Chiaro e famoso mare, sovra 'l cui nobil dosso si posò 'l mio signor, mentre Amor volle; rive onorate e care (con sospir dir lo posso), che 'l petto mio vedeste spesso molle; soave lido e colle, che con fiato amoroso udisti le mie note, d'ira e di sdegno vòte, colme d'ogni diletto e di riposo; udite tutti intenti il suon or degli acerbi miei lamenti. Ì dico che dal giorno che fece dipartita l'idolo, ond'avean pace i miei sospiri, tolti mi fûr d'attorno tutti i ben d'esta vita; e restai preda eterna dè martìri: e, perch'io pur m'adiri e chiami Amor ingrato, che m'involò sì tosto il ben ch'or sta discosto, non per questo a pietade è mai tornato; e tien l'usate tempre, perch'io mi sfaccia e mi lamenti sempre. Deh fosse men lontano almen chi move il pianto, e chi move le giuste mie querele! Ché forse non invano m'affligerei cotanto, e chiamerei Amor empio e crudele, ch'amaro assenzio e fele dopo quel dolce cibo mi fè, lassa, gustare in tempre aspre ed amare. O duro tòsco, che 'n amor delibo, perché fai sì dogliosa la vita mia, che fu già sì gioiosa? Almen, poi che m'è lunge il mio terrestre dio, che sì lontano ancor m'apporta guai, il duol che sì mi punge non mandasse in oblio, e l'udisse ei, per cui piansi e cantai: men acerbi i miei lai, men cruda la mia pena, men fiero il mio tormento, che giorno e notte sento, fôra per la sua luce alma e serena; e sariami 'l dispetto dolce sovra ogni dolce alto diletto. S'egli è pur la mia stella, e se s'accorda il cielo, ch'io moia per cagion così gradita, venga Morte, e con ella Amor, e questo velo tolgan, ed esca fuor l'alma smarrita; che, da suo albergo uscita, volerà lieta in parte, dove s'avrà mercede de la sua viva fede, fede d'esser cantata in mille carte. Ma, lassa, a che non torna chi le tenebre mie con gli occhi adorna? Se tu fossi contenta, canzon, come sei mesta, n'andresti chiara in quella parte e 'n questa.
In alto, in alto, nel çiel, Dove una volta ai me veci, E anca ai tui, Franco Lattes!, Se mostrava el Signor, Vola una cagna. [...] Alegri, dunque, compagni, Alegro, Lattes!, El progresso trionfa. Vardando, o pensando, a una cagna, Nò coremo quei ris-ci.
Ascolto Istanbul ad occhi chiusi Spira una leggera brezza dapprima Lentamente oscillano Le foglie sugli alberi Da lontano, molto lontano I perenni trilli degli acquaioli Ascolto Istanbul ad occhi chiusi.
Ascolto Istanbul ad occhi chiusi E mentre passano gli uccelli A stormi e stridii dall'alto Le reti si ritirano dalle chiuse I piedi di una donna sfiorano l'acqua Ascolto Istanbul ad occhi chiusi.
Ascolto Istanbul ad occhi chiusi Sono freschi i bazar Allegro Mahmut pascià Pieni di colombi i cortili Pervengono battiti di martello dai bacini Dalla dolce brezza primaverile odori di sudore Ascolto Istanbul ad occhi chiusi.
Ascolto Istanbul ad occhi chiusi Ebbra di passati favori Una villa dalle darsena buie Fra il mugghio dell'acquietato scirocco Ascolto Istanbul ad occhi chiusi.
Ascolto Istanbul ad occhi chiusi Passa una fraschetta sul marciapiede Imprecazioni, motivetti, canzoni, frizzi Dalla sua mano cade qualcosa sul selciato Dev'essere una rosa Ascolto Istanbul ad occhi chiusi.
Ascolto Istanbul ad occhi chiusi Ai suoi piedi si dibatte un uccello Non so se la tua fronte scotti o no Non so se le tue labbra siano umide o no Dietro i pistacchi nasce una luna candida Lo percepisco dai battiti del tuo cuore Ascolto Istanbul.
O Betlemme, città del Natale, dunque è ritornato il tempo in cui devi tu rallegrare il nuovo il mondo, il mondo universo. Quei che credono e quei che non vogliono battere la via angusta della croce, si trovano insieme, comunque, a Betlemme.
Ahi, forse il Verbo di Verità è per certuni soltanto una bella, una vecchia leggenda! Eppure quella prima notte, quel primo Natale negli anni remoti di Erode, torna a loro nella mente ogni anno, quando le campane suonano per Natale, e debbono anche loro guardare indietro, nei secoli.
Ancorché pene e fatiche e vanità e bugie riempiano l'andar lento dei giorni vien pure alla fine una notte santa, una notte che sorge in un altro mondo; e quando l'anno declina tardo, giunge come la neve di Dio, una neve di pace sulla terra.
O neve natalizia di Betlemme, cadi soavemente in morbide falde, e semina il grano che deve germinare nei campi dell'eternità. Fà cadere in silenzio candidi semi nei cuori oscuri e freddi, intirizziti dal freddo della notte.
O Bambino Gesù, sulla paglia del presepio fà tacere le voci del mondo. Non c'è luogo nel mondo dove abiterei più contento: portami via dai rischi e dalle cadute, dammi casa a Betlemme, presso di te, santa Maria.
Al nostro re Teopompo, caro agli dèi, per merito del quale conquistammo Messene, dalle ampie contrade ... Messene, luogo bello per arare, bello per piantare ... intorno ad essa combatterono per diciannove anni, sempre, senza interruzione, con animo coraggioso, i guerrieri, padri dei nostri padri. E nel ventesimo anno, lasciati i pingui campi,
Per un uomo valoroso è bello cadere morto combattendo in prima fila per la patria; abbandonare la propria città e i fertili campi e vagare mendico, è di tutte la sorte più misera, con la madre errando e con il vecchio padre, con i figli piccoli e la moglie. Sarà odioso alla gente presso cui giunge, cedendo al bisogno e alla detestata povertà: disonora la stirpe, smentisce il florido aspetto; disprezzo e sventura lo seguono. Se, così, dell'uomo randagio non vi è cura, né rispetto, neppure in futuro per la sua stirpe, con coraggio per questa terra combattiamo, e per i figli andiamo a morire, senza più risparmiare la vita.
Talor, mentre cammino per le strade della città tumultuosa solo, mi dimentico il mio destino d'essere uomo tra gli altri, e, come smemorato, anzi tratto fuor di me stesso, guardo la gente con aperti estranei occhi.
M'occupa allora un puerile, un vago senso di sofferenza ed ansietà come per mano che mi opprima il cuore. Fronti calve di vecchi, inconsapevoli occhi di bimbi, facce consuete di nati a faticare e a riprodursi, facce volpine stupide beate, facce ambigue di preti, pitturate facce di meretrici, entro il cervello mi s'imprimono dolorosamente. E conosco l'inganno pel qual vivono, il dolore che mise quella piega sul loro labbro, le speranze sempre deluse, e l'inutilità della loro vita amara e il lor destino ultimo, il buio.
Ché ciascuno di loro porta seco la condanna d'esistere: ma vanno dimentichi di ciò e di tutto, ognuno occupato dall'attimo che passa, distratto dal suo vizio prediletto.
Provo un disagio simile a chi veda inseguire farfalle lungo l'orlo d'un precipizio, od una compagnia di strani condannati sorridenti. E se poco ciò dura, io veramente in quell'attimo dentro m'impauro a vedere che gli uomini son tanti.
Taci, anima stanca di godere e di soffrire(all'uno e all'altro vai rassegnata) Nessuna voce tua odo se ascolto: non di rimpianto per la miserabile giovinezza, non d'ira o di speranza, e neppure di tedio. Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena d'una rassegnazione disperata. Non ci stupiremmo, non è vero, mia anima, se il cuore si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato... Invece camminiamo, camminiamo io e te come sonnambuli. E gli alberi son alberi, le case sono case, le donne che passano son donne, e tutto è quello che è, soltanto quel che è. La vicenda di gioia e di dolore non ci tocca. Perduto ha la voce la sirena del mondo, e il mondo è un grande deserto. Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso.
Padre, se anche tu non fossi il mio padre, per te stesso, egualmente t'amerei. Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno che la prima viola sull'opposto muro scopristi dalla tua finestra e ce ne desti la novella allegro. E subito la scala tolta in spalla di casa uscisti e l'appoggiavi al muro. Noi piccoli dai vetri si guardava.
E di quell'altra volta mi ricordo che la sorella, bambinetta ancora, per la casa inseguivi minacciando. Ma raggiuntala che strillava forte dalla paura, ti mancava il cuore: t'eri visto rincorrere la tua piccola figlia e, tutta spaventata, tu vacillando l'attiravi al petto e con carezze la ricoveravi tra le tue braccia come per difenderla da quel cattivo ch'eri tu di prima.