Poesie d'Autore migliori


Scritta da: Mario Bellocchi
in Poesie (Poesie d'Autore)
La vita non è uno scherzo,
prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo,
prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini,
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

La vita non è uno scherzo,
prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La verità, vi prego, sull'amore

    Dicono alcuni che amore è un bambino
    e alcuni che è un uccello,
    alcuni che manda avanti il mondo
    e alcuni che è un'assurdità
    e quando ho domandato al mio vicino,
    che aveva tutta l'aria di sapere,
    sua moglie si è seccata e ha detto che
    non era il caso, no.

    Assomiglia a una coppia di pigiami
    o al salame dove non c'è da bere?
    Per l'odore può ricordare i lama
    o avrà un profumo consolante?
    È pungente a toccarlo, come un prugno
    o è lieve come morbido piumino?
    È tagliente o ben lischio lungo gli orli?
    La verità, vi prego, sull'amore.

    I manuali di storia ce ne parlano
    in qualche noticina misteriosa,
    ma è un argomento assai comune
    a bordo delle navi da crociera;
    ho trovato che vi si accenna nelle
    cronache dei suicidi
    e l'ho visto persino scribacchiato
    sul retro degli orari ferroviari.

    Ha il latrato di un alsaziano a dieta
    o il bum-bum di una banda militare?
    Si può farne una buona imitazione
    su una sega o uno Steinway da concerto?
    Quando canta alle este è un finimondo?
    Apprezzerà soltanto roba classica?
    Smetterà se si vuole un po' di pace?
    La verità grave, vi prego, sull'amore.

    Sono andato a guardare nel bersò
    lì non c'era mai stato;
    ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
    e poi l'aria balsamica di Brighton.
    Non so che cosa mi cantasse il merlo,
    o che cosa dicesse il tulipano,
    ma non era nascosto nel pollaio
    e non era nemmeno sotto il letto.

    Sa fare delle smorfie straordinarie?
    Sull'altalena soffre di vertigini?
    Passerà tutto il suo tempo alle corse
    o strimpellando corde sbrindellate?
    Avrà idee personali sul denaro?
    È un buon patriota o mica tanto?
    Ne racconta di allegre, anche se spinte?
    La verità, vi prego, sull'amore.

    Quando viene, verrà senza avvisare,
    proprio mentre sto frugando il naso?
    Busserà la mattina alla mia porta
    o là sul bus mi pesterà un piede?
    Accedrà come quando cambia il tempo?
    Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
    Darà una svolta a tutta la mia vita?
    La verità, vi prego, sull'amore.
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      Scritta da: mor-joy
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Due

      Quando saremo due saremo veglia e sonno
      affonderemo nella stessa polpa
      come il dente di latte e il suo secondo,
      saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
      come i cieli, del giorno e della notte,
      due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
      come i tempi del battito
      i colpi del respiro.
      Quando saremo due non avremo metà
      saremo un due che non si può dividere con niente.
      Quando saremo due, nessuno sarà uno,
      uno sarà l'uguale di nessuno
      e l'unità consisterà nel due.
      Quando saremo due
      cambierà nome pure l'universo
      diventerà diverso.
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        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Sarei forse più sola
        senza la mia solitudine.
        Sono abituata al mio destino.
        Forse l'altra - la pace -

        potrebbe spezzare il buio
        e riempire la stanza -
        troppo stretta per contenere
        il suo sacramento.

        La speranza non mi è amica -
        come un'intrusa potrebbe
        profanare questo luogo di dolore -
        con la sua dolce corte.

        Potrebbe essere più facile
        affondare - in vista della terra -
        che giungere alla mia limpida penisola
        per morire - di piacere.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

          Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
          Silenziosa luna?
          Sorgi la sera, e vai,
          Contemplando i deserti; indi ti posi.
          Ancor non sei tu paga
          Di riandare i sempiterni calli?
          Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
          Di mirar queste valli?
          Somiglia alla tua vita
          La vita del pastore.
          Sorge in sul primo albore;
          Move la greggia oltre pel campo, e vede
          Greggi, fontane ed erbe;
          Poi stanco si riposa in su la sera:
          Altro mai non ispera.
          Dimmi, o luna: a che vale
          Al pastor la sua vita,
          La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
          Questo vagar mio breve,
          Il tuo corso immortale?
          Vecchierel bianco, infermo,
          Mezzo vestito e scalzo,
          Con gravissimo fascio in su le spalle,
          Per montagna e per valle,
          Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
          Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
          L'ora, e quando poi gela,
          Corre via, corre, anela,
          Varca torrenti e stagni,
          Cade, risorge, e più e più s'affretta,
          Senza posa o ristoro,
          Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
          Colà dove la via
          E dove il tanto affaticar fu volto:
          Abisso orrido, immenso,
          Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
          Vergine luna, tale
          È la vita mortale.
          Nasce l'uomo a fatica,
          Ed è rischio di morte il nascimento.
          Prova pena e tormento
          Per prima cosa; e in sul principio stesso
          La madre e il genitore
          Il prende a consolar dell'esser nato.
          Poi che crescendo viene,
          L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
          Con atti e con parole
          Studiasi fargli core,
          E consolarlo dell'umano stato:
          Altro ufficio più grato
          Non si fa da parenti alla lor prole.
          Ma perché dare al sole,
          Perché reggere in vita
          Chi poi di quella consolar convenga?
          Se la vita è sventura
          Perché da noi si dura?
          Intatta luna, tale
          È lo stato mortale.
          Ma tu mortal non sei,
          E forse del mio dir poco ti cale.
          Pur tu, solinga, eterna peregrina,
          Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
          Questo viver terreno,
          Il patir nostro, il sospirar, che sia;
          Che sia questo morir, questo supremo
          Scolorar del sembiante,
          E perir dalla terra, e venir meno
          Ad ogni usata, amante compagnia.
          E tu certo comprendi
          Il perché delle cose, e vedi il frutto
          Del mattin, della sera,
          Del tacito, infinito andar del tempo.
          Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
          Rida la primavera,
          A chi giovi l'ardore, e che procacci
          Il verno cò suoi ghiacci.
          Mille cose sai tu, mille discopri,
          Che son celate al semplice pastore.
          Spesso quand'io ti miro
          Star così muta in sul deserto piano,
          Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
          Ovver con la mia greggia
          Seguirmi viaggiando a mano a mano;
          E quando miro in cielo arder le stelle;
          Dico fra me pensando:
          A che tante facelle?
          Che fa l'aria infinita, e quel profondo
          Infinito seren? Che vuol dir questa
          Solitudine immensa? Ed io che sono?
          Così meco ragiono: e della stanza
          Smisurata e superba,
          E dell'innumerabile famiglia;
          Poi di tanto adoprar, di tanti moti
          D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
          Girando senza posa,
          Per tornar sempre là donde son mosse;
          Uso alcuno, alcun frutto
          Indovinar non so. Ma tu per certo,
          Giovinetta immortal, conosci il tutto.
          Questo io conosco e sento,
          Che degli eterni giri,
          Che dell'esser mio frale,
          Qualche bene o contento
          Avrà fors'altri; a me la vita è male.
          O greggia mia che posi, oh te beata,
          Che la miseria tua, credo, non sai!
          Quanta invidia ti porto!
          Non sol perché d'affanno
          Quasi libera vai;
          Ch'ogni stento, ogni danno,
          Ogni estremo timor subito scordi;
          Ma più perché giammai tedio non provi.
          Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
          Tu sè queta e contenta;
          E gran parte dell'anno
          Senza noia consumi in quello stato.
          Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
          E un fastidio m'ingombra
          La mente, ed uno spron quasi mi punge
          Sì che, sedendo, più che mai son lunge
          Da trovar pace o loco.
          E pur nulla non bramo,
          E non ho fino a qui cagion di pianto.
          Quel che tu goda o quanto,
          Non so già dir; ma fortunata sei.
          Ed io godo ancor poco,
          O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
          Se tu parlar sapessi, io chiederei:
          Dimmi: perché giacendo
          A bell'agio, ozioso,
          S'appaga ogni animale;
          Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
          Forse s'avess'io l'ale
          Da volar su le nubi,
          E noverar le stelle ad una ad una,
          O come il tuono errar di giogo in giogo,
          Più felice sarei, dolce mia greggia,
          Più felice sarei, candida luna.
          O forse erra dal vero,
          Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
          Forse in qual forma, in quale
          Stato che sia, dentro covile o cuna,
          È funesto a chi nasce il dì natale.
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