Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)
Un tulle, verdognolo d'alga,
l'avvolge: bellissimo all'occhio,
ed Ella m'accenna dal cocchio -
si sfolla il teatro - ch'io salga:

«Positivista irredento
un'ora fraterna e un the raro
a casa vo' darle e il commento
dell'opere di Fogazzaro».

Sì! Vengo! Ideale, convertirci
gli ardori dell'anime calme;
uniscile come le palme
toccantesi solo coi vertici.

Le forme bellissime sue
non curo, o Signora! Il Maestro
(non so se pudìco o maldestro)
ci vieta servircene a due.

Daniele non bacia la bocca,
ma fugge per Fede e Speranza,
vaporeggiando a distanza
l'amor della Donna non tocca.

Ah! Lungi l'orrore dei sensi!
E noi penseremo, o Signora,
l'azzurreggiante d'incensi
Cappella Sistina canora.

Papaveri! E l'ora più blanda
faremo, Signora, con quella
del Sonno tremenda sorella:
(prodigio di versi!...) Miranda.

Dispongo le carni compunte,
Marchesa, mia pura sorella,
la palma pensando, che snella
non lega le basi alle punte.

Le basi... le punte incorrotte...
il the... Fogazzaro... Marchesa!
Ma questo sparato mi pesa!
Non ho la camicia da notte...
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La beata riva

    Quegli che sazio della vita grigia
    navigò verso l'isole custodi
    una levarsi intese fra melodi
    voce più dolce della canna frigia:

    «Uomo! Ritorna sulle tue vestigia
    al dolce mondo! Pel tuo bene m'odi!
    Ché l'acqua stessa dei canori approdi
    quella è che nutre la palude stigia».

    «Con un fiore il passato si cancella!»
    «Cancellerai la faccia della Madre
    e della Sposa?» - «Tu sola mi piaci!»

    «L'amarsi è bello!» - «Ma tu sei più bella!»
    «Fra queste braccia soffrirai!» - «Leggiadre!»
    «Verrà la Morte.» - «Pur che tu mi baci!»
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Elogio del sonetto

      Lodati, o Padri, che per le Madonne
      amate nel platonico supplizio,
      edificaste il nobile edifizio
      eretto su quattordici colonne!

      Nulla è più dolce al vivere fittizio
      di te, compenso della notte insonne,
      non la capellatura delle donne,
      non metri novi in gallico artifizio.

      Nessuna forma dà questa che dai
      al sognatore ebbrezza non dicibile
      quand'egli con sagacia ti prepari!

      O forma esatta più che ogni altra mai,
      prodigio di parole indistruttibile,
      come i vecchi gioielli ereditati!
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Poeta, or che più lieto arride Maggio
        ritornerai al verde nido ombroso
        «con Quella che d'Amor ti tiene ostaggio».

        E lieto più che mai ti sia il riposo
        però che al tuo fratello hai dato il bene
        del libro salutifero e gioioso.

        Il senso della Vita alle mie vene
        ritorna ed alla mente il dolce lume
        e fuggonsi i fantasmi di mie pene

        se vado rileggendo il tuo volume.

        II.

        Ma tu non sa ch'io sia: io son la trista
        ombra di un uomo che divenne fievole
        pel veleno dell'«altro evangelista».

        Mia puerizia, illusa dal ridevole
        artificio dei suoni e dagli affanni
        di un sogno esasperante e miserevole,

        apprestò la cicuta ai miei vent'anni:
        amai stolidamente, come il Fabro,
        le musiche composite e gl'inganni

        di donne belle solo di cinabro.

        III.

        Or troppo il sole aperto mi commuove
        tanto fui uso alla penombra esigua
        che avvolgon le cortine delle alcove.

        Tu mi richiami alla campagna irrugua?
        Troppo m'illuse il sogno di Sperelli,
        troppo mi piacque nostra vita ambigua.

        O benedetti siate voi, ribelli,
        che verso la salute e verso il vero
        ritemprate le sorti dei fratelli.

        Per me nulla tentar. Più nulla spero.

        IV.

        Me non solleverai. Forse già sono
        troppo malato e forse più non vale
        temprarmi alle terzine del tuo dono.

        Però senti e rispondimi: già un tale
        morbo tenne te pur? Tu pur malato
        fosti e guaristi del mio stesso male?

        Sorella Terra dunque t'ha sanato?
        Io pure ne andrò a lei, ma le mie smorte
        membra distenderò, come il Beato,

        per aspettare la sorella Morte.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Suprema quies

          Serrati i pugni bianchi come cera
          giace supino in terra arrovesciato
          e la faccia pel rivo insanguinato
          è quasi nera.

          Con orrido rilievo l'apertura
          della ferita tutto il sangue aduna
          su la nuca, sul collo, su la bruna
          capellatura.

          Giace supino. E non sembra dolere
          la bella bocca. Quasi ch'Egli avvinga
          ancor la Donna e la sua bocca attinga
          tutto il piacere.

          Due lumi sopra un cofano. Quei lumi
          rischiarano il silenzio sepolcrale:
          allineati stan nello scaffale
          mille volumi

          che alluminava un mastro fiorentino
          d'orifiamme e d'armille in cento nodi.
          Aperti sul divano soni i «Modi»
          dell'Aretino

          e sul divano è un guanto che rimosse
          qui, nell'entrar, la Donna del Convito
          ed un mazzo sfasciato ed avvizzito
          di rose rosse.

          Guata con gli occhi di mestizia pieni
          in capo al letto sull'arazzo infisso
          dolentemente immoto il crocifisso
          di Guido Reni.

          Notte e silenzio intorno. Tutto tace.
          Come in un sogno d'armonia perplessa
          al Poeta ventenne è già concessa
          l'ultima pace.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            L'esperimento

            «Carlotta»... Vedo il nome che sussurro
            scritto in oro, in corsivo, a mezzo un fregio
            ovale, sui volumi di collegio
            d'un tempo, rilegati in cuoio azzurro...

            Nel salone ove par morto da poco
            il riso di Carlotta, fra le buone
            brutte cose borghesi, nel salone
            quest'oggi, amica, noi faremo un gioco.
            Parla il salone all'anima corrotta,
            d'un'altra età beata e casalinga:
            pel mio rimpianto voglio che tu finga
            una commedia: tu sarai Carlotta.

            Svesti la gonna d'oggi che assottiglia
            la tua persona come una guaina,
            scomponi la tua chioma parigina
            troppo raccolta sulle sopracciglia;
            vesti la gonna di quel tempo: i vecchi
            tessuti a rombi, a ghirlandette, a strisce,
            bipartisci le chiome in bande lisce
            custodi delle guancie e degli orecchi.

            Poni a gli orecchi gli orecchini arcaici
            oblunghi, d'oro lavorato a maglia,
            e al collo una collana di musaici
            effigïanti le città d'Italia...
            T'aspetterò sopra il divano, intento
            in quella stampa: Venere e Vulcano...
            Tu cerca nell'immenso canterano
            dell'altra stanza il tuo travestimento.
            Poi, travestita dei giorni lontani,
            (commediante!) vieni tra le buone
            brutte cose borghesi del salone,
            vieni cantando un'eco dell'Ernani,
            vieni dicendo i versi delicati
            d'una musa del tempo che fu già:
            qualche ballata di Giovanni Prati,
            dolce a Carlotta, sessant'anni fa...
            ...

            Via per le cerule
            volte stellate
            più melanconica
            la Luna errò.
            E il lene e pallido
            stuol delle fate
            nel mar dell'etere
            si dileguò...
            Solo uno spirito
            sotto quel tiglio
            dev'ei si amavano
            s'udia cantar.
            Ahi! Fra le lacrime
            di quest'esiglio
            che importa vivere,
            che giova amar?...
            ...
            ...
            ...

            Che giova amar?... La voce s'avvicina,
            Carlotta appare. Veste d'una stoffa
            a ghirlandette, così dolce e goffa
            nel cerchio immenso della crinolina.
            Vieni, fantasma vano che m'appari,
            qui dove in sogno già ti vidi e udii,
            qui dove un tempo furono gli Zii
            molto dabbene, in belli conversari.

            Ah! Per te non sarò, piccola allieva
            diligente, il sofista schernitore;
            ma quel cugin che si premeva il cuore
            e che diceva «t'amo!» e non rideva.
            Oh! La collana di città! Vïaggio
            lungo la filza grave di musaici:
            dolce seguire i panorami arcaici,
            far con le labbra tal pellegrinaggio!

            Come sussulta al ritmo del tuo fiato
            Piazza San Marco e al ritmo d'una vena
            come sussulta la città di Siena...
            Pisa... Firenze... tutto il Gran Ducato!
            Seguo tra i baci molte meraviglie,
            colonne mozze, golfi sorridenti:
            Castellamare... Napoli... Girgenti...
            Tutto il Reame delle Due Sicilie!

            Dolce tentare l'ultime che tieni
            chiuse tra i seni piccole cornici:
            Roma papale! Palpita tra i seni
            la Roma degli Stati Pontifici!
            Alterno, amica, un bacio ad ogni grido
            della tua gola nuda e palpitante;
            Carlotta non è più! Commedïante
            del mio sognare fanciullesco, rido!

            Rido! Perdona il riso che mi tiene,
            mentre mi baci con pupille fisse...
            Rido! Se qui, se qui ricomparisse
            lo Zio con la Zia molto dabbene!
            Vesti la gonna, pettina le chiome,
            riponi i falbalà nel canterano.
            Commediante del tempo lontano,
            di Carlotta non resta altro che il nome.

            Il nome!... Vedo il nome che sussurro,
            scritto in oro, in corsivo, a mezzo fregio
            ovale, sui volumi di collegio
            d'un tempo, rilegati in cuoio azzurro...
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)
              E l'anno scorso è morta.
              Ebbe un amante. Pare.

              Ricordi? Io la rivedo,
              rivedo la compagna,
              la classe, la lavagna,
              e lei china alla filza
              dei verbi greci... Smilza
              e mascula: un cinedo
              molto ricciuto e bello...
              Ricordi? Io la rivedo
              bionda, sciocchina, gaia:
              un piccolo cervello
              poco intellettuale
              di piccola crestaia
              molto sentimentale.
              Non la ricordi? Smorta,
              con certe iridi chiare
              dal vasto arco ciliare...

              E l'anno scorso è morta.
              Ebbe un amante. Pare.

              Quella è la casa dove
              crebbe fanciulla. Guarda
              quella finestra dove
              vegliava ad ora tarda;
              il biondo capo chino
              su pergamene rozze
              di greco e di latino,
              sugli assiomi nudi...
              Ma poi lascia gli studi
              maschi, passando a nozze
              cospicue: un amico,
              pare, un amico antico
              della madre, uno sposo
              ricchissimo ed annoso,
              inglese, che la porta
              in terra d'oltremare...

              E l'anno scorso è morta.
              Ebbe un amante. Pare.

              Volsero gli anni. Ed ella
              esule sul Tamigi
              non dava più novella...
              Pure, nei giorni grigi,
              tra i miei grigi ricordi,
              vedevo a quando a quando
              i coniugi discordi:
              lo sposo venerando
              e l'esile compagna
              signora in Gran Bretagna...

              Quand'ecco fa ritorno
              fra noi, senza marito;
              e fu rivista un giorno
              più bella nel vestito
              cupo... Cercava intorno
              col volto sbigottito,
              con pupilla assorta,
              chi la volesse amare...

              E l'anno scorso è morta.
              Ebbe un amante. Pare.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Il commesso farmacista

                Ho per amico un bell'originale
                commesso farmacista. Mi conforta
                col ragionarmi della sposa, morta
                priva di nozze del mio stesso male.

                «Lei guarirà: coi debiti riguardi,
                lei guarirà. Lei può curarsi in ozio;
                ma pensi una modista, in un negozio...
                Tossiva un poco... me lo scrisse tardi.

                Torna!... Tornò, sì, morta, al suo villaggio.
                Pagai le spese del viaggio. E costa!
                Vede quel muro bianco a mezza costa?
                È il cimitero piccolo e selvaggio.

                Mah! Più ci penso e più mi pare un sogno.
                La dovevo sposare nell'aprile;
                nell'aprile morì di mal sottile.
                Vede che piango... non me ne vergogno.»

                Piangeva. O morta giovane modista,
                dal cimitero pendulo fra i paschi
                non vedi il pianto sopra i baffi maschi
                del fedele commesso farmacista?

                «Lavoro tutto il giorno: avrei bisogno
                a sera, di svagarmi; lo potrei...
                Preferisco restarmene con lei
                e faccio versi... non me ne vergogno.»

                Sposa che senza nozze hai già varcato
                la fiumana dell'ultima rinunzia,
                vedi lo sposo che per te rinunzia
                alle dolci serate del curato?

                Vedi che, solo, e affaticati gli occhi
                fra scatole, barattoli, cartine,
                preferisce le tue veglie meschine
                alle gioie del vino e dei tarocchi?

                «Non glie li dico: ché una volta detti
                quei versi perderebbero ogni pregio;
                poi, sarebbe un'offesa, un sacrilegio
                per la morta a cui furono diretti.

                Mi pare che soltanto al cimitero,
                protetti dalle risa e dallo scherno
                i versi del mio povero quaderno
                mi parlino di lei, del suo mistero.»

                Imaginate con che rime rozze,
                con che nefandità da melodramma
                il poveretto cingerà di fiamma
                la sposa che morì priva di nozze!

                Il cor... l'amor... l'ardor... la fera vista...
                il vel... il ciel... l'augel... la sorte infida...
                Ma non si rida, amici, non si rida
                del povero commesso farmacista.

                Non si rida alla pena solitaria
                di quel poeta; non si rida, poi
                ch'egli vale ben più di me, di voi
                corrosi dalla tabe letteraria.

                Egli certo non pensa all'euritmia
                quando si toglie il camice di tela,
                chiude la porta, accende la candela
                e piange con la sua malinconia.

                Egli è poeta più di tutti noi
                che, in attesa del pianto che s'avanza,
                apprestiamo con debita eleganza
                le fialette dei lacrimatoi.

                Vale ben più di noi che, fatti scaltri,
                saputi all'arte come cortigiane,
                in modi vari, con lusinghe piane
                tentiamo il sogno per piacere agli altri.

                Per lui soltanto il verso messaggiero
                va dal finito all'infinito eterno.
                «Vede, se chiudo il povero quaderno
                parlo con lei che dorme in cimitero.»

                A lui soltanto, o gran consolatrice
                poesia, tu consoli i giorni grigi,
                tu che fra tutti i sogni prediligi
                il sogno che si sogna e non si dice.

                «Non glie li dico: ché una volta detti
                quei versi perderebbero ogni pregio:
                poi sarebbe un'offesa, un sacrilegio
                per la morta a cui furono diretti.»

                Saggio, tu pensi che impallidirebbe
                al mondo vano il fiore di parole
                come il cielo notturno che lo crebbe
                impallidisce al sorgere del sole.

                Di me molto più saggio, che licenzio
                i miei sogni, o fratello, tu mantieni
                intatti fra le pillole e i veleni
                i sogni custoditi dal silenzio!

                Buon custode è il silenzio. E le tue grida
                solo la morta giovane modista
                ode: non altri della folla, trista
                per chi fraternamente si confida.

                Non si rida, compagni, non si rida
                del poeta commesso farmacista.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Il commesso farmacista

                  Ho per amico un bell'originale
                  commesso farmacista. Mi conforta
                  col ragionarmi della sposa, morta
                  priva di nozze del mio stesso male.

                  «Lei guarirà: coi debiti riguardi,
                  lei guarirà. Lei può curarsi in ozio;
                  ma pensi una modista, in un negozio...
                  Tossiva un poco... me lo scrisse tardi.

                  Torna!... Tornò, sì, morta, al suo villaggio.
                  Pagai le spese del viaggio. E costa!
                  Vede quel muro bianco a mezza costa?
                  È il cimitero piccolo e selvaggio.

                  Mah! Più ci penso e più mi pare un sogno.
                  La dovevo sposare nell'aprile;
                  nell'aprile morì di mal sottile.
                  Vede che piango... non me ne vergogno.»

                  Piangeva. O morta giovane modista,
                  dal cimitero pendulo fra i paschi
                  non vedi il pianto sopra i baffi maschi
                  del fedele commesso farmacista?

                  «Lavoro tutto il giorno: avrei bisogno
                  a sera, di svagarmi; lo potrei...
                  Preferisco restarmene con lei
                  e faccio versi... non me ne vergogno.»

                  Sposa che senza nozze hai già varcato
                  la fiumana dell'ultima rinunzia,
                  vedi lo sposo che per te rinunzia
                  alle dolci serate del curato?

                  Vedi che, solo, e affaticati gli occhi
                  fra scatole, barattoli, cartine,
                  preferisce le tue veglie meschine
                  alle gioie del vino e dei tarocchi?

                  «Non glie li dico: ché una volta detti
                  quei versi perderebbero ogni pregio;
                  poi, sarebbe un'offesa, un sacrilegio
                  per la morta a cui furono diretti.

                  Mi pare che soltanto al cimitero,
                  protetti dalle risa e dallo scherno
                  i versi del mio povero quaderno
                  mi parlino di lei, del suo mistero.»

                  Imaginate con che rime rozze,
                  con che nefandità da melodramma
                  il poveretto cingerà di fiamma
                  la sposa che morì priva di nozze!

                  Il cor... l'amor... l'ardor... la fera vista...
                  il vel... il ciel... l'augel... la sorte infida...
                  Ma non si rida, amici, non si rida
                  del povero commesso farmacista.

                  Non si rida alla pena solitaria
                  di quel poeta; non si rida, poi
                  ch'egli vale ben più di me, di voi
                  corrosi dalla tabe letteraria.

                  Egli certo non pensa all'euritmia
                  quando si toglie il camice di tela,
                  chiude la porta, accende la candela
                  e piange con la sua malinconia.

                  Egli è poeta più di tutti noi
                  che, in attesa del pianto che s'avanza,
                  apprestiamo con debita eleganza
                  le fialette dei lacrimatoi.

                  Vale ben più di noi che, fatti scaltri,
                  saputi all'arte come cortigiane,
                  in modi vari, con lusinghe piane
                  tentiamo il sogno per piacere agli altri.

                  Per lui soltanto il verso messaggiero
                  va dal finito all'infinito eterno.
                  «Vede, se chiudo il povero quaderno
                  parlo con lei che dorme in cimitero.»

                  A lui soltanto, o gran consolatrice
                  poesia, tu consoli i giorni grigi,
                  tu che fra tutti i sogni prediligi
                  il sogno che si sogna e non si dice.

                  «Non glie li dico: ché una volta detti
                  quei versi perderebbero ogni pregio:
                  poi sarebbe un'offesa, un sacrilegio
                  per la morta a cui furono diretti.»

                  Saggio, tu pensi che impallidirebbe
                  al mondo vano il fiore di parole
                  come il cielo notturno che lo crebbe
                  impallidisce al sorgere del sole.

                  Di me molto più saggio, che licenzio
                  i miei sogni, o fratello, tu mantieni
                  intatti fra le pillole e i veleni
                  i sogni custoditi dal silenzio!

                  Buon custode è il silenzio. E le tue grida
                  solo la morta giovane modista
                  ode: non altri della folla, trista
                  per chi fraternamente si confida.

                  Non si rida, compagni, non si rida
                  del poeta commesso farmacista.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    in Poesie (Poesie d'Autore)
                    Buon Dio nel quale non credo, buon Dio che non esisti,
                    (non sono gli oggetti mai visti più cari di quelli che vedo?)

                    Io t'amo! Ché non c'è bisogno di creder in te per amarti
                    (e forse che credo nell'arti? E forse che credo nel sogno?)

                    Io t'amo, Purissima Fonte che non esisti, e t'anelo!
                    (Esiste l'azzurro del cielo? Esiste il profilo del monte?)

                    M'accolga l'antica Abazia; è ricca di luci e di suoni.
                    Mi piacciono i frati; son buoni pel cuore in malinconia.

                    Son buoni. "Non credi? Che importa? Riposati un poco sui banchi.
                    Su, entra, su, varca la porta. Si accettano tutti gli stanchi."

                    Vi seggo - la mente suasa - ma come potrebbe sedervi
                    un tale invitato dai servi e non dal padrone di casa.

                    - "Riposati, o anima sazia! Riposati, piega i ginocchi!
                    Chissà che il Signore ti tocchi, chissà che ti faccia la grazia."

                    - "Mi piace il Signore, mi garba il volto che gli avete fatto.
                    Oh, il Nonno! Lo stesso ritratto! Portava pur egli la barba!"

                    "O Preti, ma è assurdo che dòmini sul tutto inumano ed amorfo
                    quell'essere antropomorfo che hanno creato gli uomini!"

                    - "E non ragionare! L'indagine è quella che offùscati il lume.
                    Inchìnati sopra il volume, ma senza voltarne le pagine,

                    o anima senza conforti, e pensa che solo una fede
                    rivede la vita, rivede il volto dei poveri morti."

                    - "O Prete, l'amore è un istinto umano. Si spegne alle porte
                    del Tutto. L'amore e la morte son vani al tomista convinto."
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