Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Papaveri in ottobre

Nemmeno le nubi assolate possono fare stamane
gonne così. Né la donna in ambulanza,
il cui rosso cuore sboccia prodigioso dal matello-

Dono, dono d'amore
del tutto non sollecitato
da un cielo

che in un pallore di fiamma accende i suoi
ossidi di carbonio, da occhi
sbigottiti e sbarrati sotto cappelli a bombetta.

O Dio, chi sono mai
io da far spalancare in un grido queste tarde bocche
in una foresta di gelo, in un'alba di fiordalisi.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Specchio

    Sono esatto e d'argento, privo di preconcetti.
    Qualunque cosa io veda subito l'inghiottisco
    tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
    Io non sono crudele, ma soltanto veritiero -
    quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
    Il più del tempo rifletto
    sulla parete di fronte.
    È rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
    un pezzo del mio cuore. Ma lei c'è e non c'è.
    Visi e oscurità continuamente si separano.

    Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
    cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
    Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
    Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
    Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
    Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
    Ogni mattina il suo viso si alterna all'oscurità.
    In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
    giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      The appeal

      If I have given you delight
      By aught that I have done,
      Let me lie quiet in that night
      Which shall be yours anon:
      And for the little, little, span
      The dead are borne in mind,
      Seek not to question other than
      The books I leave behind
      L'appello
      Se qualche diletto vi ho pur dato
      per qualcosa che io abbia operato,
      possa ora giacer sereno in quella notte
      che sarà anche vostra quando che sia:
      e per quel poco, poco spazio
      che i morti rioccupano nelle menti,
      vorrei che altro non cercaste
      che i libri che mi lasciai dietro.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Im Vorübergehn

        Ich ging im Felde
        So für mich hin,
        Und nichts zu suchen,
        Das war mein Sinn.

        Da stand ein Blümchen
        Sogleich so nah,
        Daß ich im Leben
        Nichts lieber sah.

        Ich wollt es brechen,
        da sagt es schleunig:
        Ich habe Wurzeln,
        Die sind gar heimlich.

        Mentre andavo

        Andavo per i campi
        così, per conto mio,
        e non cercare niente
        era quello che volevo.

        E lì c'era un fiorellino,
        subito lì, vicino,
        che nella vita mai
        ne vidi uno più bello.

        Volevo coglierlo,
        ma il fiore mi disse:
        possiedo radici,
        e sono ben nascoste.

        Giù nel profondo
        sono interrato;
        per questo i miei fiori
        son belli tondi.

        Non so amoreggiare,
        non so adulare;
        non cogliermi devi,
        ma trapiantare.

        Im tiefen Boden
        bin ich gegründet;
        Drum sind die Blüten
        So schön geründet.

        Ich kann nicht liebeln,
        Ich kann nicht schranzen;
        Mußt mich nicht brechen,
        Mußt mich verpflanzen.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)
          Odi che il bronzo rimbombando langue,
          E l'ultimo momento
          Morte si strappa, e sul tuo volto esangue
          Stende le man:... sei spento.

          Urlan le furie accapigliate, e intorno
          Stanti con folta notte,
          Chè alfine di putredine il soggiorno
          Con gli abissi t'inghiotte.

          O tu, folle! sperasti altro compenso
          Dall'empietà che teco
          Negra impresa di sangue, e volo immenso
          Tentò eretta del cieco

          Ardir su l'ali? accumulare i scempi
          Dè tiranni piú rei,
          Non re, sapesti; ma percoton gli empi
          Non chimerici Dei.

          Invan gloria sognasti, il grido invano
          Tu dè secoli udisti,
          Ch'or plausi turpi d'uno stuolo insano
          A esecrazion van misti.

          Vincesti? e invan; regnasti? e invan, superbo,
          Chè con destra di possa
          Dè giusti il Dio del tuo comando acerbo
          La catena ha già scossa.

          Veggio l'empio seder amplo in suo orgoglio
          Qual di monte ombra in campo;
          Sublime al par di cedro erge suo soglio;
          Ma squarcia l'aer un lampo;

          Tosto il veggio tremar, piombar, sotterra
          Cacciarsi al divin foco;
          Invan lo sguardo mio cercandol erra,
          Nemmen conosco il loco.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            La verità

            Sino al trono di Dio
            anciò mio cor gli accenti,
            Che in murmure tremendo
            Rispondono i torrenti,
            E dalla ferrea calma
            Delle notti profonde
            Palma battendo a palma
            Ogni morto risponde.

            D'entusïasmo ho l'anima
            Albergo; e sol d'un Nume
            Io son cantor: degli angeli
            L'impenetrabil lume
            Circonda il mio pensiero,
            Ch'erto su lucid'ali,
            Sprezza l'invito altero
            Dè superbi mortali.

            E coronar di laudi
            Dovrò chi turpe e folle
            Splendido sol per l'auro
            Sa l'orgoglio s'estolle?
            Che dir deggio di lui?
            Pria di giustizia il brando
            Sù forti bracci sui
            Vada folgoreggiando;

            E canterò. Nettarea
            Da me non cerchi ei lode,
            Se a lutulenta in braccio
            Sorte tripudia e gode,
            E tra un'immensa schiera
            D'insania al carro avvinto
            scioglie con sua man nera
            A iniquitate il cinto.

            E tu chi sei che il titolo
            Santo d'amico usurpi?
            E vile d'amicizia
            L'aspetto almo deturpi?
            Chi sei tu che m'inviti
            Di gloria a spander raggio
            E a sciòrre inni graditi
            A chi in virtù è selvaggio?

            Non sai che santuario
            Al ver nell'alma alzai
            E che io del vero antistite
            Sempre d'esser giurai?
            Non sai che mercar fama
            Da tal canto non curo,
            E più dolce m'è brama
            Sul ver posarmi oscuro?

            Vero suonò di Davide
            Il pastoral concento,
            E a Dio piacque il veridico
            Suono, e tra cento e cento
            L'unse à popoli ebrei
            Rege di pace, e adorni
            D'illustri eventi e bèi
            Fè dell'uom giusto i giorni.

            E immagine d'obbrobrio
            Vuoi tu farmi, o profano?
            Oh! quell'immonda faccia
            Copriti con la mano
            Lungi da me: chi fia
            Cui faccian forza i detti
            Ch'io l'alta cetra mia
            Di ricca peste infetti!

            Garrir fole non odemi
            L'atrio di adulazione,
            E in questa solitudine
            Dall'aurata prigione
            Fuggo; esecrando il folle
            Che blandisce con mèle
            Il grande; e in sen gli bolle
            Rancor, invidia, e fiele.

            Dunque chi vuol, d'encomio
            Canti impudente intuoni
            Per lo tuo eroe; ch'io cantici
            Fra gli angelici suoni
            Ergo al Solopossente,
            Che dall'empirea sede
            Gl'inni in letizia sente
            Di verità e di fede.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              A Dante

              Alto rombano i secoli
              Su rapidissim'ali,
              E dall'aere giù vibrano
              Dritti infiammati strali
              Che additano agl'ingegni
              D'eterna gloria i segni:

              Ma qual nebbia! Qual livido
              Umor spargon dai vanni
              Che in fetida caligine
              Attomban nomi ed anni,
              E rodono quel serto
              Che ombreggia un tenue merto!

              O mio Poeta, o altissimo
              Signor del sommo canto,
              Che con sublime cetera
              Per la casa del pianto
              Girasti, e fra la gente,
              Che o gioisce, o si pente,

              Tu vivi eterno. - Gloria
              Di suo fulgor ti cinse,
              Tuonò sua voce; un fulmine
              Fu per chi ti dipinse
              Testor stentato, oscuro
              Di carmi e stile impuro.

              Pèra! La lingua sucida
              Costui nutra nel sangue,
              E per delfici lauri
              Gli accerchi invece un angue,
              Sanie stillante infesta,
              L'abbominevol testa.

              Dicesti: ed ecco stridono
              In suon ringhiante e forte
              Gli aspri tartarei cardini:
              Della cappa di morte
              Infino à più vestute
              Ecco l'Ombre perdute.

              Io già le ascolto: echeggiano
              Per l'aer senza stelle
              Batter di man, bestemmie,
              Orribili favelle,
              Voci alte e fioche, accenti
              D'ire in dolor furenti.

              O Padre! O Vate! Un giovane
              Cui l'estro ai cieli innalza,
              Che pel genio che l'agita
              Fervidamente sbalza
              A inerudita cetra
              Canti spargendo all'etra,

              A te si prostra: un'anima
              Che in sè ognor si ravvolge,
              Che in ermi boschi tacita
              Fugge dall'atre bolge
              Di cittadino tetto,
              Gl'irraggia l'intelletto.

              Di sapienza nettare
              Fra mie voglie delibo,
              E, meditante, ai spiriti
              Porgo l'augusto cibo
              Che questa etade impura,
              Famelica, non cura.

              Muta di luce eterea
              Alle peccata in grembo
              Fra cupo orror s'avvoltola
              L'Umanità: il suo lembo
              Spruzzi di sangue stilla,
              Ed ella va in favilla.

              Ma ira di giustizia
              Lui che può ciò che vuole
              Ruggisce in cielo, e scaglia
              Di spavento parole;
              Vennero i giorni alfine
              Di piaghe e di ruine.

              Vennero si; ma sorgere,
              Giganteggiando, i nostri
              Carmi vedransi, e liberi
              Calpestare què mostri
              Che tumidi d'orgoglio
              Siedono ingiusti in soglio.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                La campagna

                O tu cantor di morbidi
                Pratei, di dolci rivi,
                Che i verdi poggi, e gli alberi
                Soavemente avvivi
                Con gli armonici versi
                Da fresche tinte aspersi,

                Odi un poeta giovane,
                Che il genio che l'ispira
                Devoto siegue, e libero
                Percote ardita lira,
                E cò suoi canti vola
                Al suo gentil Bertòla.

                Fra campestri delizie
                Tranquillo e lieto io vivo.
                E col pensier fantastico
                Tra me canto e descrivo
                Sì vaghi paeselli,
                Che ognor sembran novelli.

                Pingo; ma resto attonito
                Allor che su i tuoi fogli
                Veggo fiorire, e sorgere
                Pianto e marini scogli,
                Che sembrano invitarmi
                A sacrar loro i carmi.

                Da me s'invola subito
                Il mio picciol soggiorno,
                E sol veggo Posilipo
                E il mar che vanta intorno
                Di Mergellina il lido
                Ameno più che Gnido.

                Estatici contemplano
                Tuoi campi i cupid'occhi:
                O come allor nell'anima
                Sento beati tocchi,
                Che mi dicono ognora:
                Sì dolce vate onora.

                Salve, dunque, del tenero
                Gesnèr felice alunno!
                Il lor poeta adorino
                D'aprile e dell'autunno
                Le Grazie e i lindi Amori
                Coronati di fiori.

                Il lor poeta adorino
                Le serpeggianti linfe,
                E dai monti scherzevoli
                Scendan le gaje Ninfe,
                E alternin baci in fronte
                Al tòsco Anacreonte.

                Ed io tesso tra cantici
                Ghirlandetta odorosa
                Non d'orgogliosi lauri,
                Ma sol d'umida rosa,
                E il capo ombreggio al molle
                Abitator del colle.

                E in cor brillante io dico:
                Questa dona Natura
                Al suo più ingenuo amico,
                Ch'ella d'altro non cura:
                Da lui schietto-dipinta
                Di fior va anch'ella cinta.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)
                  Volta il cavallo, e ne la selva folta
                  lo caccia per un aspro e stretto calle:
                  e spesso il viso smorto a dietro volta;
                  che le par che Rinaldo abbia alle spalle.
                  Fuggendo non avea fatto via molta,
                  che scontrò un eremita in una valle,
                  ch'avea lunga la barba a mezzo il petto,
                  devoto e venerabile d'aspetto.
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