Una sera di mezza bruma a Londra Un monellastro che somigliava al Mio amore mi si fece incontro e fonda Mi lanciò una guardata tale da Farmi chinar gli occhi d'onta
Fischiettava una sua canzone Le mani in tasca e mentre lo seguivo Di quella strada nel canalone Mar Rosso aperto sembravamo Lui gli Ebrei io Faraone
Cada quell'onda di mattoni giù Se tu non fosti bene amata Io son davvero il Re d'Egitto e in più La sua sorella sposa la sua armata Se l'unico amore non sei tu
Alla svolta d'una via bruciante Di tutti i lumi delle facciate
Piaghe di nebbia sanguinante Vivo lamento delle facciate Un'ubriaca a lui somigliante
Carico l'occhio d'inumanità Sul collo nudo la cicatrice Da una taverna sbucò là Nell'ora in me rivelatrice Dell'amorosa falsità
Tornato in patria finalmente Il saggio Ulisse fu riconosciuto Dal vecchio cane Teneramente La moglie presso un gran tessuto Stava ad attenderlo fidente
Stanco di vincere si rallegrava Di Sakuntala il regale signore Allorché languida lei ritrovava Mentre occhi pallidi d'attesa e d'amore La sua gazzella accarezzava
A quei felici re ho pensato Quando l'amore falso e quella Di cui son sempre innamorato Le loro perfide ombre urtando Così infelice m'hanno lasciato
L'inferno è fatto di questi rimpianti Un cielo d'oblio s'apra ai miei voti Per un suo bacio del mondo i regnanti
Morti sarebbero Tapini famosi Offerta avrebbero l'ombra ai mercanti
Ho svernato nel mio passato Ora ritorni il sole di Pasqua A riscaldare un cuor più gelato Dei Quaranta che a Sebaste Meno di me han martirizzato
Memoria mia mia bella vela Abbastanza s'è navigato In un'onda a bersi nera Abbastanza s'è divagato Dalla bell'alba alla triste sera
Addio falso amore confuso Con la donna che s'allontana Con quella che ho perduto L'anno scorso in Germania E mai mai più ho riveduto
O Via lattea sorella luminosa Di Cànaan dei bianchi rivi E d'un bianco corpo di sposa Ti seguiremo morti nuotatori privi Di fiato in altra nebulosa?
Mi ricordo d'un altr'anno Era l'alba d'un giorno d'aprile Io cantavo il mio dolce affanno Cantavo l'amore con voce virile In quel momento d'amore dell'anno.
Ho colto questo filo di brughiera Ricordati che l'autunno è morto Non ci vedremo più sulla terra Odore del tempo filo di brughiera Ricorda ancora che io ti aspetto.
Sono nato sotto il segno dell'Autunno Perciò amo i frutti e detesto i fiori Rimpiango i miei baci ad uno ad uno Come un noce bacchiato al vento racconta i suoi dolori
Eterno autunno o stagione mia mentale Le mani degli amanti d'una volta cospargono il tuo suolo Mi segue una sposa è la mia ombra fatale Stasera le colombe spiccano l'ultimo volo.
Se la ruota si impiglia nel groviglio delle stesse filanti ed il cavallo s'impenna tra la calca, se ti nevica fra i capelli e le mani un lungo brivido d'iridi trascorrenti o alzano i bambini le flebili ocarine che salutano il tuo viaggio e i lievi echi si sfaldano giù dal ponte sul fiume se si sfolla la strada e ti conduce in un mondo soffiato entro una tremula bolla d'aria e di luce dove il sole saluta la tua grazia-hai ritrovato forse la strada che tentò un istante il piombo fuso a mezzanotte quando finì l'anno tranquillo senza spari.
Ed ora vuoi sostare dove un filtro fa spogli i suoni e ne deriva i sorridenti ed acri fumi che ti compongono il domani; ora chiedi il paese dove gli onagri mordano quadri di zucchero dalle tue mani e i tozzi alberi spuntino germogli miracolosi al becco dei pavoni.
(Oh, il tuo carnevale sarà più triste stanotte anche del mio, chiusa fra i doni tu per gli assenti: carri dalle tinte di rosolio, fantocci ed archibugi, palle di gomma, arnesi da cucina lillipuziani: l'urna li segnava a ognuno dei lontani amici l'ora che il gennaio si schiuse e nel silenzio si compì il sortilegio. È carnevale o il dicembre s'indugia ancora? Penso che se muovi la lancetta al piccolo orologio che rechi al polso, tutto arretrerà dentro un disfatto prisma babelico di forme e di colori... )
E il natale verrà e il giorno dell'anno che sfolla le caserme e ti riporta gli amici spersi e questo carnevale pur esso tornerà che ora ci sfugge tra i muri che si fendono già. Chiedi tu di fermare il tempo sul paese che attorno si dilata? Le grandi ali screziate ti sfiorano, le logge sospingono all'aperto esili bambole bionde, vive, le pale dei mulini rotano fisse sulle pozze garrule. Chiedi di trattenere le campane d'argento sopra il borgo e il suono rauco delle colombe? Chiedi tu i mattini trepidi delle tue prode lontane?
Come tutto si fa strano e difficile come tutto è impossibile, tu dici. La tua vita è quaggiù dove rimbombano le ruote dei carriaggi senza posa e nulla torna se non forse in questi disguidi del possibile. Ritorna là fra i morti balocchi ove è negato pur morire; e col tempo che ti batte al polso e all'esistenza ti ridona, tra le mura pesanti che non s'aprono al gorgo degli umani affaticato, torna alla via dove con te intristisco quella che mi additò un piombo raggelato alle mie, alle tue sere: torna alle primavere che non fioriscono.
L'anguilla, la sirena dei mari freddi che lascia il Baltico per giungere ai nostri mari, ai nostri estuari, ai fiumi che risale in profondo, sotto la piena avversa, di ramo in ramo e poi di capello in capello, assottigliati, sempre piú addentro, sempre piú nel cuore del macigno, filtrando tra gorielli di melma finché un giorno una luce scoccata dai castagni ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta, nei fossi che declinano dai balzi d'Appennino alla Romagna; l'anguilla, torcia, frusta, freccia d'Amore in terra che solo i nostri botri o i disseccati ruscelli pirenaici riconducono a paradisi di fecondazione; l'anima verde che cerca vita là dove solo morde l'arsura e la desolazione, la scintilla che dice tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi, bronco seppellito: l'iride breve, gemella di quella che incastonano i tuoi cigli e fai brillare intatta in mezzo ai figli dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu non crederla sorella?
Gloria del disteso mezzogiorno quand'ombra non rendono gli alberi, e piú e piú si mostrano d'attorno per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, - e un secco greto. Il mio giorno non è dunque passato: l'ora piú bella è di là dal muretto che rinchiude in un occaso scialbato.
L'arsura, in giro; un martin pescatore volteggia s'una reliquia di vita. La buona pioggia è di là dallo squallore, ma in attendere è gioia piú compita.
Godi se il vento ch'entra nel pomario vi rimena l'ondata della vita: qui dove affonda un morto viluppo di memorie, orto non era, ma reliquario.
Il frullo che tu senti non è un volo, ma il commuoversi dell'eterno grembo; vedi che si trasforma questo lembo di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall'erto muro. Se procedi t'imbatti tu forse nel fantasma che ti salva: si compongono qui le storie, gli atti scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! Va, per te l'ho pregato, - ora la sete mi sarà lieve, meno acre la ruggine...
Tu non ricordi la casa dei doganieri sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: desolata t'attende dalla sera in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura e il suono del tuo riso non è più lieto: la bussola va impazzita all'avventura e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna la tua memoria; un filo s'addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana la casa e in cima al tetto la banderuola affumicata gira senza pietà. Ne tengo un capo; ma tu resti sola nè qui respiri nell'oscurità.
Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende rara la luce della petroliera! Il varco è qui? (ripullula il frangente ancora sulla balza che scoscende... ). Tu non ricordi la casa di questa mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
I turbini sollevano la polvere sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi deserti, ove i cavalli incappucciati annusano la terra, fermi innanzi ai vetri luccicanti degli alberghi. Sul corso, in faccia al mare, tu discendi in questo giorno or piovorno ora acceso, in cui par scatti a sconvolgerne l'ore uguali, strette in trama, un ritornello di castagnette. È il segno d'un'altra orbita: tu seguilo. Discendi all'orizzonte che sovrasta una tromba di piombo, alta sui gorghi, più d'essi vagabonda: salso nembo vorticante, soffiato dal ribelle elemento alle nubi; fa che il passo su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi il viluppo dell'alghe: quell'istante è forse, molto atteso, che ti scampi dal finire il tuo viaggio, anello d'una catena, immoto andare, oh troppo noto delirio, Arsenio, d'immobilità... Ascolta tra i palmizi il getto tremulo dei violini, spento quando rotola il tuono con un fremer di lamiera percossa; la tempesta è dolce quando sgorga bianca la stella di Canicola nel cielo azzurro e lunge par la sera ch'è prossima: se il fulmine la incide dirama come un albero prezioso entro la luce che s'arrosa: e il timpano degli tzigani è il rombo silenzioso Discendi in mezzo al buio che precipita e muta il mezzogiorno in una notte di globi accesi, dondolanti a riva, - e fuori, dove un'ombra sola tiene mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita l'acetilene - finché goccia trepido il cielo, fuma il suolo che t'abbevera, tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono le tende molli, un fruscio immenso rade la terra, giù s'afflosciano stridendo le lanterne di carta sulle strade. Così sperso tra i vimini e le stuoie grondanti, giunco tu che le radici con sé trascina, viscide, non mai svelte, tremi di vita e ti protendi a un vuoto risonante di lamenti soffocati, la tesa ti ringhiotte dell'onda antica che ti volge; e ancora tutto che ti riprende, strada portico mura specchi ti figge in una sola ghiacciata moltitudine di morti, e se un gesto ti sfiora, una parola ti cade accanto, quello è forse, Arsenio, nell'ora che si scioglie, il cenno d'una vita strozzata per te sorta, e il vento la porta con la cenere degli astri.
Avevamo studiato per l'aldilà un fischio, un segno di riconoscimento. Mi provo a modularlo nella speranza che tutti siamo già morti senza saperlo. Non ho mai capito se io fossi il tuo cane fedele e incimurrito o tu lo fossi per me. Per gli altri no, eri un insetto miope smarrito nel blabla dell'alta società. Erano ingenui quei furbi e non sapevano di essere loro il tuo zimbello: di esser visti anche al buio e smascherati da un tuo senso infallibile, dal tuo radar di pipistrello.