Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Il canto popolare

Improvviso il mille novecento
cinquanta due passa sull'Italia:
solo il popolo ne ha un sentimento
vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
la modernità, benché sempre il più
moderno sia esso, il popolo, spanto
in borghi, in rioni, con gioventù
sempre nuove - nuove al vecchio canto -
a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell'anno
sopra i portici delle cittadine
di provincia, sui paesi che sanno
ancora di nevi, sulle appenniniche
greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
i nuovi colori delle tele, i nuovi
vestiti come in limpidi roghi
dicono quanto oggi si rinnovi
il mondo, che diverse gioie sfoghi...

Ah, noi che viviamo in una sola
generazione ogni generazione
vissuta qui, in queste terre ora
umiliate, non abbiamo nozione
vera di chi è partecipe alla storia
solo per orale, magica esperienza;
e vive puro, non oltre la memoria
della generazione in cui presenza
della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta
nella nostra ragione e costruita
per il nostro passaggio - e ora giunta
a essere altra, oltre il nostro accanito
difenderla - aspetta - cantando supino,
accampato nei nostri quartieri
a lui sconosciuti, e pronto fino
dalle più fresche e inanimate ère -
il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato
ch'è nostro privilegio, altre fiumane
di popolo ecco cantare: recuperato
è il nostro moto fin dalle cristiane
origini, ma resta indietro, immobile,
quel canto. Si ripete uguale.
Nelle sere non più torce ma globi
di luce, e la periferia non pare
altra, non altri i ragazzi nuovi...

Tra gli orti cupi, al pigro solicello
Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
di Toscana, con strilli di rondinini:
Hor atorno fratt Helya! La santa
violenza sui rozzi cuori il clero
calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
feroce nel feudo provinciale l'Impero
da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli
sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
suona, giganteggiando il travertino
nel nuovo spazio in cui s'affranca
l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
jersera... ripete con l'anima spanta
nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
e trepidi nel vento napoleonico,
all'Inno dell'Albero della Libertà,
tremano i nuovi colori delle nazioni.
Ma, cane affamato, difende il bracciante
i suoi padroni, ne canta la ferocia,
Guagliune 'e mala vita! In branchi
feroci. La libertà non ha voce
per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l'antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria...
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.
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    Scritta da: Gloria Levrini
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La tigre

    Tigre! Tigre! Divampante fulgore
    Nelle foreste della notte,
    Quale fu l'immortale mano o l'occhio
    Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?

    In quali abissi o in quali cieli
    Accese il fuoco dei tuoi occhi?
    Sopra quali ali osa slanciarsi?
    E quale mano afferra il fuoco?
    Quali spalle, quale arte
    Poté torcerti i tendini del cuore?
    E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
    Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?

    Quale mazza e quale catena?
    Il tuo cervello fu in quale fornace?
    E quale incudine?
    Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?

    Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
    e il paradiso empivano di pianti?
    Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
    Chi l'Agnello creò, creò anche te?

    Tigre! Tigre! Divampante fulgore
    Nelle foreste della notte,
    Quale mano, quale immortale spia
    Osa formare la tua agghiacciante simmetria?
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      Scritta da: Gloria Levrini
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      La Divina Immagine

      Grazia, Amore, Pace, e Pietà
      Chi è negli affanni prega,
      E ad esse virtù che liberano
      Torna l'animo grato.

      Grazia, Amore, Pace, e Pietà
      È Iddio, Padre caro,
      Grazia, Amore, Pace e Pietà
      È l'uomo, Suo figliolo e Suo pensiero.

      La Grazia ha cuore umano;
      Volto umano, Pietà;
      Umana forma divina, l'Amore,
      E veste umana, Pace.

      Ogni uomo, d'ogni clima,
      Se prega negli affanni,
      L'umana supplica forma divina,
      Amore e Grazia e la Pietà e la Pace.

      Da tutti amata sia l'umana forma,
      In Turchi si mostri o in Ebrei;
      Dove trovi Pietà, l'Amore e Grazia,
      Iddio sta di casa.
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        Scritta da: Marianna Mansueto
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Il sorriso

        C'è un sorriso d'amore,
        e c'è un sorriso della seduzione,
        un sorriso c'è dei sorrisi
        dove si incontrano quei due sorrisi.

        C'è un aggrottamento dell'odio
        e c'è un aggrottamento del disdegno,
        ed un aggrottamento c'è degli aggrottamenti
        di cui invano tentate di scordarvi,

        Poiché a fondo nel profondo del cuore penetra,
        e affonda nelle midolla delle ossa-
        e mai nessun sorriso fu sorriso,
        ma solo quel sorriso solo,

        sorriso che dalla culla alla fossa
        sorridere si può una volta una sola;
        quando è sorriso
        ha fine ogni miseria.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Unicità

          In fondo è questo, lasciare scappare ciò che nutre
          il sangue, poterne fare a meno. Abituarsi al secco
          cuore. Dal mattino una distrazione il resto:
          andare, venire, umiliare le braccia e la sobrietà.
          Ogni tanto un passaggio, una stretta affondata
          che ha ragione nel fumo della sigaretta.
          Ecco il marchio. Ciò che siamo è invulnerabile.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Ode alla Vita

            Lentamente muore
            chi diventa schiavo dell'abitudine,
            ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
            chi non cambia la marcia,
            chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
            chi non parla a chi non conosce.

            Muore lentamente chi evita una passione,
            chi preferisce il nero su bianco
            e i puntini sulle "i"
            piuttosto che un insieme di emozioni,
            proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
            quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
            quelle che fanno battere il cuore
            davanti all'errore e ai sentimenti.

            Lentamente muore
            chi non capovolge il tavolo,
            chi è infelice sul lavoro,
            chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno,
            chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

            Lentamente muore chi non viaggia,
            chi non legge,
            chi non ascolta musica,
            chi non trova grazia in se stesso.

            Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
            chi non si lascia aiutare
            chi passa i giorni a lamentarsi
            della propria sfortuna o della pioggia incessante.

            Lentamente muore
            chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
            chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
            chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

            Evitiamo la morte a piccole dosi,
            ricordando sempre che essere vivo
            richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

            Soltanto l'ardente pazienza
            porterà al raggiungimento
            di una splendida felicità.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              Nicodemo

              Nei vicoli della notte
              s'incamminò Nicodemo,
              cieli spenti senza stelle aveva nel cuore.
              Dal silenzio ascoltò
              una voce che raccontava
              profondità di cielo
              e teneri germogli
              fiorirono nell'anima.
              Sentì sciogliersi grumi di sabbia
              dentro le vene e venti di lume trascinarono lontano il buio.
              Negli occhi ritrovò l'innocenza d'un bambino
              e sul ciglio del giorno vide fiorire l'aurora.
              Il pensiero raggiunse nuovi mattini
              e sentì gli anni passare sulla pelle.
              Dio gli svelò il segreto del fiume
              che attraversa la Santa Città
              dove un cielo di cristallo non conosce il buio.
              Sereno andò nel lieve sussurro del vento
              e germogli sbiancati incontrò all'orizzonte
              nella stella lucente del mattino.
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