la casa della stanza murata

Speriamo solo di non continuare
ad avercela cosi tanto con noi stessi.
Quando non ci basterà più il vino,
come non ci sono bastate le erbe prima,
a cosa ricorreremo.
Alle risse tra di noi
coi coltelli delle cene,
sporchi di carne infilzata,
alla testa sbattuta forte sulla pietra
per fare uscire il nulla,
ad una stupida tardiva vocazione
che ci illuda di avere cento guance ancora da mostrare,
da porgere,
o alla solita serata di parole,
i "ti ricordi"
"mi ricordo"
i "ma lasciamo stare",
col solito finale:
"dai passami il bicchiere".
Dalle risse di piazza
a quelle da pollaio.
E quando i mitra appoggiati al muro
di quella stanza che nessuno rammenta più
ci odieranno
per esser stati presi una sola volta in mano
e mille volte in giro,
e le bandiere
con i colori dell'allora saranno stracci
per ripulire casa e non la società,
chi sa che cosa penseremo delle rivoluzioni
che ci hanno messo in testa
ed anche nel didietro.
In un raro momento
di libertà di mente
ci accorgeremo quanto si sta bene soli
senza compagni o camerati,
senza ideologie.
E sarà d'obbligo evitare per un po' gli specchi
che impietosamente ci direbbero
che tutto questo
l'abbiamo capito troppo tardi,
e forse non del tutto,
e siamo vecchi.
Ma che triste sensazione
se quando metteremo il naso fuori,
magari per comprarci l'ennesimo quartino (di vino)
ci rivedremo in qualche matto che urla in giro o sventola bandiere che diventeranno straccio,
o tiene il mitra nascosto sotto il braccio.
Uno di quei mitra anche lui fra un po' ridotto a ferro vecchio
ed appoggiato al muro,
ma in casa d'altri.
Il muro,
l'unico nel tempo
ad essere rimasto duro e puro.
Alexandre Cuissardes
Composta mercoledì 11 giugno 2014
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    Socchiudo gli occhi a Venezia

    Cala il sole sulla laguna a mare.
    In quanti lo avranno detto,
    ad un volto vicino,
    alla propria testa,
    al primo che passava.
    Lui continua a farlo
    come noi continuiamo a dirlo,
    a scriverlo,
    a pensarlo.
    Ed osserviamo l'arancio
    il marrone
    il sabbia,
    che si distendono davanti a lei,
    a noi.
    Adesso il sole
    si è fatto esagono che scompare,
    spandendo la luce,
    l'ultima luce,
    la luce gialla,
    rasa all'acqua.
    Cala la sera sulle gondole stanche
    che pattinano di traverso
    nel loro tornare.
    Ed ogni volta la stessa illusione.
    Che fermino il tempo,
    che fermino l'acqua.
    Turisti
    che si sentono viaggiatori
    si lasciano andare.
    Hanno negli occhi
    il giorno trascorso
    e pensano già
    a quando ritornare.
    Fra un po' i neri docili animali di legni
    si culleranno aspettando domani,
    coperti da un telo azzurro
    o nudi all'aria di notte.
    Sta seduto sull'ultimo muretto all'acqua
    l'annoiato perdigiorno.
    Adesso che un altro giorno è perso
    fuma lentamente
    sputa tabacco alla nebbia.
    -Io ti aspettavo -
    dice muto alla "Vespucci"
    quell'umile antico palo,
    dritto in acqua,
    pieno di rughe e tagli
    che è sempre il primo a salutare
    la nave nera
    che a Venezia si fa
    gondola madre.
    Intanto è vivo quel lampione,
    l'ultimo,
    alla punta d'acqua.
    Quello all'arsenale,
    quello che poi è laguna
    come se fosse il mare.
    Illumina l'ultimo abbraccio
    di chi si lascia
    o si fa promesse
    ed una coppia che mano nella mano
    passa sul ponte bianco
    e torna a casa per la cena.
    Alexandre Cuissardes
    Composta lunedì 19 maggio 2014
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      il giorno giusto

      Oggi non è un giorno a caso.
      Mi sono svegliato col diciotto in testa.
      Buon compleanno.
      Perché?
      Perché oggi?
      Perché stamani mi sono alzato cosi,
      cosi mi va.
      Del resto
      un giorno vale l'altro.
      Sono anni
      che non lo festeggiamo insieme
      il giorno in cui sei nato.
      In qualunque giorno venga
      il diciotto non è mai
      un giorno a caso.
      Alexandre Cuissardes
      Composta martedì 4 marzo 2014
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        il cuore perduto

        guardo svogliato le immagini di un film,
        la mano gratta distratta il telecomando.
        Sento il rumore dell'acqua nella doccia,
        scorre sul corpo che ho sporcato stasera.
        Annuso le mani
        che prima profumavano di lei
        adesso puzzano di vecchia storia
        durata un'ora.
        Strano concetto
        che ho maturato
        del tempo dell'amore.
        Come se fossero
        le fasi di una vita a due.
        All'inizio ti distendi
        alla fine non ti lasci,
        ti alzi dal letto ed è finita.
        Non mi domando
        perché abbia accettato,
        si sia spogliata.
        Forse mi ha amato,
        almeno per mezz'ora.
        Ho solo fretta che se ne vada,
        che porti via il suo corpo,
        le parole dette,
        l'intero fatto.
        Per ritornare in me
        dovrò domani
        non ospitare qualcuno in casa mia,
        ma suonare a quel campanello,
        entrare in quella casa
        dove dopo un'ora,
        prima di andarmene,
        tolgo dal portafogli il suo "dovuto",
        incasso il
        "ciao tesoro è stato bello, torna presto se vuoi sei sempre il benvenuto".
        E mentre lei lo dice
        osservo il portafogli
        e penso che sia lui il vero benvenuto.
        Alexandre Cuissardes
        Composta lunedì 17 febbraio 2014
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          La "visita serpenti"

          Vago per cimiteri,
          sempre meglio
          che per gli ospedali.
          Qui nessuno si lamenta,
          il peggio l'hanno già passato
          o fatto passare.
          Qui ci cammino vivo
          e quando mi sdraio
          mi posso riposare,
          non c'è rumore.
          La scelta è ampia
          c'è l'erba
          oppure il marmo,
          la pietra
          o piccoli sassi levigati.
          Anche il più cattivo,
          visto in fotografia
          non mi fa paura,
          e se gli auguro l'inferno
          so che non si potrà incazzare
          e farmi del male.
          E quando leggo
          "dopo una lunga malattia"
          per qualcuno non posso che gioire.
          Quando è "penosa" poi
          spero proprio che lo sia.
          Ed a chi qualche volta ci ha provato
          a farmi crepare,
          dico sorridendo
          "vedi, mi hai preceduto",
          anzi,
          per esser chiaro,
          "vedo che mi hai preceduto"
          e lo vedo con piacere.
          Ma se ci penso meglio
          poi mi chiedo se
          in fondo in fondo
          sia proprio un gran vantaggio
          restare in piedi
          a queste condizioni,
          né più né meno
          che per respirare,
          e venir qui,
          vagare fra le tombe,
          sputare addosso
          giusto a qualche foto.
          In fin dei conti
          voi siete stati bene,
          anche se non meritavate niente,
          e poi,
          il fatto che mi abbiate preceduto
          non è che mi risolva molto.
          Per voi
          il tempo che avete avuto
          è sempre stato di un bel sereno,
          il mio invece è stato ed è
          un tempo che è tempesta.
          Alexandre Cuissardes
          Composta martedì 11 febbraio 2014
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