t'aspetta
      con ciò che in tua vasta rapina
      le strascichi dalla già netta
      cucina.
      Tu lasci che t'odiino, lasci
      che t'amino: muta, il tuo giorno,
      nell'angolo, resti, coi fasci
      di stecchi che attendono il forno.
      Nell'angolo il giorno tu resti,
      pensosa del canto del gallo;
      se al bimbo tu già non ti presti,
      che viene, e ti vuole cavallo.
      Riporti, con lui che ti frena,
      le paglie ch'hai tolte, e ben più;
      e gioia or n'ha esso; ma pena
      poi tu.
      Sei l'umile ancella; ma reggi
      la casa: tu sgridi a buon'ora,
      mentre impaziente passeggi,
      gl'ignavi che dormono ancora.
      E quanto tu muovi dal canto,
      la rondine è ancora nel nido;
      e quando comincia il suo canto,
      già ode per casa il tuo strido.
      E l'alba il suo cielo rischiara,
      ma prima lo spruzza e imperlina,
      così come tu la tua cara
      casina.
      Sei l'umile ancella, ma regni
      su l'umile casa pulita.
      Minacci, rimproveri; insegni
      ch'è bella, se pura, la vita.
      Insegni, con l'acre tua cura
      rodendo la pietra e la creta,
      che sempre, per essere pura,
      si logora l'anima lieta.
      Insegni, tu sacra ad un rogo
      non tardo, non bello, che più
      di ciò che tu mondi, ti logori
      tu!
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Silvana Stremiz

        The Sorrow of Love

        The brawling of a sparrow in the eaves,
        The brilliant moon and all the milky sky,
        And all that famous harmony of leaves,
        Had blotted out man's image and his cry.

        A girl arose that had red mournful lips
        And seemed the greatness of the world in tears,
        Doomed like Odysseus and the labouring ships
        And proud as Priam murdered with his peers;

        Arose, and on the instant clamorous eaves,
        A climhing moon upon an empty sky,
        And all that lamentation of the leaves,
        Could but compose man's image and his cry.
        Vota la poesia: Commenta
          Scritta da: Silvana Stremiz

          Lacrima

          Lontano da uccelli, da greggi, da paesane,
          io bevevo, rannicchiato in una brughiera,
          cinta da una selva di noccioli leggera,
          in verdi e tiepide foschie meridiane.

          Che potevo bere in quella giovane Oïsa,
          muti olmi, cielo coperto, erba senza fiori.
          Che spillavo alla mia fiasca di colocasia?
          Un liquore d'oro, insulso, che dà sudori.

          Cattiva insegna d'osteria sarei stato.
          Poi il temporale mutò il cielo, fino a sera.
          Furon laghi, pertiche, stazioni, una nera
          regione, e nella notte blu fu un colonnato.

          L'acqua dei boschi moriva alla verginale
          sabbia, e il vento, dal cielo, ghiacciava acquitrini...
          Io, pescatore d'oro e di gusci marini,
          dire che non pensai di bere, come tale!
          Vota la poesia: Commenta
            Scritta da: Silvana Stremiz

            Per Teeo di Argo lottatore

            Mutando a vicenda la sorte,
            essi un giorno dimorano presso Zeus,
            il padre diletto; un altro, nelle cavità della terra,
            nei recessi di Terapne,
            compiendo un uguale destino. Questa vita
            scelse Polluce, più che essere in tutto un dio
            e abitare nel cielo, poi che era morto
            Castore in guerra.
            L'aveva trafitto Ida
            irato per i buoi, con la punta della lancia di bronzo.
            Dal Taigeto, spiando, Linceo
            lo scorse acquattato nel cavo
            di un tronco di quercia: ché di tutti i mortali
            egli aveva più acuto
            lo sguardo. Con corsa veloce subito
            lo raggiunsero, e ordirono in breve il grande misfatto.
            Ma dalle mani di Zeus una pena terribile patirono
            gli Afaretidi. Inseguendo,
            giunse presto il figlio di Leda; ed essi si opposero
            a lui presso la tomba del padre.
            Divelta di qui una pietra levigata, ornamento di Ade,
            la scagliarono contro il petto a Polluce; ma non lo schiacciarono
            né lo respinsero. Balzò egli con la lancia veloce,
            e immerse il bronzo nel fianco a Linceo.
            Contro Ida scagliò Zeus il suo fulmine, portatore di fuoco, fumoso:
            insieme essi arsero, in solitudine. Difficile è per i mortali
            lottare coi più forti.
            Sùbito il figlio di Tindaro
            tornò indietro presso il forte fratello:
            non morto ancora, ma per l'affanno
            scosso da rantoli convulsi lo trovò.
            Versando lacrime calde, tra i gemiti,
            gridò: "Padre Cronide, quale rimedio sarà
            ai miei dolori? Ordina anche a me,
            insieme a lui, la morte, o Signore.
            Per l'uomo privato dei suoi cari
            perduta è la gloria: nell'affanno, sono pochi i mortali
            che, fedeli, partecipano alle pene". Così
            disse. Zeus davanti gli venne
            e pronunciò queste parole: "Tu sei mio figlio;
            poi, congiuntosi alla madre tua
            l'eroe suo sposo stillo
            il seme mortale. Ma orsù, questa scelta
            io ti concedo: se evitata la morte
            e la vecchiezza aborrita,
            tu vuoi abitare con me nell'Olimpo,
            con Atena e con Ares dalla lancia nera,
            è possibile a te questa sorte. Ma se per il fratello combatti,
            e ogni cosa pensi dividere con lui in parte uguale,
            metà del tempo vivrai sotto la terra,
            e metà nelle dimore d'oro del cielo".
            Così parlò. E Polluce non pose alla mente un duplice pensiero:
            sciolse l'occhio e poi la voce
            di Castore dalla cintura di bronzo.
            Vota la poesia: Commenta