Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Mammina diciottenne

Non mai - dico non mai - così m'infiamma
il senso d'una vita bella e forte
come quando apparite nelle corte
gonnelle d'alpinista, esile damma!

Non m'irridete! Ché nessuna fiamma
come costoro che vi fan coorte
m'invita a seguitar la vostra sorte,
o Margherita, giovinetta Mamma!

O Margherita, mamma diciottenne,
chinatevi sul bimbo vostro e ad ogni
bacio s'unisca l'oro delle teste.

Guardandovi così fu che mi venne
come un rimorso di cattivi sogni
e un desiderio di parole oneste.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Il modello

    Perché non tenteremo la fortuna
    d'un bel sonetto biascicante in ore
    e dove il core rimi con amore
    e dove luna rimi con laguna?

    Pensiero! - E non bellezza inopportuna.
    Sincerità! - Il tema delle "otto ore".
    Amore! - Un tal che si trapassa il core
    per una sarta, al chiaro della luna.

    "Ma che arte, che lima!... Chi s'adopra,
    scrivendo, a farsi intendere con poca
    fatica, sarà valido e sincero... "

    Così farò. Così, lasciata l'opra
    del paiolo e del mestolo, la cuoca
    dirà con te: "Ma qui c'è del pensiero! ".
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      A un demagogo

      Tu dici bene: è tempo che consacri
      ai fratelli la mente che si estolle
      anche il poeta, citaredo folle
      rapido negli antichi simulacri!

      Non più le tempie coronate d'acri
      serti di rose alla Bellezza molle;
      venga all'aperto! Canti tra le folle,
      stenda la mano ai suoi fratelli sacri!

      E tu non mi perdoni se m'indugio,
      poiché di rose non si fanno spade
      per la lotta dei tuoi sogni vermigli.

      Ma un fiore gitterò dal mio rifugio
      sempre a chi soffre e sogna e piange e cade.
      Eccoti un fiore, o tu che mi somigli!
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        La loggia

        Noi ci vedemmo sotto cieli tetri,
        vite di Cipro, al tempo che tu arricci
        pochi rimasti pampini ed arsicci
        sui tralci immiseriti come spetri.

        Ci rivediamo che ricopri i vetri
        di verde folto, allacci di viticci
        e attingi coi tuoi grappoli biondicci
        la loggia, in alto, più di venti metri.

        Chi vede le tue prime foglie vizze,
        o loggia solatia, in Vigna Colta,
        come un'amica dolce ti ricorda.

        Tu fosti che indulgesti alle sue bizze,
        quando Centa vietava la raccolta
        alla piccola mano troppo ingorda.

        II.

        M'è caro, loggia, poi che le tue pigne
        la nuova luna di settembre invaia,
        piluccare i bei chicchi a centinaia
        fra le grandi compagini rossigne.

        Più mi compiaccio in te che nelle vigne,
        ma, poiché getto i fiocini ne l'aia,
        Centa s'avvede, Centa la massaia
        mi ricerca con l'iridi benigne.

        «Bevesti il latte che non è mezz'ora!
        Uva e latte dispandon per le membra
        tossico fino! Quella gola stolta!...»

        Sgridami, Centa! Sali come allora
        a condurmi pel braccio via! mi sembra
        che tu debba allevarmi un'altra volta...
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          L'esilio

          Non ti conobbi mai. Ti riconosco.
          Perché già vissi; e quando fui ministro
          d'un rito osceno, agitator di sistro
          t'ho posseduta al limite d'un bosco.

          Bene ravviso il sopracciglio fosco
          le bande fulve... Chi segnò di bistro
          l'occhio caprino gelido sinistro?
          Or ti rivedo in un giardino tosco,

          vergine impura, dopo mille e mille
          anni d'esilio. Tu, fatta Britanna,
          scendi in Italia a ricercarvi il sogno.

          Sono tre mila anni che t'agogno!
          Ma com'è lungi il sogno che m'affanna!
          Dove sono la tunica e le armille?

          ii.

          Dove sono la tunica e le armille
          d'elettro che portavi a Siracusa?
          E le fontane e i templi d'Aretusa
          e l'erme e gli oleandri delle ville?

          Del tempo ti restò nelle pupille
          soltanto la lussuria che t'accusa,
          vergine impura dalla fronte chiusa
          tra le due bande lucide e tranquille.

          E questa sera tu lasci le danze
          (per quel ricordo al limite d'un bosco? )
          tutta fremendo, come un'arpa viva.

          Giungono i suoni dalle aperte stanze
          fin nel giardino... O bocca! Riconosco
          bene il profumo della tua genciva!
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            Scritta da: Silvana Stremiz
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            Garessio

            Dalle finestre medioevali e oscure
            non più le dame guardano i cavalli
            e i cavalier passar per queste valli,
            corruscanti di lucide armature.

            Dalle finestre medioevali e oscure
            non più ridon le dame ai bei vassalli,
            ma i garofani bianchi, rossi, gialli
            protendono le gran capigliature...

            Pace e Silenzio! Fiori alle finestre
            che invitano a piacevoli pensieri!
            Ed ecco in alto, nel dirupo alpestre

            fra le balze dei ripidi sentieri
            Voi, o Maria, Voi che date al vento
            il dolce riso e i bei capelli neri!
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Fratelli

              Nell'impero dell'acque e delle nubi
              dove regnava il pecoraio e il gregge,
              o Numero, già fatta è la tua legge
              dalla potenza delli ordegni indubi.

              Conduce un filo il moto che tu rubi
              all'acqua e vola cento miglia e regge
              gli opifici rombanti di pulegge
              e di magli terribili e di tubi.

              Ben riconosco il Verso tuo fratello
              onnipossente Numero! Tu fai
              a noi men disagevole il sentiero.

              E il tuo parente più leggiadro e snello
              ci fiorisce le soste di rosai
              e di menzogne dolci più del Vero
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)
                Il corruscante cielo d'Oriente
                a gran distesa lodano gli uccelli,
                Aurora arrossa i bianchi capitelli
                sul tempietto di Leda, intensamente.

                Tolgon commiato tra le faci spente
                gli ospiti stanchi. Un servo aduna i belli
                fiori che inghirlandano i capelli
                e li gitta allo stagno, indifferente.

                Le rose aulenti nella notte insonne,
                le rose agonizzanti, morte ai baci
                nelle capellature delle donne,

                scendon piano con l'alighe tenaci,
                in su la melma livida e profonda,
                con le viscide larve dei batraci.

                II.

                Pace alle rose in fondo dello stagno,
                in loro fredda orrenda sepoltura;
                pur anche la sua gran capellatura
                dischioma l'olmo il pioppo ed il castagno.

                Il cigno guata, mutolo e grifagno,
                lo stagno ricolmarsi di frondura.
                Silla, sognamo. Tutto ci assicura
                l'ultima pace e l'ultimo guadagno.

                Guarda, fratello: innumeri le foglie
                attorte e rosse e gialle, senza strazio,
                distaccansi dal ramo, lentamente;

                la Madre antica in sé tutte le accoglie.
                Sognamo, Silla, memori d'Orazio,
                quel sogno confortante che non mente.

                III.

                Perché morire? La città risplende
                in Novembre di faci lusinghiere;
                e molli chiome avrem per origliere,
                bendati gli occhi dalle dolci bende.

                Dopo la tregua è dolce risapere
                coppe obliate e trepide vicende -
                bendati gli occhi dalle dolci bende -
                novellamente intessere al Piacere.

                Ma pur cantando il canti di Mimnerno
                sento che morta è l'Ellade serena
                in questo giorno triste ed autunnale.

                L'anima trema sull'enigma eterno;
                fratello, soffro la tua stessa pena:
                attendo un'Alba e non so dirti quale.

                IV.

                Che giovò dunque il gesto di chi disse:
                «Il gran Pan non è morto! Ecco la via
                dell'allegrezze nove. Ovunque sia
                dato l'annunzio del novello Ulisse!

                Il flavo Galileo che ci afflisse
                di tenebrore e di malinconia
                e quella scialba vergine Maria
                e quella croce diamo alle favisse!»?

                Nulla giovò. L'impavide biasteme
                non rianimeran lo spento sguardo
                dei numi elleni sugli antichi marmi.

                «Lor giuventude vive sol nei carmi.»
                Secondo la parola del Vegliardo
                il fato ineluttabile li preme.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Il frutteto

                  Anche né malinconico né lieto
                  (forse la consuetudine assecondo
                  cara d'un tempo al bel fanciullo biondo)
                  oggi varco la soglia del frutteto.

                  Ah! Vedo, vedo! Come lo ravviso!
                  È bene questo il luogo; in questa calma
                  conchiusa, certo l'intangibil salma
                  giacque per sempre dell'amor ucciso,

                  del vero antico Amore ch'io cercai
                  malinconicamente per l'inquieta
                  mia giovinezza, la raggiante mèta
                  sì perseguìta e non raggiunta mai.

                  Or mi soffermo con pupille intente:
                  le cose mi ritornano lontano
                  nel Tempo - irrevocabile richiamo! -
                  mi rivedo fanciullo, adolescente.

                  O belle, belle come i belli nomi,
                  Simona e Gasparina, le gemelle!
                  Pur vi rivedo in vesta d'angelelle
                  dolce-ridenti in mezzo a questi pomi.

                  Ed anche qui le statue e le siepi
                  ed il busso ribelle alle cesoie.
                  (Natali dell'infanzia, o buone gioie,
                  quando n'ornavo i colli dei presepi!)

                  Ma sull'erme, sui cori, sopra il busso
                  simmetrico, sui lauri, sugli spessi
                  carpini, sulle rose, sui cipressi,
                  sulle vestigia dell'antico lusso

                  da cento anni un folto si compose
                  di pomi e peri; il regno statuario
                  ricoperse; nel florido sudario
                  sfiorirono le siepi delle rose;

                  nell'ombre il musco ricoperse i cori
                  curvi di marmo intatto (l'Antenata
                  non vede lo sfacelo, contristata?)
                  e nell'ombre languirono gli allori.

                  Son l'ombre di una gran pace tranquille:
                  il sole, trasparendo dall'intrico,
                  segna la ghiaia del giardino antico
                  di monete, di lunule, d'armille.

                  M'avanzo pel sentiero ormai distrutto
                  dalla gramigna e dal navone folto;
                  ascolto il gran silenzio, intento, ascolto
                  il tonfo malinconico d'un frutto.

                  Ma quanti frutti! Cadono in gran copia
                  in terra, sui busseti, sui rosai:
                  sire Autunno, quest'anno come mai,
                  munifico vuotò la cornucopia.

                  O gioco strano! Pur nella faretra
                  di Diana cadde una perfetta pera,
                  così perfetta che non sembra vera
                  ma sculturata nell'istessa pietra.

                  Il frutto altorecato assai mi tenta:
                  balzo sul plinto, il dono della Terra
                  tolgo alli acuti simboli di Guerra,
                  avvincendomi all'erma sonnolenta.

                  S'adonta ella, forse, ch'io la tocchi,
                  l'erma dal guardo gelido e sinistro?
                  (il tempo edace lineò di bistro
                  le palpebre lapidee delli occhi).

                  Ma un sorriso ermetico, ha la faccia
                  attirante, soffuso di promesse,
                  - O miti elleni! - s'ella mi stringesse
                  d'improvviso, così, tra le sue braccia! -

                  E tolgo e mordo il frutto avventurato
                  e mi pare di suggere dal frutto
                  un'infinita pace, un bene, tutto
                  tutto l'oblio del tedio e del passato.

                  Ma guardo in torno. Vedo teoria
                  d'erme ridenti in loro bianche clamidi,
                  ridendi tra le squallide piramidi
                  del busso. - Torna la malinconia:

                  Ridevano così quando mio padre
                  esalò la grande anima e pur tali
                  (udranno allor le mie grida mortali?)
                  sorrideranno e morirà mia madre.

                  Ridevano così che nella culla
                  dormivo inconsapevole d'affanno:
                  implacabili ancor sorrideranno
                  quando di me non resterà più nulla.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
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                    L'altro

                    L'Iddio che a tutto provvede
                    poteva farmi poeta
                    di fede; l'anima queta
                    avrebbe cantata la fede.

                    Mi è strano l'odore d'incenso:
                    ma pur ti perdono l'aiuto
                    che non mi desti, se penso
                    che avresti anche potuto,

                    invece di farmi gozzano
                    un po' scimunito, ma greggio,
                    farmi gabrieldannunziano:
                    sarebbe stato ben peggio!

                    Buon Dio, e puro conserva
                    questo mio stile che pare
                    lo stile d'uno scolare
                    corretto un po' da una serva.

                    Non ho nient'altro di bello
                    al mondo, fra crucci e malanni!
                    M'è come un minore fratello,
                    un altro gozzano: a tre anni.

                    Gli devo le ore di gaudi
                    più dolci! Lo tengo vicino;
                    non cedo per tutte Le Laudi
                    quest'altro gozzano bambino!

                    Gli prendo le piccole dita,
                    gli faccio vedere pel mondo
                    la cosa che dicono Mondo,
                    la cosa che dicono Vita...
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