Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Povero Catullo

Povero Catullo, smetti di vaneggiare,
e quello che vedi  perduto, consideralo perduto.
Brillarono un tempo per te giorni luminosi,
quando andavi dovunque ti conduceva lei,
amata da noi quanto non sarà amata mai nessuna.
Lì allora si facevano quei tanti giochi d'amore,
che tu volevi e a cui lei non si negava.
Brillarono davvero per te un tempo giorno luminosi.
Ora lei non vuole più: Anche tu non volere, benché incapace di dominarti.
Non correre dietro a chi fugge, e non essere infelice,
ma con cuore risoluto resisti, non cedere.
Addio, fanciulla, ormai Catullo resiste,
non ti verrà a cercare, non pregherà più te che non vuoi;
ma tu ti dorrai se non sarai cercata.
Sciagurata, povera te! Che vita ti aspetta?
Chi verrà da te ora? Chi ti vedrà bella?
Chi amerai ? Di chi dirai di essere?
Chi bacerai? A chi morderai le labbra?
Ma tu , Catullo, resisti, non cedere.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Quegli mi appare esser proprio un dio

    Quegli mi appare esser proprio un dio,
    anzi, se fosse lecito, egli è sopra un dio,
    perché seduto in fronte a te,
    lui se ne sta tranquillo a guardarti e ascoltarti,
    mentre sorridi dolce:
    e invece a me, infelice, svelli del tutto i sentimenti.
    Ché non appena ti vedo, Lesbia, non mi sopravvive un filo di voce.
    Ma s'intorpida la lingua, e una fiamma sottile mi scorre entro le membra,
    le orecchie dentro mi ronzano cupe, e la notte ricopre entrambi i miei lumi.
    Catullo, il tempo libero è la tua rovina, ché troppo ti esalta e ti eccita.
    L'ozio ha distrutto anche re e città un tempo felici.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Per l'Anno dei Folli (preghiera)

      O Maria, fragile madre,
      ascoltami, ascoltami adesso
      anche se non so le tue parole.
      Ho in mano il nero rosario, con il suo Cristo d'argento,
      non è prediletto da Dio
      perché io sono l'infedele.
      Ciascuno dei grani è tondo e duro tra le mie dita,
      è un piccolo angelo nero.
      O Maria, concedimi questa grazia,
      concedimi di cambiare,
      sebbene io sia brutta,
      sommersa dal mio stesso passato,
      dalla mia stessa follia.
      Anche se ci sono delle sedie
      io sono sdraiata sul pavimento.
      Solo le mie mani sono salve
      toccando i grani del rosario.
      Una parola dopo l'altra, ci incespico dentro.
      Una principiante, sento la tua bocca toccare la mia.

      Conto i grani come se fossero onde
      che mi martellano contro,
      saperne il numero mi fa ammalare,
      afflitta, afflitta nel cuore dell'estate
      e la finestra sopra di me
      è la sola che mi ascolta, il mio essere goffo.
      Dà in abbondanza, è rilassante.
      L'elargitrice del respiro
      lei, mormora,
      i suoi polmoni esalano come quelli di un enorme pesce.

      Sempre più vicina
      è l'ora della mia morte
      mentre mi risistemo il volto, divento come prima,
      come prima dello sviluppo, con i capelli diritti.
      Tutto ciò è morte.
      Nella mente vi è un esile vicolo chiamato morte
      ed io mi muovo lungo di esso come
      nuotando nell'acqua.
      Il mio corpo è inutile.
      È disteso, accucciato come un cane su un tappeto.
      Si è arreso.
      Qui non ci sono parole se non quelle apprese a metà,
      l'Ave Maria e piena di grazia.
      Ora sono entrata nell'anno senza parole.
      Noto la strana entrata e l'esatto voltaggio.
      Esistono senza parole.
      Senza parole una può toccare il pane
      e riceverlo
      senza emettere alcun suono.

      O Maria, tenero medico, vieni con polveri ed erbe
      perché sono nel centro.
      È veramente piccolo e l'aria è grigia
      come in una casa a vapore.
      Mi porgono del vino come a un bambino si porge del latte.
      Appare in un bicchiere di delicata fattura,
      con la boccia circolare e l'orlo sottile.
      Il vino ha un colore denso, muffa e segreto.
      Il bicchiere si solleva da solo tendendo verso la mia bocca
      e me ne accorgo e lo capisco
      soltanto perché è successo.

      Io ho questa paura di tossire
      ma non parlo,
      la paura della pioggia, la paura del cavaliere
      che arriva galoppando nella mia bocca.
      Il bicchiere si inclina da solo
      e io prendo fuoco.
      Vedo due sottili righe che mi bruciano rapide giù per il mento.
      Mi vedo come se mi vedesse un altro.
      Sono stata tagliata in due.

      O Maria, apri le tue palpebre,
      io sono nel dominio del silenzio,
      nel regno della pazzia e del sonno.
      C'è sangue qui
      ed io l'ho mangiato.
      O madre del grembo,
      sono venuta soltanto per il sangue?
      O piccola madre
      Sono dentro i miei pensieri.
      Sono rinchiusa nella casa sbagliata.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)
        Altri mai foco, stral, prigione o nodo
        sì vivo e acuto, e sì aspra e sì stretto
        non arse, impiagò, tenne e strinse il petto,
        quanto 'l mì ardente, acuto, acerba e sodo.
        Né qual io moro e nasco, e peno e godo,
        mor'altra e nasce, e pena ed ha diletto,
        per fermo e vario e bello e crudo aspetto,
        che 'n voci e 'n carte spesso accuso e lodo.
        Né fûro ad altrui mai le gioie care,
        quanto è a me, quando mi doglio e sfaccio,
        mirando a le mie luci or fosche or chiare.
        Mi dorrà sol, se mi trarrà d'impaccio,
        fin che potrò e viver ed amare,
        lo stral e 'l foco e la prigione e 'l laccio.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)
          Arbor felice, aventuroso e chiaro.
          Onde i due rami sono al mondo nati,
          che vanno in alto, e son già tanto alzati,
          quanto raro altri rami unqua s'alzâro:
          rami che vanno ai grandi Scipi a paro,
          o s'altri fûr di lor mai più lodati
          (ben lo sanno i miei occhi fortunati,
          che per bearsi in un d'essi miraro),
          a te, tronco, a voi rami, sempre il cielo
          piova rugiada, sì che non v'offenda
          per avversa stagion caldo, né gelo.
          La chioma vostra e l'ombra s'apra e stenda
          verde per tutto; e d'onorato zelo
          odor, fior, frutti a tutt'Italia renda.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)
            Se così come sono abietta e vile
            donna, posso portar sì alto foco,
            perché non debbo aver almeno un poco
            di ritraggerlo al mondo e vena e stile?
            S'Amor con novo, insolito focile,
            ov'io non potea gir, m'alzò a tal loco,
            perché non può non con usato gioco
            far la pena e la penna in me simìle?
            E, se non può per forza di natura,
            puollo almen per miracolo, che spesso
            vince, trapassa e rompe ogni misura.
            Come ciò sia non posso dir espresso;
            io provo ben che per mia gran ventura
            mi sento il cor di novo stile impresso.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)
              Deh, perché così tardo gli occhi apersi
              nel divin, non umano amato volto,
              ond'io scorgo, mirando, impresso e scolto
              un mar d'alti miracoli e diversi?
              Non avrei, lassa, gli occhi indarno aspersi
              d'inutil pianto in questo viver stolto,
              né l'alma avria, com'ha, poco né molto
              di Fortuna o d'Amore onde dolersi.
              E sarei forse di sì chiaro grido,
              che, mercé de lo stil, ch'indi m'è dato,
              risoneria fors'Adria oggi, e 'l suo lido.
              Ond'io sol piango il mio tempo passato,
              mirando altrove; e forse anche mi fido
              di far in parte il foco mio lodato.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)
                Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,
                miri un signor di vago e dolce aspetto,
                giovane d'anni e vecchio d'intelletto,
                imagin de la gloria e del valore:
                di pelo biondo, e di vivo colore,
                di persona alta e spazioso petto,
                e finalmente in ogni opra perfetto,
                fuor ch'un poco (oimè lassa! ) empio in amore.
                E chi vuol poi conoscer me, rimiri
                una donna in effetti ed in sembiante
                imagin de la morte e dè martiri,
                un albergo di fé salda e costante,
                una, che, perché pianga, arda e sospiri,
                non fa pietoso il suo crudel amante.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)
                  Voi, che 'n marmi, in colori, in bronzo, in cera
                  imitate e vincete la natura,
                  formando questa e quell'altra figura,
                  che poi somigli a la sua forma vera,
                  venite tutti in graziosa schiera
                  a formar la più bella creatura,
                  che facesse giamai la prima cura,
                  poi che con le sue man fè la primiera.
                  Ritraggete il mio conte, e siavi a mente
                  qual è dentro ritrarlo, e qual è fore;
                  sì che a tanta opra non manchi niente.
                  Fategli solamente doppio il core,
                  come vedrete ch'egli ha veramente
                  il suo e 'l mio, che gli ha donato Amore.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    in Poesie (Poesie d'Autore)
                    Quando i' veggio apparir il mio bel raggio,
                    parmi veder il sol, quand'esce fòra;
                    quando fa meco poi dolce dimora,
                    assembra il sol che faccia suo viaggio.
                    E tanta nel cor gioia e vigor aggio,
                    tanta ne mostro nel sembiante allora,
                    quanto l'erba, che pinge il sol ancora
                    a mezzo giorno nel più vago maggio.
                    Quando poi parte il mio sol finalmente,
                    parmi l'altro veder, che scolorita
                    lasci la terra andando in occidente.
                    Ma l'altro torna e rende luce e vita;
                    e del mio chiaro e lucido oriente
                    è 'l tornar dubbio e certa la partita.
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