Poesie personali


Scritta da: Iris Vignola
in Poesie (Poesie personali)

Essenza della notte

Ruoto, levitando nello spazio semioscuro,
risucchiata nell'eterea spirale,
addentrandomi nel morbido velluto nero,
trapuntato d'iridescenti e tremolanti stelle,
come preziose e rare gemme,
ch'appaiono a ravvivare il firmamento
e ad attorniar la misteriosa luna,
protagonista sublime della scena,
nel teatrale spettacolo del cielo.
Volo, elevandomi più in alto,
dove lo spirito trova l'assoluta pace,
nell'ovattato silenzio della notte,
intanto che il corpo mio,
di vil materia composto,
resta inerme, nel sonno più profondo.
Notte che, l'anima mia, hai, a te, attirata,
onde coprirla, col tuo mantello scuro,
così intrigante e sempre affascinante,
seppur, talvolta, possa suscitar paura.
A te, mi dono, fautrice dell'amore,
unendo, al tuo, il caldo mio respiro.
Silente amica, rivelami il segreto,
sì magico e magnifico,
dell'incantevole tua soave essenza
di cui sei, mirabilmente, rivestita.
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    Scritta da: Iris Vignola
    in Poesie (Poesie personali)

    Malinconica notte

    Riflesso bianco freddo, generato dal riverbero di luna,
    luce appariscente che risplender fa le acque d'affluente.
    Atte a carpir l'immane globo, le fronde si fan ombre, da lontano,
    vaghe s'intrecciano l'un l'altra, a far barriera al vento mercenario,
    sibilante, nell'inverecondo scorrazzare, dacché rompere il silenzio,
    ch'ancor non s'ea spezzato.
    Malinconico splendor di plenilunio,
    vano ad asciugar il pianto, seppur sommesso,
    non apportando alcun ristoro al cuore disperato e infranto,
    neppur nel ravvivar il tetro nero circostante.
    Silenzio, tutt'intorno al mio presente, le lacrime son perle, a tal chiarore.
    Sul rogo d'inclemenza, la mia vita hai reso cenere,
    nel gelo d'un'attesa ho trasferito il mesto sopravvivere.
    Pallor sul viso, quasi canini di vampiro m'abbian dissanguata,
    reietto ammaliatore, scaturito dall'ombra ch'è nascosta, madre oculata,
    avvolto nel suo abbraccio, in una spira,
    pronto a morder la sua preda designata.
    Martire stremata, vorrei gridar tutta la rabbia,
    seppur la forza m'abbia abbandonata.
    Annichilito sguardo, perduto nell'intensa e strana notte malinconica.
    Desio d'esser fantasma, priva di strazio che tormenti,
    nel ricondur ricordi ormai sepolti tra reperti antichi,
    dove rimorsi vanno a infrangersi, al pari dei rimpianti per scelte non decise.
    Ma non è ancora il tempo del passaggio,
    la vita ancor reclama per vincer la partita.
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      Scritta da: Iris Vignola
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      Inebriata dal voler esser nuda

      Inebriata dal voler essere nuda,
      s'ha da librarsi in volo, l'anima vagabonda,
      quella veste ch'avea scelto sta nel letto,
      in pieno sonno, a vivere nel sogno.
      Di letizia rivestita,
      centellina l'ingordigia d'esser libera,
      roteando in spirali colorate,
      aggrappandosi a code di comete,
      apprestandosi a inoltrarsi in buchi neri,
      fino a sfrecciar dove non era stata prima,
      fin'a scoprir galassie sconosciute,
      coniate da miriadi di stelle ammaliatrici,
      d'altri soli, al centro di pianeti,
      laddove le distanze appaion abissali,
      laddove il tempo appar inesistente,
      fors'a raggiunger il confine d'universo.
      Non appar stanca, par abbia superato circa un metro,
      l'anima avventuriera, ciononostante si riposa,
      adagiandosi sopr'a una scia di rocce levitanti,
      pure mancando l'aria,
      in speranzosa attesa d'apertura del portale
      separante universi paralleli.
      Il suo alter ego attende, al varco, l'anima gitana,
      dai vicendevoli racconti scopriran segreti di vite alternative
      di quelle spoglie ch'han lasciate sole e abbandonate.
      Nonché vuote, prive di quello spirito ch'è saturo d'immenso.
      Degli alter ego alieni, l'un per l'altro, ma similmente uguali,
      Gli stessi tratti, le stesse identità, gli stessi desideri,
      seppur scelte diverse, inverse, del tutto essenziali a far la differenza.
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        Scritta da: Iris Vignola
        in Poesie (Poesie personali)

        Lo scoglio del peccato s'è venato

        Tu l'ape, io il fiore,
        metafora ch'appar del tutto vera,
        allor ti fai condurre dal profumo e dal colore
        del mio esser fiore, da te amato,
        nel solito frangente ch'io t'anelo e appaio pronta
        ad allietar olfatto ed estasiar palato.
        Tu conturbante ape, io ammaliante fiore.
        Nel rivelar dei petali t'inoltri, sinuosi e schiusi,
        agognando sugger nettare che sa inebriarti,
        di cui nutrirti e satollare i sensi,
        saziando gli appetiti miei, per te, esistenti.
        Istanti vivi, che fan vibrar la carne e ribollir il sangue,
        nell'eruzione d'un vulcano che s'è acceso,
        spandendo rovente lava, a infranger, del lecito, barriera,
        dacché ammetter che l'illecito sia sostantivo senza senso,
        nel compiacer l'amore, quello vero.
        Lo scoglio del peccato s'è venato,
        andando, mano a mano, a disgregarsi
        sotto il frangere dell'onda dirompente
        che, costante, nell'eroder piano piano, lo consuma.
        Tu onda prorompente, io mare che t'acclama.
        Tu ape pretenziosa ed io fiore in simbiosi,
        Siam consci che l'amore non abbia nulla da rimproverarsi,
        all'evitar d'alzare mura inconsistenti.
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          Scritta da: Iris Vignola
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          Fragilità

          Fragilità cruciali e prepotenti,
          omertosi e nebbiosi stati esistenziali
          che si nascondono, come serpenti aggrovigliati,
          nell'ombra dell'insita boscaglia dell'emozioni sentimentali,
          dove strisciare occultamente,
          andando ad infierire e interferire col senso della vita.
          Fragilità appartenenti all'io celato,
          dei sentimenti innati, generanti emozionali stati d'animo,
          talvolta nati nella luce, figli di speranza,
          che vanno ad incontrarsi e maturare
          nella silente solitudine della propria anima.
          Fragilità univoche discinte dalle fragilità comuni,
          che mostrano ogni essere a sé stante,
          singolare involucro perfetto ed imperfetto, nel contempo,
          dove squilibrio ed equilibrio si equivalgono e si compensano.
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            Scritta da: Iris Vignola
            in Poesie (Poesie personali)

            Placido il mare

            Placido, il mare, assorto nel torpore apparente,
            in quel d'estate
            pare ignorar la gente.
            Dal vento, sì tiepido e gentile, si lascia accarezzare.
            Discontinuo, l'alitare lo sorvola e lo sfiora,
            assai fugace,
            in quell'ore da bollore
            ed esso, per diletto, ad increspar l'acqua s'appresta,
            alzandosi nell'onde, tenaci e delicate,
            ch'avanzano, frementi di lambir la calda sabbia,
            per riversarvisi dentro,
            morendo su di essa, in spuma bianca,
            sapienti del rinascere perpetuo, nel lor ritorno indietro,
            al proprio padre.
            Placido il mare e placide le membra sotto il sole,
            sulla battigia fattasi infuocata.
            All'acqua fresca di risacca appena nata,
            poni la tua voglia di freschezza,
            nel desio impellente di refrigerio da calura,
            corroborante la tua energia testè calante.
            Bagnato, l'arenile disseta la tua sete,
            nel mentre che il rumore, ognor cantilenante,
            dolce sciacquio che sa pregnar l'udito,
            conduce alla tua mente, soave, del mare,
            quel sospiro, fattosi vibrante,
            sotto il sussurro flebile del vento,
            che gli riporta il canto che, in coro, vanno ad intonare,
            in paziente attesa dell'apparir dell'imbrunire.
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              Scritta da: Iris Vignola
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              Beltà e grazia han arriso alla tua forgia

              Beltà e grazia han arriso alla tua forgia,
              di maestria si son plasmate nell'imprimer il lor marchio;
              quant'è stata real veemenza, nel desiderar di far, di te,
              creatura alata, ineguagliabile esemplare, mai esistito tale?
              Grata, alquanto, al mio etereo arrancar là, fin dove arriva il sogno,
              in un cielo ch'ha dismesso il velo nero,
              scippato del colore buio dell'ombra,
              dall'estasiante aurora, giungente a rischiarar l'intorno.
              Nell'atto di posar i piedi s'una nube accumulata,
              mi costringo all'esilio e al diniego del risveglio,
              acciocché stare nel sonno, a favorir lo spazio che ricerco.
              Cavalcar su di te, oh mirabile destriero,
              carezzar il corno tuo, che ha sapor di sortilegio,
              com'eretto a corona sorprendente, sul tuo capo;
              aggrapparmi a soave morbidezza del tuo lungo crine biondo,
              del color che copia il sole, risplendente, or or, da Oriente,
              all'intender non cadere nell'accedere alle stelle.
              Febbril desio sfrenato e inappagato di mistero impenitente,
              ardor di fuggir via da ciò che è vero,
              all'uopo d'inchinarsi alla malia dell'irreale, del fatato.
              Che non abbia, il bagliore che traspare,
              ad infrangere e dissolver l'illusorio istante ch'io sto vivendo.
              Ch'abbia, tutto questo, un real senso.
              Ch'il mattin, testè parvente, si faccia sì silente,
              per proteggere l'essenza del mio mondo così strano,
              suggestivo e alternativo, trasudante fascino infinito e raro,
              esternato da mente ch'osa scindere chiusure perentorie,
              nell'esular dal certo preesistente e deprimente, invero,
              per optar l'incerto, di cui l'intento è di scoprir l'arcano,
              immergendomici dentro, fin'a divenir parte integrante dello stesso.
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                in Poesie (Poesie personali)

                L'acqua a pezzi e la notte a Venezia

                Arriva lenta,
                poca e stanca.
                Appare fra le due tavole di legno marcito
                si stringe per passare
                e subito diventa buia,
                l'acqua alla cavana.
                Si appoggia al muro
                e torna indietro.
                Di poco,
                come se sapesse di essere arrivata alla fine.
                Abbandonata dall'acqua madre
                già lontana nel canale.
                Si sofferma
                e lì riposa.
                Rumore leggero e ripetuto,
                un respiro preciso
                che ci posso contare il tempo
                con gli occhi chiusi.
                Farlo minuti,
                ore,
                una notte intera.
                Come stanotte,
                che l'acqua entra già buia,
                nera.
                Ed io
                finalmente non mi vedo più.
                Composta venerdì 27 novembre 2015
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                  in Poesie (Poesie personali)

                  La breve visita

                  Scese giù
                  leggera
                  a chiedermi perché piovesse.
                  Io non avevo risposta,
                  non vedevo mai piovere.
                  Ne piansi piano.
                  Perché vedevo sempre sole?
                  Perché pioveva sempre?
                  Tornai a guardarla.
                  Portava veli azzurri,
                  ma non addosso,
                  al braccio,
                  come panni da lavare
                  o da far volare.
                  Ed era nuda
                  e bella.
                  Indossava i suoi graffi
                  quasi come tatuaggi.
                  I miei erano diventati tagli profondi.
                  Come me
                  si voltò.
                  - Tu resterai qui,
                  legato alla tua croce -.
                  Ed io strinsi di nuovo i nodi
                  e lì rimasi.
                  Composta venerdì 27 novembre 2015
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                    in Poesie (Poesie personali)

                    I dubbi sulle parole degli altri

                    Quando mi dicono che sono bravo
                    penso che se lo fossi davvero avrei una pagella con tutti dieci,
                    ma non ce l'ho.
                    Solo in condotta ho dieci,
                    e non è un vanto,
                    è da perdenti.
                    Quando mi dicono che sono educato
                    penso che sia solo rispetto dovuto al prossimo,
                    ma quando ci ho a che fare,
                    col prossimo,
                    mi rendo conto che troppo spesso non lo ricambia
                    il mio rispetto.
                    Quando mi dicono che sono affidabile
                    penso che faccio ciò che si deve,
                    che forse sono gli altri a fare poco,
                    non io di più.
                    Ma se invece che darmi tanto da fare
                    prendessi un lungo respiro
                    e vedessi intorno a me
                    mi renderei conto che sono io sbagliato
                    e che,
                    forse,
                    chi mi fa i complimenti
                    o mi prende per il culo
                    o mi vuole fregare.
                    Composta lunedì 30 novembre 2015
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