Scritta da: Franco Mastroianni
in Poesie (Poesie personali)
Il gelo
artista
naturale
pittore
oserei
dire
di quelli
che san fermar
le
immagini
e
catturar
lo
sguardo.
Eppur
così freddo
mi
scalda
pensando
al
letargo.
Commenta
Il gelo
artista
naturale
pittore
oserei
dire
di quelli
che san fermar
le
immagini
e
catturar
lo
sguardo.
Eppur
così freddo
mi
scalda
pensando
al
letargo.
Le frasi dolci
le
parole
che si usano
a
Natale
le
teniamo tutto
l'anno
sopra ad uno scaffale
riposte con amore
dentro una scatola
di
cartone
che
guarda caso
è
quella
del
panettone.
Volare ancora due lustri
questo chiedo alla Dea Nera.
Per volare come il delfino
che gioca col cerchio d'acqua.
Affinché il mio volteggiare
alla mia costola
possa donare un mare.
Poi.
Nulla mi tratterrebbe
nel venire da te
al sole del tuo Brasile.
Alzerei il bianco marmo
come fosse quel lenzuolo
che ti copriva finito l'amore.
Finalmente mi coricherei
al tuo fianco
per sempre.
Nelle calde giornate d'Estate
giungi a me come dolce refrigèrio,
lasciandoti trasportare come piuma
da un leggero alito di vento...
Nelle fredde giornate d'Inverno,
attraverso un raggio di luce
entri nelle tenebre del mio cuore e
sciogliendone il gelo, mi ridoni calore...
E fu Giuseppe per quarant'anni ed oltre
a far'inchini e salutar dappresso
finché trovossi un dì su stessa coltre *
accanto colui che prima era cipresso.
Parve, indi, con stupore immenso
d'avere inchino da sì alto fusto;
anchilosato fu, disse: Che penso?
No! Cervello mio: Sei vecchio e guasto.
E chiusi gli occhi, ch'era stanco assai,
la destra penzoloni giù dal letto
s'assopì pian pianino pensando ai guai
ed alla vision ch'oggi fu oggetto.
Così restossi: Tempo quanto nol seppe
ma parvegli poi da tocco essere scosso
mentre affettuosamente: Che fai o Peppe?
Sentì stanco quel dire, quanto commosso.
Per i suoi vitrei, da peso oppressi occhi
forza non ebbe di guardar chi fosse,
chi a voce lo chiamava e piccoli tocchi
e debolmente pensava chi esser potesse.
Fu il dì di poi, a mattino andato
che disteso a letto a lui di presso
scorge vetust'uomo, volto emaciato
che credere stenta ch'esser sia lo stesso
che per tant'anni ebbe ad inchinarsi.
Quello lo guarda e stancamente dice:
Ho, qui, nel petto di dolor dei morsi,
stanco mi sento e d'essere infelice.
Io non pensavo mai, Vossignoria,
un giorno di trovarmi accanto a Voi,
quest'oggi il cuore mio è in allegria
ch'ha la fortuna d'essere con Voi.
Prim'io voglianza avevo di morire
che sempre fui più stanco e tribolato
sper'ora, invece, manco di guarire
ch'accanto Vossignoria sono appagato.
Certo! Tu allato sempre sei vissuto
e ancorché steso resti consolato.
Non me, però, da nobil stirpe nato
sempre diverso fui, e non reietto.
Vossignoria restate tale e quale
con l'arroganza nelle vostre vene
ma l'altezzosità più a nulla vale
perché acuisce solo le vostre pene.
Da parte mia vi dico: Io vi perdono
e mi prosterno a voi per quella gioia
che il cuore mio ha ricevuto in dono
d'avere accanto a sé vossignoria.
Rosa il tuo nome e rosa eri di viso
Ricordo, Mamma, il tuo bel sorriso;
ricordo quell'incedere tuo lesto,
ricordo radunati i capei a cesto.
Ricordo gli occhi tuoi castano scuro,
ricordo del tuo amore sempre puro;
ricordo il tuo bel mento ovaleggiante
su quel bel viso splendido, raggiante
Ricordo, Mamma, quando al casolare,
raccolti accanto al grande focolare
raccontavi per noi fatti e romanze
di principi e duchesse in grandi stanze.
Principato, ducato e marchesato
Quante fiabe per noi hai tu inventato!
Altro dare di più non si poteva:
in miseria di guerra si viveva.
Ricordo i tempi degl'oscuramenti,
i razzi a notte fonda rilucenti,
ricordo le nottate fredde, io ignudo,
quando il Tuo corpo a me facea da scudo
per quei rumori forti ed assordanti
di velivoli in cielo roteanti.
Di gran paura si stringeva il core
ma Tu coprivi tutto col tuo amore.
.
Allo scoppio di bombe a noi vicino
stringevi a Te più forte il corpicino;
lo facevi così, con tant'ardore,
che risentirlo lo vorrei a quest'ore.
E, mi ricordo, Mamma, le speranze
che in quelle tristi, brutte circostanze
trasmettevi nel debol cuoricino
Dell'arrivo di Papà così vicino.
Lo facevi con sì tanta fermezza
che dissolvevi in me forte l'ebbrezza
nella certezza di veder domani
il Suo bel volto e le Sue grandi mani.
Or più non sei, dolce mia Mamma
cara, di Te solo ricordi in alma
serbo, ricordi che mi servono a pensare,
ricordi che mi portano a sperare.
Fummo perch'eravamo quand'ancor
erano vitali, focosi e fermi Lor;
or più non siamo perché saremmo solo
se confissi rimasti fossimo in suolo
e fosse in noi presenza vista di Loro
e nostre ovazioni al Ciel fossero coro;
contenti ancor vivremmo com'allora,
quel ch'eravamo allora saremmo ancora.
Ma più non è e, più mai così potrà
ch'ognuno disperso s'è dritto sentiero,
colui che s'accompagna mai vorrà
che si ritrovi quel sentiero primiero.
China la fronte a ciò che a lor piace,
imbelli seguitiamo l'altrui volere,
ad altra volontà noi si soggiace.
Non intelletto umano ma sol di fere.
Quinto di margherita fiore odoroso
ritto cresciuto, bello e rigoglioso,
fosti e tuttora sei grande gioiello
ultima pietra di sì gran castello.
Buono fosti sempre, rispettoso e quieto,
alma sensibile, docile e mansueto
d'arbusto sano, prosperoso e scuro
da piccoletto già fosti maturo.
Or che cresciuto sei null'hai mutato;
dolce, sensibile e buono sei restato;
solo un momento di tristezza in core
scalfir voluto avrebbe il tuo spessore.
Di quercia gran querciuolo ben nutrito
della vita all'intemperie hai resistito
e con la perspicacia che t'è nota
t'aggrappasti alla mamma assai devota.
Di me ti ricordasti, e ti son grato
d'avermi posto pure all'altro lato,
lesto come a padre si conviene
ricorsi, tosto, all'opra pel tuo bene.
Restar devi la quercia che sei nato
mai giunco esser devi, in null'annata,
né vento mai ti scuotono, pioggia o gelo,
davanti agli occhi mai aver più velo.
Quest'è l'augurio che ti manda mamma,
mentr'io lo dico a mò di telegramma:
Resta leone di ruggito feroce
non fare che ti mettano alla croce.
Sono credente, sì, ma non fervente
e sublimante vedo il prepotente.
Se fossi più credente e più fervente
in alto vedrei solo l'Onnipotente.
In basso, meno forte e simil niente
vedrei l'essere duro e imponente;
saprei per certo, ch'è essere indigente
e che mai fu importante né potente.
La fede incerta, poca e barcollante
volge lo sguardo mio all'arrogante
assiso in vetta grande, troneggiante,
la mente a tal pensiero va vagante.
Scritto in pagina di Libro rilevante
è che l'essere umano è barcollante,
il trono cui è assiso è traballante,
nullo è, quello che pare, esser gigante.
Torna il pensiero mio alle passate cose,
torna ove veduto avea bocciol di rose;
rincontra il pensier mio l'allegre spose
ch'or le vede stanche e assai nervose.
Quelle figure d'allora meravigliose
agli occhi sono immagini dogliose,
qualcosa son che cercano vogliose
e di trovarla appaiono ansiose.
Muta cani scorta cavaliere egregio
a cavalcioni d'un destriero bigio,
ognuno s'inchina a detto personaggio
mentre sul cavallo è di passaggio.
Rintocco di campana s'ode mogio
in quella sera del mese di maggio;
annuncia la fine del signore egregio
e dice che grandezza è sol miraggio.
Significa che di Grande ve n'è Uno
e la potenza Sua non l'ha nessuno;
chiunque può pensare esser qualcuno
ma in fondo resta solo come ognuno.
Vuoi per mola, per faccia ed andatura,
per volgarità d'animo e costumanza,
per trivialità di far la sua pastura*
da porcara, dei porci ha stessa usanza.
Il puzzo che sprigiona è come puzzola,
più di vipera ha dente avvelenato;
subdolo insetto al pari di tignola
cui l'operare il male è gusto innato.
Di cattiveria pregno il suo giaciglio,
tutt'intorno l'aria puzza del Maligno
e manco l'incenso dato a gran sparpaglio
riesce a profumar quel volto arcigno.
Spregevole più di Circe per tranelli
ch'avea, però, un corpo snello e bello
e tramutava in porci questi e quelli
onde tenere Ulisse nel suo ostello.
A differenza ha vita orripilante,
maestra nel ferire esseri in norma,
nessun per essa mai fu spasimante
mancante essa di modi, d'arte e forma.
Se maggiore uso dello specchio avesse,
se riuscisse a contemplarsi dentro,
se sol di coscienza a conoscenza fosse
vedrebbe la lordura cui sguazza al centro.
D'umano parmi sì, ch'abbia qualcosa:
é un grave atteggiamento a lavandaia;
no! Per la categoria è offesa a iosa
in quanto oggetto dell'immondezzaio.