Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Sonetto

Il verginale, il bello e il vivace presente
Con un colpo dell'ala ebbra ecco ci spezza
Il duro lago obliato chiuso dal trasparente
Ghiacciaio di quei voli che mai seppero altezza!

Un cigno d'altri giorni se stesso a ricordare
S'abbandona magnifico, ma ormai senza rimedio
Per non aver cantato la plaga ove migrare
Quando già dello sterile inverno splenda il tedio.

Questa bianca agonia inflitta nello spazio
Al collo che lo nega lo scuoterà di strazio,
Ma non l'orror del suolo dove sta prigioniero.

Forma che dona ai luoghi il suo candor di giglio,
Il Cigno senza moto nell'inutile esilio
Si veste del disprezzo d'un gelido pensiero.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Elemosina

    Prendi questa borsa, Mendicante!
    Tu non l'hai carezzata
    vecchio poppante a una mammella avara
    per distillarne soldo a soldo il tuo
    rintocco funebre.

    Ma cava dall'amato
    metallo qualche estroso
    peccato e vasto come noi, quando a manciate
    lo baciamo, e soffia, che si torca!
    Un'ardente fanfara.

    Tutte chiese
    velate dall'incenso queste case
    quando ai muri cullando una bluastra
    fosforescente tacito il tabacco
    svolge orazioni,
    e l'oppio strapotente
    sbaraglia i farmachi! Anche tu,
    stracci e pelle, vuoi forse lacerare
    la sete e bere con la tua saliva
    un'inerzia felice,
    nei caffè
    principeschi attendere il mattino?

    Soffitti sovraccarichi di ninfe
    e veli; si getta al mendicante
    oltre i vetri un festino.

    E quando esci
    vecchio dio, tremando nel tuo sacco
    d'imballaggio, l'aurora è come un lago
    di vino d'oro e tu giuri d'avere
    le stelle in gola!

    Invece di contare
    il luccicante tuo tesoro, almeno
    potrai pavoneggiarti di una piuma,
    accendere a completa al santo in cui
    ancora credi, un certo.

    Non pensate che io
    dica follie: vecchi la terra s'apre
    a chi crepa di fame. Odio un'altra
    elemosina e voglio che mi scordi.

    Soprattutto, fratello, non andare
    a comprarti del pane.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Brindisi funebre

      O tu, fatale emblema della nostra ventura!

      Saluto di demenza e libagione oscura,
      Certo non alla magica speranza del passaggio
      Alzo la coppa in cui soffre un mostro dorato!
      La tua apparizione ormai più non mi basta:
      Poiché io stesso in luogo di porfido t'ho posto.
      Il rito è per le mani d'estinguere la face
      Contro le ferree porte del sepolcro che tace:
      E mal s'ignora, eletto per questa nostra quieta
      Festa di celebrare l'assenza del poeta,
      Che questo bel sepolcro in sé lo chiude intero.
      Eccetto che la gloria ardente del mestiere,
      Fino all'ora comune e vile della cenere,
      Pel vetro acceso d'una sera fiera di scendere,
      Ritorna verso i fuochi del puro sol mortale!

      Magnifico, totale e solitario, tale
      Esalando vacilla il falso orgoglio umano.
      Questa folla feroce! Essa annuncia: noi siamo
      La triste opacità di noi spettri futuri.
      Ma il blasone dei lutti sparso su vani muri
      D'una lacrima il lucido orrore ho disprezzato,
      Quando, sordo al mio sacro distico, né allarmato,
      Qualcuno dei passanti, superbo, cieco e muto,
      Ravvolto nel suo vago sudario, si trasmuta
      Nell'eroe intangibile della postuma attesa.
      Vasto abisso portato nelle nebbie a distesa
      Dal turbo di parole ch'egli non disse ancora,
      Il nulla a questo Uomo abolito di allora:
      "Memorie d'orizzonti, cos'è, o tu, la Terra? "
      Urla quel sogno; e, voce la cui luce si perda,
      Lo spazio ha per trastullo il grido: "Io non so! "

      Il Maestro, col grave occhio, pacificò
      Sui suoi passi dell'eden l'inquieta meraviglia
      Il cui finale brivido, sol con la voce, sveglia
      Il mistero d'un nome per il Giglio e la Rosa.
      Resta, di questa sorte, resta mai qualche cosa?
      Una oscura credenza, o voi tutti, v'ingombra.
      Il genio luminoso eterno non ha ombra.
      Io voglio, pensieroso di voi, voglio vedere
      A chi si dileguò, ieri, dentro il dovere
      Ideale che sono i parchi di quest'astro
      Restare per l'onore del tranquillo disastro
      Una solenne, vasta agitazione in cielo
      Di parole, ebbra porpora, calice sullo stelo,
      Che quel diafano sguardo, diamante, acqua d'aurora,
      Rimasto là sui fiori di cui nessuno muore,
      Alza solo tra l'ora ed il raggio del giorno!

      Dei nostri veri parchi è già tutto il soggiorno,
      Dove il poeta puro, col gesto largo e mite
      Al sogno, del suo còmpito nemico, lo interdice;
      Affinché nel mattino del suo riposo altero
      Sorga, ornamento al bianco viale del cimitero,
      Quando l'antica morte è come per Gautier
      Di non aprire i sacri occhi e tacere in sé,
      Il solido sepolcro che tutti i danni inghiotte,
      E l'avaro silenzio e la pesante notte.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Le Finestre

        Stanco del triste ospizio e del fetore oscuro
        Che sale tra il biancore banale delle tende
        Verso il gran crocifisso tediato al nudo muro,
        Sornione un vecchio dorso vi raddrizza il morente:

        Trascina il pelo bianco e l'ossa magre, lento,
        Alle vetrate che un raggio chiaro indora,
        Meno per riscaldare il suo disfacimento
        Che per vedere il sole sopra le piere ancora.

        E la bocca, febbrile e d'azzurro assetata,
        (Essa così aspirava, giovane, il suo tesoro,
        Un corpo verginale e d'allora) ha lordato
        D'un lungo amaro bacio il caldo vetro d'oro.

        Ebbro, vive, ed oblia la condanna del letto,
        L'orologio, la tosse, le fiale, l'ora estrema,
        E allorquando la sera sanguina sopra il tetto,
        Con l'occhio all'orizzonte, nella luce serena,

        Vede galere d'oro, splendide come cigni,
        Dormire sopra un fiume di porpora e d'essenze,
        Cullando il fulvo e ricco lampo dei lor profili,
        Ricolme di ricordo, di vasta indifferenza!

        Così, colto da nausea dell'uomo, anima dura,
        Che s'imbraga felice, per gli appetiti soli
        Mangiando, ed ostinato cerca questa lordura
        Per offrirla alla donna che gli allatta figliuoli,

        Io fuggo e mi attacco a tutte le vetrate
        Dove si volge il dorso alla vita e al destino,
        E nel vetro, lavato dall'eterne rugiade,
        Che l'Infinito indora col suo casto mattino,

        Mi contemplo e mi vedo angelo! E muoio, e torno
        -Che il cristallo sia l'arte o la mistica ebbrezza-
        A nascer, col mio sogno diadema al capo intorno,
        Dove, in cieli anteriori, fiorisce la Bellezza.

        Ma ahimè il Quaggiù impera: fino a questo sicuro
        Rifugio esso perviene talora a nausearmi,
        E la Stupidità, col suo vomito impuro,
        Mi fa turar le nari innanzi ai cieli calmi.

        Non tenteremo, o Me che sai amare pene,
        D'infrangere il cristallo cui insulta l'Averno,
        E di fuggire infine, mie ali senza penne,
        A volo con il rischio di cadere in eterno?
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Angoscia

          Non vengo questa sera per il tuo corpo, o bestia
          Che i peccati d'un popolo accogli, né a scavare
          Nei tuoi capelli impuri una triste tempesta
          Sotto il tedio incurabile che versa il mio baciare:
          Chiedo al tuo letto il sonno pesante, senza sogni,
          Librato sotto il velo segreto dei rimorsi,
          E che tu puoi gustare dopo le tue menzogne
          Nere, tu che del nulla conosci più che i morti.
          Poi che il Vizio, rodendomi l'antica nobiltà,
          M'ha come te segnato di sua sterilità;
          Ma mentre nel tuo seno di pietra abita un cuore
          Che crimine o rimorso mai potrà divorare,
          Io pallido, disfatto, fuggo col mio sudario,
          Sgomento di morire se dormo solitario.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            La Doppia Immagine

            A novembre compio trent'anni.
            Sei ancora piccola, hai solo tre anni.
            Guardiamo le foglie gialle, sono stremate,
            turbinano nella pioggia d'inverno,
            cadono e s'acquattano. Ed io ricordo
            i tre autunni che non hai passato qui.
            Hanno detto che mai ti avrei riavuto.
            Ti dico quel che mai saprai davvero:
            le congetture mediche
            che spiegano il cervello non saranno mai reali
            quanto queste foglie abbattute.

            Io, che ho tentato due volte d'ammazzarmi,
            ti avevo dato un nomignolo
            appena arrivata, nei mesi del piagnucolare;
            poi una febbre t'è rantolata in gola
            ed io mi muovevo come una pantomima
            attorno al tuo capino.
            Angeli brutti mi hanno parlato. La colpa,
            dicevano, era mia. Facevano gli spioni
            come streghe verdi versando nella testa la rovina
            come un rubinetto rotto;
            come se la rovina avesse allagato la pancia e sommerso la culla,
            un vecchio debito che dovevo accollarmi.

            La morte era più semplice di quanto credessi.
            Il giorno che la vita t'ha restituito sana e salva
            Ho lasciato le streghe rapire la mia anima in colpa.
            Ho finto d'esser morta
            finché uomini bianchi m'hanno spompato il veleno,
            m'hanno messo senza braccia e slavata
            nella manfrina di scatole parlanti e letti elettrici.
            Ridevo a vedermi messa ai ferri in quell'hotel.
            Oggi le foglie gialle
            sono stremate. Mi chiedi dove vanno.
            Ti dico che l'oggi ha creduto in se stesso, altrimenti cedeva.

            Oggi, piccina mia, Gioia,
            ama il tuo essere dove adesso vive.
            Non esiste un Dio speciale cui rivolgersi; o se c'è,
            allora perché t'ho fatto crescere altrove.
            Tu non riconoscevi la mia voce
            quando tornavo a casa a trovarti.
            Tutti i superlativi
            di alberi di Natale e vischi del futuro
            non ti aiuteranno a sapere le feste che hai perduto.
            Nel tempo che non amai me stessa
            venni in visita a te su marciapiedi spalati,
            mi tenevi per un guanto.
            Dopo questo fu di nuovo neve.

            2.

            Mi hanno spedito lettere con tue notizie
            e io cucivo mocassini che non avrei mai usato.
            Quando cominciai a sopportarmi
            andai a stare con la mamma. Troppo tardi,
            troppo tardi, dissero le streghe, per stare con la mamma.
            Non me ne sono andata.
            Ma un ritratto mi son fatto.

            Dal manicomio nel parziale ritorno
            venni alla casa di mia madre a Gloucester.
            Ed ecco come venni ad abbrancarla,
            ed ecco come venni a perderla.
            Mia madre disse, per il suicidio io non posso dar perdono.
            Non l'hai mai potuto.
            Ma un ritratto lei m'ha fatto.

            Ho vissuto da ospite rabbioso,
            parzialmente rammendata, bimba esorbitante.
            Ricordo che mia madre faceva del suo meglio.
            Mi portò a Boston per farmi cambiare il taglio.
            Sorridi come tua madre, disse il capocciante.
            Non mi pareva interessante.
            Ma un ritratto mi son fatto.

            C'era una chiesa là dove sono cresciuta,
            là in bianchi armadi fummo inchiavati
            come coro di marinai, o puritani, irreggimentati.
            Mio padre passava col piattino per la questua.
            Dissero le streghe, troppo tardi per esser perdonata.
            E non fui propriamente perdonata.
            Ma un ritratto m'hanno fatto.

            3.

            Quell'estate gettiti irrigui s'inarcavano
            a pioggia sull'erba rivierasca.
            Parlavamo di siccità
            mentre il prato corroso dal salmastro
            nuovamente raddolciva.
            Per passare il tempo falciavo l'erba
            e la mattina mi facevo fare il ritratto,
            fissando il sorriso nella formalità.
            Ti ho spedito il disegnino di un coniglio,
            e una cartolina col Motif number one
            come se fosse normale
            essere madre ed essersene andata.

            Hanno appeso il ritratto nella fredda luce
            del lato nord, che bene mi si addice,
            per farmi stare bene.
            Soltanto mia madre s'ammalò.
            Mi volse le spalle, come se la morte contagiasse,
            come se la morte si riflettesse,
            come se il mio morire l'avesse corrosa.
            Ad agosto avevi due anni, ma era dubbio il calcolo dei giorni.
            Il primo settembre mi guardò in faccia
            e mi disse che le avevo attaccato il cancro.
            Le mozzarono le colline dolci
            e ancora non avevo la risposta.

            4.

            Quell'inverno lei tornò
            parziale ritorno
            alla sterile suite
            di medici, nauseante
            crociera di raggi X,
            l'aritmetica delle cellule impazzita.
            Parziale intervento,
            braccio grasso, prognosi infausta,
            li ho sentiti dire.

            Durante le burrasche marine
            lei si fece fare il ritratto.
            Caverna di uno specchio,
            appeso al lato sud;
            una coppia di sorrisi, una copia di lineamenti.
            E tu mi assomigliavi sconosciuto
            viso mio, tu lo indossavi.
            Dopotutto eri mia.

            Ho svernato a Boston,
            sposa senza figli,
            niente di dolce da spartire,
            con le streghe a fianco.
            Ho perduto la tua infanzia,
            tentato un altro suicidio,
            subito il secondo hotel dei sigilli.
            M'hai fatto un Pesce d'Aprile.
            Abbiamo riso insieme, fu cosa buona.

            5.

            Per l'ultima volta m'hanno dimesso
            il primo maggio;
            laureata in casi mentali,
            con l'assenso dell'analista,
            un libro finito di versi,
            la macchina da scrivere e le borse.

            Quell'estate imparai a rimettere vita
            nelle mie sette stanze,
            andavo su barchette a cigno, al mercato,
            rispondevo al telefono,
            da brava moglie offrivo da bere,
            facevo l'amore fra crinoline e abbronzature d'agosto.

            E tu venivi ogni weekend. No, mento.
            Venivi di rado. Fingevo che c'eri
            bimba farfalla, porcellina
            guance di gelatina,
            tre anni di disobbedienza,
            ma splendida sconosciuta.

            E dovevo imparare
            perché volevo morire invece che amare,
            perché mi faceva male la tua innocenza,
            e perché accumulo le colpe
            come un giovane internista
            rivela i sintomi e la certa evidenza.

            Quel giorno d'ottobre che andammo a Gloucester
            le colline rosse mi ricordavano
            la pelliccia di volpe rossa sdrucita
            in cui giocavo da bambina,
            immobile come un orso, una tenda,
            una gran caverna che ride, pelliccia di volpe rossa.

            Oltrepassammo il vivaio dei pesci,
            il baracchino dove vendono l'esca,
            Pigeon Cove, lo Yacht Club,
            Squall Hill, verso la casa in attesa
            ancora, la casa sul mare.
            E due ritratti sono appesi su opposte pareti.

            6.

            Al lato nord il mio sorriso al suo posto è fissato,
            risalta nell'ombra il mio viso ossuto.
            Mentre posavo lì cosa avevo sognato
            tutta me negli occhi in attesa,
            il giovane viso, la zona del sorriso,
            trappola per volpi.

            Al lato sud il suo sorriso al suo posto è fissato,
            le guance vizze come orchidee appassite;
            mio specchio beffardo, mio amore spodestato,
            mia immagine prima. Mi occhieggia dal ritratto
            quella testa di morte impietrita
            che avevo sopraffatto.

            L'artista ci fissò alla svolta;
            si sorrideva inquadrate nelle tele
            prima di scegliere strade da prima separate.
            La pelliccia di volpe rossa doveva esser bruciata.
            Mi decompongo sulla parete
            come Dorian Grey.

            E questa fu caverna di uno specchio,
            una donna sdoppiata che si fissa
            come se il tempo l'avesse impietrita
            - due signore in terra d'ombra assise -
            Hai dato un bacio alla nonna,
            e lei ha pianto.

            7.

            Non potevo tenerti
            tranne il weekend. Ogni volta venivi
            stringendo il disegnino del coniglio
            che ti avevo spedito. Per l'ultima volta
            disfo i tuoi bagagli. Ci tocchiamo senza un contatto.
            La prima volta hai chiesto il mio nome.
            Ora rimani per sempre. Dimenticherò
            che sbalzavamo cozzandoci come marionette
            appese a fili. Non era l'amore
            ridursi al weekend.
            Ti sbucci le ginocchia, impari il mio nome,
            traballando sul marciapiede piangi e chiami.
            Mi chiami mamma e ricordo ancora mia madre,
            che altrove, nei dintorni di Boston, muore.

            Ricordo che ti chiamammo Gioia
            per poterti chiamare gioia.
            Arrivasti come un ospite imbarazzato
            allora, tutta fasciata umida meraviglia
            alla mia mammella pesante.
            Avevo bisogno di te. Non volevo un maschio,
            solo una femmina, un topino lattoso di bimba,
            da sempre amata, da sempre esuberante
            nella casa di se stessa. Ti chiamammo Gioia.
            Io, che non fui mai certa d'esser femmina,
            avevo bisogno di un'altra vita,
            di un'altra immagine per ricordarmi.
            E fu questa la mia più grave colpa;
            tu non potevi curarla o lenirla.
            Ti ho fatta per trovarmi.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Filo sottile

              La mia fede
              è un carico enorme
              appeso a un filo sottile,
              proprio come un ragno
              appende i suoi piccoli a una tela fine,
              proprio come dalla vite,
              esile e rigida,
              pendono grappoli
              come occhi,
              come molti angeli
              danzano su una capocchia di spillo.

              Dio non chiede troppo filo
              per restare qui;
              solo una venuzza
              e sangue che vi scorra
              e un po' d'amore.
              Come qualcuno ha detto:
              l'amore e la tosse
              non si possono nascondere.
              Neppure un colpetto di tosse
              neppure un amore minimo.
              Perciò se hai solo un filo sottile
              a Dio non importa:
              Lui te lo troverai tra le mani facilmente
              proprio come una volta con dieci centesimi
              ti potevi prendere una Coca.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Notte stellata

                La città non esiste
                se non dove un albero dai capelli
                neri scivola via, come una donna
                annegata nel cielo caldo. Tace,
                la città. Bolle la notte, con dieci
                e una stella. Oh notte stellata,
                stellata notte! È così che voglio
                morire.

                Si muove. Sono tutti quanti vivi.
                Quando la luna rompe le catene
                arancioni che la legano e spruzza
                bambini dai suoi occhi, come un dio,
                il vecchio serpente, senza esser visto
                divora le stelle. Oh stellata notte,
                notte stellata! È così che voglio
                morire:

                in questa strisciante bestia notturna,
                risucchiata tutta dentro nel grande
                drago, separata
                dalla mia vita senza una bandiera,
                senza pancia
                né grido.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Il Natale del 1833

                  Sì che Tu sei terribile!
                  Sì che in quei lini ascoso,
                  In braccio a quella Vergine,
                  Sovra quel sen pietoso,
                  Come da sopra i turbini
                  Regni, o Fanciul severo!
                  E fato il tuo pensiero,
                  È legge il tuo vagir.

                  Vedi le nostre lagrime,
                  Intendi i nostri gridi;
                  Il voler nostro interroghi,
                  E a tuo voler decidi.
                  Mentre a stornar la folgore
                  Trepido il prego ascende
                  Sorda la folgor scende
                  Dove tu vuoi ferir.

                  Ma tu pur nasci a piangere,
                  Ma da quel cor ferito
                  Sorgerà pure un gemito,
                  Un prego inesaudito:
                  E questa tua fra gli uomini
                  Unicamente amata,
                  Nel guardo tuo beata,
                  Ebra del tuo respir,

                  Vezzi or ti fa; ti supplica
                  Suo pargolo, suo Dio,
                  Ti stringe al cor, che attonito
                  Va ripetendo: è mio!
                  Un dì con altro palpito,
                  Un dì con altra fronte,
                  Ti seguirà sul monte.
                  E ti vedrà morir.

                  Onnipotente….
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    in Poesie (Poesie d'Autore)

                    Il Natale

                    Qual masso che dal vertice
                    Di lunga erta montana,
                    Abbandonato all'impeto
                    Di rumorosa frana,
                    Per lo scheggiato calle
                    Precipitando a valle,
                    Batte sul fondo e sta;
                    Là dove cadde, immobile
                    Giace in sua lenta mole;
                    Né, per mutar di secoli,
                    Fia che riveda il sole
                    Della sua cima antica,
                    Se una virtude amica
                    In alto nol trarrà:
                    Tal si giaceva il misero
                    Figliol del fallo primo,
                    Dal dì che un'ineffabile
                    Ira promessa all'imo
                    D'ogni malor gravollo,
                    Donde il superbo collo
                    Più non potea levar.
                    Qual mai tra i nati all'odio
                    Quale era mai persona
                    Che al Santo inaccessibile
                    Potesse dir: perdona?
                    Far novo patto eterno?
                    Al vincitore inferno
                    La preda sua strappar?
                    Ecco ci è nato un Pargolo,
                    Ci fu largito un Figlio:
                    Le avverse forze tremano
                    Al mover del suo ciglio:
                    All'uom la mano Ei porge,
                    Che si ravviva, e sorge
                    Oltre l'antico onor.
                    Dalle magioni eteree
                    Sgorga una fonte, e scende
                    E nel borron dè triboli
                    Vivida si distende:
                    Stillano mele i tronchi;
                    Dove copriano i bronchi,
                    Ivi germoglia il fior.
                    O Figlio, o Tu cui genera
                    L'Eterno, eterno seco;
                    Qual ti può dir dè secoli:
                    Tu cominciasti meco?
                    Tu sei: del vasto empiro
                    Non ti comprende il giro:
                    La tua parola il fè.
                    E Tu degnasti assumere
                    Questa creata argilla?
                    Qual merto suo, qual grazia
                    A tanto onor sortilla?
                    Se in suo consiglio ascoso
                    Vince il perdon, pietoso
                    Immensamente Egli è.
                    Oggi Egli è nato: ad Efrata,
                    Vaticinato ostello,
                    Ascese un'alma Vergine,
                    La gloria d'Israello,
                    Grave di tal portato:
                    Da cui promise è nato,
                    Donde era atteso uscì.
                    La mira Madre in poveri.
                    Panni il Figliol compose,
                    E nell'umil presepio
                    Soavemente il pose;
                    E l'adorò: beata!
                    Innanzi al Dio prostrata
                    Che il puro sen le aprì.
                    L'Angel del cielo, agli uomini
                    Nunzio di tanta sorte,
                    Non dè potenti volgesi
                    Alle vegliate porte;
                    Ma tra i pastor devoti,
                    Al duro mondo ignoti,
                    Subito in luce appar.
                    E intorno a lui per l'ampia
                    Notte calati a stuolo,
                    Mille celesti strinsero
                    Il fiammeggiante volo;
                    E accesi in dolce zelo,
                    Come si canta in cielo,
                    A Dio gloria cantar.
                    L'allegro inno seguirono,
                    Tornando al firmamento:
                    Tra le varcate nuvole
                    Allontanossi, e lento
                    Il suon sacrato ascese,
                    Fin che più nulla intese
                    La compagnia fedel.
                    Senza indugiar, cercarono
                    L'albergo poveretto
                    Què fortunati, e videro,
                    Siccome a lor fu detto,
                    Videro in panni avvolto,
                    In un presepe accolto,
                    Vagire il Re del Ciel.
                    Dormi, o Fanciul; non piangere;
                    Dormi, o Fanciul celeste:
                    Sovra il tuo capo stridere
                    Non osin le tempeste,
                    Use sull'empia terra,
                    Come cavalli in guerra,
                    Correr davanti a Te.
                    Dormi, o Celeste: i popoli
                    Chi nato sia non sanno;
                    Ma il dì verrà che nobile
                    Retaggio tuo saranno;
                    Che in quell'umil riposo,
                    Che nella polve ascoso,
                    Conosceranno il Re.
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