Poesie d'Autore


Scritta da: Widmer Valbonesi
in Poesie (Poesie d'Autore)

Cartella senza password

Ho aperto una cartella nel mio cuore
e l'ho siglata con la parola amore.
Tutto; gioie, dolori, desideri, passioni
ed emozioni, gelosie, litigi e delusioni,
stimoli, rispetto, affetto ed ambizioni.
Tutto ho depositato in quel ricordo
tutto quanto lì io ho archiviato.
Poi, ho battuto, chiudendo gli occhi,
dieci volte la tastiera a caso,
…. una password sconosciuta
m'impedirà di riaprire la cartella.
Chissà se quella parola chiave
saturerà la mia ferita!
Così profonda oggi, mi appare
e solo il tempo piano piano
dirà un giorno se è guarita.
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    Scritta da: Widmer Valbonesi
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Merlo di speranza

    Cammino là in quel giardino
    in mezzo ad alberi ormai spogli
    su foglie secche ed appassite
    che scricchiolano ormai morte
    ed interfacciano il mio cuore.

    Ritorno in quel sentiero
    e lascio le mie orme
    sulla brina che il sole
    scioglierà e cancellerà
    come le parole d'amore
    scritte sulla sabbia
    dopo una mareggiata mattutina,
    lettere, al tramonto, insieme
    disegnate nella risacca
    e quel mio passaggio rimarrà
    come meteora nel cielo.

    Stamattina nel silenzio
    in mezzo al prato una viola
    e un ciclamino alzano la testa
    al riverbero dell'aurora.
    Un merlo esce dalla siepe
    d'incanto avverti che c'è la vita,
    la speranza rinasce in quella quiete.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      La preraffaelita

      Sopra lo sfondo scialbo e scolorito
      surge il profilo della donna intenta,
      esile il collo; la pupilla spenta
      pare che attinga il vuoto e l'infinito.

      Avvolta d'ermesino e di sciamito
      quasi una pompa religiosa ostenta;
      niuna mollezza femminile allenta
      l'esilità del busto irrigidito.

      Tien fra le dita de la manca un giglio
      d'antico stile, la sua destra posa
      sopra il velluto d'un cuscin vermiglio.

      Niuna dolcezza è ne l'aspetto fiero;
      emana da la bocca lussuriosa
      l'essenza del Silenzio e del Mistero.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Non turbate il silenzio. Tutto tace
        verso la donna rivestita a lutto:
        la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
        illude la dolente... O pace! Pace!

        O pace, pace! Poiché nulla spera
        ormai la donna declinante. Invano
        fiorisce di viole il colle e il piano:
        non ritorna per lei la primavera.

        Oh antiche primavere! Oh i suoi vent'anni
        oimè per sempre dileguati. Quanto,
        oh quanto ella ha sofferto e come ha pianto!
        Atroci sono stati i suoi affanni.

        Nulla più spera ormai: però la bella
        timida primavera che sorride
        dilegua la mestizia che la uccide,
        e un sogno antico in lei si rinnovella.

        Non pure ieri il piede ella volgea
        allo stagno che l'isola circonda?
        Ella recava un libro ove la bionda
        reina per il paggio si struggea:

        (avea il volume incisioni rare
        dove il bel paggio con la mano manca
        alla donna offeria la rosa bianca
        e s'inchinava in atto d'adorare).

        O sogni d'altri tempi, o tanto buoni
        sogni d'ingenuità e di candore,
        non sapevate il vuoto e il vostro errore
        o innocenti d'allor decameroni!

        Ella col libro qui venia leggendo
        e a quando a quando in terra s'inchinava
        la mammola, l'anemone, e la flava
        primula prestamente raccogliendo.

        Oh tutto Ella ricorda: le turchine
        rose trapunte della bianca veste,
        la veste bianca in seta, e la celeste
        fascia che le gonfiava il crinoline.

        Poi apriva il cancello, e il ponte stesso
        dove or riposa la persona stanca
        allora trascorreva agile e franca
        né s'indugiava come indugia adesso.

        Poi entrava nell'isola, e furtiva
        in fra il tronco del tremulo e del faggio
        guatava se al boschivo romitaggio
        l'amico del suo sogno conveniva.

        Oh tutto Ella ricorda! Ecco apparire
        l'Amato: giunge al margine del vallo
        dell'acque, e raffrenato il suo cavallo
        il cancello la supplica d'aprire.

        "Non dunque accetta è l'umile dimanda
        del vostro paggio, o bella castellana?
        Combattuto ha per voi; fatto gualdana
        egli ha per voi, magnifica Jolanda. "

        Egli disse per gioco. D'un soave
        sorriso ella rispose: assai le piacque
        il madrigale, ed al di là dell'acque,
        sorridendo d'amor, getta la chiave.

        Oh tutto Ella rammemora. Non fu
        ieri? No, non fu ieri. Il lungo affanno
        ella dunque già scorda? O atroce inganno
        quel dolce aprile non verrà mai più...

        Non turbate il silenzio. Tutto tace
        verso la donna rivestita a lutto,
        la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
        illude la dolente... O pace, pace!
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          La falce

          I.

          Giugno. Per le finestre il sole inonda
          la bella stanza d'una luce aurina:
          freme la messe ai solchi della china,
          la messe ormai matureggiante e bionda.

          La bruna sposa sede alla vicina
          cuna ancor vuota: pare ch'Ella asconda
          un gran segreto quando l'occhio inchina
          al seno stanco che l'amor feconda.

          È la cuna ancor vuota, ma Ella sente
          che l'ora dell'avvento è assai vicina
          che ben presto il Messia sarà presente.

          E a quel pensiero il bruno capo inchina
          al lavoro sottil, le mani adopra
          su le fasce su i lini su la trina.

          ii.

          Ottobre. Per i vetri Autunno inonda
          la bella stanza delle luci estreme:
          vanno i bifolchi cospargendo il seme
          su per la china con canzon gioconda.

          La sposa agonizzante in su la sponda
          del letto sta riversa e più non geme
          e accanto a lei nato e morto insieme
          è il bambino difforme. Una profonda

          quiete è d'intorno: sopra il lin vermiglio
          tutto di sangue che un baglior rischiara
          la sposa muore, bianca come un giglio.

          La Morte, intanto, il feretro prepara:
          e l'alba di diman la madre e il figlio
          saran racchiusi nella stessa bara.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)
            Perché nel vetro di Boemia antica,
            dopo un'ora, già langue l'aromale
            fior che m'offerse la mia dolce Amica?

            Ché la verbena vi languisce, quale
            la Donna amante il biondo Garcilaso
            già martoriata dal segreto male.

            Io so quel male: il calice del vaso
            la bella mano - o gran disavventura! -
            col ventaglio d'avorio urtò per caso.

            E pur bastò. La lieve incrinatura
            è insanabile ormai; il morituro
            fiore s'inchina, stanco, nell'arsura,

            ché la ferita del cristallo duro
            tacitamente compie tutto il giro
            per cammino invisibile e sicuro.

            Vanisce l'acqua e muore il fiore. Io miro
            il calice mortifero che serba
            quasi non traccia di ferita in giro,

            e una assai trista simiglianza e acerba
            sento fra il vetro e il calice d'un cuore
            sfiorato a pena da una man superba.

            La ferita da sé, senza romore,
            il calice circonda nel rotondo
            e il fior d'amore a poco a poco muore.

            Il cuor che sano e forte pare al mondo
            sèrpere senta la segreta pena
            in cerchio inesorabile e profondo.

            E pur la mano l'ha sfiorata a pena...
            Perché nel vetro di Boemia antica,
            dopo un'ora, già langue la verbena

            che vi compose la mia dolce Amica?
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)
              Il volto un poco inchina
              - né triste né giocondo -
              sopra il seno infecondo
              la Donna sibillina.

              Il piucheumano mesto
              volto sacerdotale
              l'assembra una vestale
              senza parola e gesto.

              Da lunga data tiene
              i frutti contro il seno,
              né i polsi vengon meno
              nella fatica lene.

              Ardon di pari ardore
              i frutti della Terra
              ch'Ella commisti serra
              con quelli dell'Amore.

              E nel suo cuore ascoso
              un brivido la scuote:
              pensa dolcezze ignote
              in braccio dello Sposo.

              Quando l'Annunciatore
              verrà nel suo cospetto
              recando il bacio e il detto
              del dolce suo Signore,

              allor su l'origliere
              per Lui tutti disserra
              e i frutti della Terra
              e i frutti del Piacere.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)
                Laudata sii dal figlio
                che, compiuti vent'anni
                oggi lascia li inganni
                ritorna come giglio.
                Oggi il candor riceve
                sull'anima perduta
                della bianca caduta
                in terra prima neve,
                se la tua mano fina
                sì tenera e sì affranta
                recando l'Ostia Santa
                verso di lui s'inchina.
                Egli che tu ben sai
                per motivo nessuno
                ai ginocchi d'alcuno
                non si prostese mai,
                ai tuoi ginocchi indice
                l'umilicordia e attende
                mentre i labbri protende
                all'ostia redentrice.
                Oggi, lasciati i gaudi
                e i canti del Piacere,
                solleva l'incensiere
                di tutte le sue laudi.
                Laudata per l'amore
                - il solo di sua vita -
                per sua dolce infinita
                pazienza nel dolore.
                Eretta sullo stelo
                o Rosa adamantina
                invitta a la ruina,
                invitta a lo sfacelo,
                la casa il gran valore
                sorregge di sue vene,
                come i solchi trattiene
                la radice di un fiore.
                Più che la laboriosa
                femina dell'Ebreo,
                Madre di Galileo,
                o madre mia dogliosa,
                voglio esaltarti: voglio
                su le tempie che adoro
                recingere l'alloro
                del mio protervo orgoglio.
                Laudata sii. Il greve
                peso dell'esser mio
                nel mese che un iddio
                nasceva su la neve
                tu desti in luce. Forse
                venne l'Annunciatore
                e il bacio del Signore
                anche al tuo labbro porse?
                O sogno! Allora anch'io
                (il supremo che agogno
                sogno è raggiunto. O sogno!)
                son figlio d'un iddio?

                Ho un biasimo solo dal quale
                saprai la mia gioia di vita.
                Perché non mi hai fatto immortale?
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)
                  Poi che il romano Uccello lo stendardo
                  latino impose su l'itale terre
                  surgesti minaccioso baluardo.

                  Surgesti minaccioso e nelle guerre
                  che devastaron la campagna opima
                  gran nerbo di guerrieri entro rinserre.

                  Allora Duca non v'era non Reïna,
                  ma molti feditori e balestrieri
                  per il peggio dell'oste e la ruina.

                  Rozzo sorgevi allora, ma tra i neri
                  fianchi adunavi impavida coorte
                  d'uomini armati di coraggio e fieri.

                  Da i tuoi muri turriti da la forte
                  ossatura dei fianchi da i bastioni
                  le bertesche gittavano la morte

                  su i signori feudali, su i baroni
                  vogliosi di posar la man predace
                  su nuove terre e aver nuovi blasoni.

                  L'Evo Medio passò, ma non si tace
                  per anco il ferro: i Conti San Martino
                  nell'antico manier non hanno pace.

                  Il Torresan, secondo Attila, insino
                  questi colli per ordine di Francia
                  porta guerra con suo stuolo ferino.

                  Ma il Bassignana sua coorte slancia
                  e, mentre fra le braccia di Leonarda
                  meretrice quei dorme, ecco l'abbrancia.

                  Nel diruto castello fino a tarda
                  etade vive Donna Caterina
                  sposa esemplare in epoca beffarda.

                  E contro il Cardinale che Cristina
                  di Francia come sua suddita guarda
                  Don Filippo difende la Regina.

                  Per alcun tempo qui, quando la tarda
                  baronia declinò, ristette l'urna
                  che d'Arduino il cenere riguarda.

                  Ma invidïosa poi ladra notturna
                  viene coi bravi antica Marchesana,
                  l'urna si toglie e fugge taciturna.

                  O quante larve vivono d'arcana
                  vita in miei sogni! Parlano gli abeti
                  del grande parco, s'anima la piana

                  dei prati illustri. Appare fra i laureti
                  bella ospite del Re Carlo Felice
                  Maria Luisa da i grandi occhi inquieti

                  ed ecco il Re che un'era nuova indice,
                  ecco Maria Cristina sua consorte,
                  ecco risorta l'epoca felice.

                  Così mentre m'aggiro e su le morte
                  foglie premo col piede lungo il viale
                  mille imagini son da me risorte.

                  E tutto tace. Non il sepolcrale
                  silenzio rompe il suono delli squilli
                  non latrato di veltri. L'autunnale

                  luce è silente. Non canto di grilli
                  estivo e roco. Solo indefinito
                  fievole viene un suono di zampilli.

                  È il ferro di cavallo. Quivi ardito
                  sul delfino cavalca ancor Nettuno
                  di verdi-gialli licheni vestito.

                  Le sirene lapidee dal bruno
                  manto di musco accennano al ferrigno
                  Signor del luogo. E non risponde alcuno.

                  Però su l'acque in tempo eguale il Cigno
                  muove le palme con ritmo silente
                  e volge attorno l'occhio fiero e arcigno.

                  Sogna ancor forse Leda nelle intente
                  pupille nere lungo la divina
                  sponda d'Eurota? Ahimè, la Dea è assente.

                  Ma fra i mirti, fra i lauri la Regina
                  del luogo appare cavalcante e bionda
                  come bianca matrona bizantina.

                  Avanza il baio fino su la sponda
                  del bacino. Si specchia trepidante
                  la signora nell'acqua. E il sol la inonda.

                  E l'erme antiche memori di tante
                  Iddie pagane del bel mito assente
                  la rediviva Diana cavalcante

                  guatano immote, misteriosamente.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    in Poesie (Poesie d'Autore)
                    Dal pavimento di musaico, snelli
                    colonnati surgevano a spirale
                    s'attorcevano in forma vegetale
                    li acanti d'oro sotto i capitelli.

                    Quivi posava un vaso - trionfale
                    sculptura greca - e ai dì lontani e belli
                    di Venere accorrean schiave a drappelli
                    per colmarlo di mirra e d'aromale.

                    E le turbe obliavano l'orrore
                    aspirando l'aulir dell'incensiere
                    lenitore d'affanni e di dolore.

                    Simile a l'urna Voi amo vedere,
                    dolce Signora, che col vostro amore,
                    m'offerite la coppa del Piacere.
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