Specchio, fedele amico, custode di speranze e di segreti, cui confidavo pensieri e desideri, come fossi tu un diario, a parole, narrato. Memore d'una beltà di cui restano tracce sul viso, mi scruti, non vedendo più il mio volto, bensì ciò che, dentro, è ben nascosto, quel che io non sono in grado di vedere. Una grazia ora chiedo, invocando il tuo aiuto: rispecchia, anziché l'aspetto deludente, l'anima mia, di luce rifulgente, dacché possa giovar conforto l'immaginar d'esser sempre come allora. Priva di facoltà d'arrestare l'impietoso tempo, rifuggir anelo all'io che all'apparir è sconosciuto e sento d'agognar conoscere il mio spirito, l'io vero. Tu già lo hai fatto, non esser mentitore, lascia ch'io rifugga al fatiscente reale e mi rifugi nella speranza ch'io sia anima immortale e non di sola labile spoglia creata. Lascia ch'io possa chiamarti ancora "amico" e non "nemico", finché avrò un anelito di vita. Ascoltami, ti imploro, lasciami veder ch'io son davvero e non domanderò null'altro al mondo. Son forse un angelo? Dimmelo, ti prego.
Radioso sorriso, veder non posso testè lontano, ravvivante il tuo ammaliante viso. Dolce sussurro, udir non posso vestito di inesauribili parole, scritte, dirette, perennemente, al cuore. Le labbra tue, sfiorar non posso benché, di baci assetata, a te, con la mente, mi ritrovi avvinghiata. Sei qui con me eterno sognatore che sai insinuarti nell'anima e nel cuore, parlandomi d'amore. Con te verrò, se lo vorrai, nella tua fantasia, fatta di mondi nuovi, di eteree case e di strabilianti colori. Con me verrai, se lo vorrai, nella mia fantasia, da folletti, maghi e streghe abitata, da brillante stellina innamorata e triste principessa velata. A destra e a manca, di volar, non ci stancheremo, sulle ali del vento, un viaggio senza meta, fine, tempo. Ma nell'attesa sento che, ognor, sei qui come ti amo e ti vorrei così.
Due cigni bianchi, s'apprestano a danzare, sul dolce lago, al tramontar del sole, nella movenza, soave e raffinata che, l'eleganza, ispira, maestra innata. L'astro dorato, or rosso è diventato e, mesto e stanco, s'accinge a riposare, lasciando, all'orizzonte, il saluto suo regale, per donar luce e il posto, da degno galantuomo, alla silente luna, che se ne appropria, come farebbe un'altera regina. Alcun rumore, infesta quelle ore, intanto l'orizzonte ha mutato il suo colore, riempitosi, inquietante, di quello della notte, scesa a vestir di nero la terra ed il cielo, nel mentre che sul lago, ora d'argento, risuona ancora il melodioso canto, che fu preludio, accompagnante il coro dei cigni danzatori, nell'estasi d'amore.
Sento l'autunno respirar nei suoi profumi, olezzi che riportano sapori, nei caldi colori di cui s'è vestito, alimenta il vivido tepore del primo fuoco.
Nella padella in su il braciere, si senton scoppiettar le caldarroste, per rallegrar la tavola col mosto, dolce, d'uva rossa, appena fatto.
Fuman, nei piatti, tortelli di zucca gialla, dell'olfatto, fragranza di delizia, felicità di vista e di palato, nell'assaporarli, con tanto parmigiano.
Dal sottobosco che va ad odorar di muschio, di prelibati funghi, il tegame, s'è colmato, profuma, di galletti e di porcini, la cucina, intanto che, il vento, trasporta odor di legna.
Subbuglio in Paradiso, all'albore del tempo, caos, che ha intriso l'etere divino, nell'istante dell'occulto tradimento. Tracotante serpente, di sé, empio, dall'angelico aspetto sincero; da follia, preso, nel credersi il Dio Vero. Portatore di luce, il suo nome, malefico sobillatore del complotto audace, trascinatore d'angeli corrotti, nella celeste dimora, dove regnava, sublime, la pace. Angelo dissoluto, anima ribelle, forte di rabbiosa presunzione, per cui sottratto della luce, dall'Assoluto Padre, ch'egli non ha inteso amare, altresì, volutamente, ha rinnegato. Angelo caduto, Lucifero, condannato a lasciar, sì presto, il Paradiso. Angelo derelitto, indi sconfitto e calato nel baratro infernale, a comandare demoni in eterno, tra rosse fiamme e dannate anime nere, al pari dell'ali sue, dapprima candide ed eteree.
La chiara aurora nascente mi porta il tuo pensiero, che, solamente, l'oscura notte ha assopito, mutandolo altresì in sublime sogno che, imperituro, ti ha tenuto con me, davvero. Viverti e amarti, come si ama la radiosa luce, illuminante il buio più atroce, scacciando fantasmi evanescenti e misteriose ombre. Viverti e amarti, come si ama l'ossigenante aria, che, tramite il respiro, il bisognoso corpo, sazia. Viverti e amarti, come si ama l'amore, straordinaria essenza vitale, di cui si nutre il sanguigno cuore. Viverti e amarti, come fossi un dono divino, concesso onde consolare, amare e rallegrare lo spirito, rattristato da un sopravvivere continuo, privo di sentimento e ardore, lo stesso di cui tu, mio dolce tesoro, senza egoismo, sai elargire, inondando l'assetata mia esistenza, di mero amore. Viverti e amarti, sentirti in me, prendermi carnalmente, affinché appagare e calmare gli eccitati sensi, ma, innanzitutto, rapire l'anima mia, fino a possederla fatalmente, acciocché farla tua, perennemente.
Fermati, un momento solo non senti il vento? Sta sussurrando il nome tuo. Accarezza dolcemente la tua pelle, come brezza, sul viso triste e affranto, ch'ha scordato, da tempo, i tratti d'un sorriso; scompiglia le tue chiome intatte, divenendo più deciso, nel cimentarsi in raffica improvvisa. S'accinge a scioglierle, per farti bella. Portatore di speranza, d'esser tu al centro del pensiero dell'amore, non voltar, a lui, le spalle, preda accanita dell'indecisione. Volgiti ancora ancor per una volta, dagli fiducia, non nasconderti nell'ombra della delusione, nel viottolo sconnesso d'un sentimento perso. Non mentire a te stessa, non mentire a Dio, rinnegando la volontà d'amare, nel barattarla con vuoto e solitudine. Frammenti d'attimi persi, ch'avresti ancor potuto vivere, son i giorni tuoi trascorsi nel crederti felice. Mesto puzzle, nel muro di quella casa uggiosa. Voltati, dai tregua allo scappar da pene autoinflitte, ascolta il sibilar del vento che t'apporta vita. Non esser sciocca, non merita l'angoscia che t'assilla, chi t'ha ferita... chi t'ha tradita. Perdona la scelta tua sbagliata, nel perdonar te stessa. Volgi il tuo sguardo indietro, riscattati dall'insano fuggir dal tuo volere inconscio, apri il tuo cuore a nuova luce, l'amor ti sta inseguendo. Voltati... e vagli incontro, munita d'un sorriso.
Vivo per te, anelo quei sorrisi che mi san scaldar il cuore, nell'annientare il freddo che s'era radicato, annichilito dall'irruenza del tuo ardore. Apoteosi dell'amore. Bramo quelle braccia che mi sanno circondare, attirandomi a sé, in un abbraccio che ha valor d'eterno, sensoriale unanime attrazione d'un legame sempiterno, divino, nel protrarsi al cosmo. Adoro gli tuoi occhi ch'emanan quel tuo ceruleo sguardo, che m'ha baciato, ancor prima delle labbra, nel primo incontro, che m'hai ho dimenticato, che viver rivorrei, all'infinito. Amo l'innata poesia che vive in te, suo amato baluardo, nei versi in cui rinasco, nella fervente mente tua, divina dea o appassionata donna, ma sempre e solo tua, nell'anima e nel corpo. Mi prende, il tuo pensier, quando tu sei lontano, aspetto il tuo ritorno, terra arida ch'aspetta la sua acqua, m'abbevero di te. Sinonimo di vita, il nome tuo, rifletto in te il mio futuro ignoto, che pur m'appare vivido, vicino a te. di cui io vivo.
Gretto, il disprezzo del rispetto, atto all'altrui diritto ad esternar semplici versi, libera è la mano, di scrivere parole dettate, propriamente, dall'anima, seppur la mente s'appresti a farle sue. Sacro, nella sacralità del sentimento, quel che l'amore adduce. Indegno l'uomo, che venga sì chiamato, che s'erge a giudice, dalla fittizia cattedra del suo misero ignorare, ad onorarsi del potere di decidere, scindendo ciò che vale o che non vale. Misero, sconosciuto al mio pensiero, di volto privo, seppur non d'arrogante presunzione, tronfio di sé, in quella presunzione d'osservator saccente, carente nel pensiero e nello spirito. Il nulla, abita in te, ciononostante, senza ritegno, vuoi imporre il tuo pensiero, come fossi tu un dio, bensì sia il Dio del nulla e di nessuno.
Ti voglio per gli occhi tuoi, color turchino, grandi come quelli di un bambino, che scrutarmi sento dentro, in questo flebile mattino. Ti voglio perché adoro la tua voce, che mi emoziona e dissolve la mia pace, carpendo l'anima, come un affascinante rapace. Ti voglio perché, di te, ho scoperto il meglio, ciò che è nascosto nel corpo tuo all'interno, che, su di me, hai riversato finito nel profondo, dove l'anima hai toccato. Ti voglio per essere baciata dalle labbra tue, bramate da cui fuoriescono dolci parole, d'amore assetate che mi travolgono, penetrandomi la mente e, innanzitutto, il cuore, mai sazio e insofferente. Ti voglio per unirmi a te, in una totale fusione per sublimarci d'emozione e d'impaziente passione, in un crescendo ritmico fervente, fatto di sesso e d'amore sconvolgente. Ti voglio poiché sento che, in te, mi sto elevando in un presente che, del senso, era sottratto e che, di te, quale ragione di vita, s'è empito, affinché osteggiare triste e malevolo destino. E, per questo, amandoti, ti sussurrerò piano amore mio, ti amo.