Le migliori poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Una favola che non c'è più

I ricordi affiorano la mia mente,
ogni ricordo mi porta da te.
Ad un amore infinito,
emozioni forti, sentimenti indefiniti

A te, a me, alla nostra storia,
alle nostre emozioni, alla nostra passione.
A quello che eri, e che ero io,
a quello siamo stati e non siamo più.

Ai sogni fatti, a quelli realizzati,
a nostro figlio e tutto quello che è stato.
A quello che eravamo,
a quello che siamo diventati.

Alla nostra storia, all'inizio della fine,
a quello che ancora vorrei,
a una favola che non c'è più.
A quel grande amore che sembra inventato.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La Forza della Vita

    Asciugo anche questa lacrime
    ne sento ancora il sapore del sale
    mentre scendono, già fanno meno male.

    Non voglio perdermi il bello
    di una nuova alba
    che attende l'abbracciarmi.

    Dove nei suoi prati
    correrò verso il sole
    e il sole mi scalderà
    nuovamente il cuore.

    Perché trasformerò ogni lacrima
    in un sorriso.
    Lo farò con la forza della vita
    che c'e ancora in me.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Ho Atteso

      Ho atteso una vita
      per comprendere
      il senso dell'amore.

      Quell'amore che niente chiede
      che niente pretende
      puro come l'acqua che score

      Un amore che riempie
      con la sua presenza scalda
      con la sua assenza uccide.

      Ho atteso senza sapere
      cosa attendevo, e che cosa la vita
      mi avrebbe ancora donato.

      Ed ora anche se
      il tempo si fermasse
      non avrebbe importanza;

      Perché avrei vissuto l'intenso
      di ogni sua sfumatura,
      di ogni suo senso.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Urlo Basta!

        La notte la sento sottopelle,
        il freddo è quello
        dell'era glaciale,
        i lividi percorrono la mia anima

        Il candore l'ho perso
        fra le tue mani.
        Tutto è stato un attimo
        eppure è durato l'eternità.

        Tutto fa terribilmente male
        il respiro mi manca
        griderei aiuto,
        ma impotente
        ti guardo, implorando
        senza parole.

        Disillusa mi dissolvo
        in un buio senza tempo.
        Urlo basta
        ma continui,
        la mia anima si schianta.

        Il domani non c'è
        sogni s'infrangono,
        li stai portando via
        mentre ti muovi
        dentro me.
        Composta domenica 14 giugno 2009
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La Doppia Immagine

          A novembre compio trent'anni.
          Sei ancora piccola, hai solo tre anni.
          Guardiamo le foglie gialle, sono stremate,
          turbinano nella pioggia d'inverno,
          cadono e s'acquattano. Ed io ricordo
          i tre autunni che non hai passato qui.
          Hanno detto che mai ti avrei riavuto.
          Ti dico quel che mai saprai davvero:
          le congetture mediche
          che spiegano il cervello non saranno mai reali
          quanto queste foglie abbattute.

          Io, che ho tentato due volte d'ammazzarmi,
          ti avevo dato un nomignolo
          appena arrivata, nei mesi del piagnucolare;
          poi una febbre t'è rantolata in gola
          ed io mi muovevo come una pantomima
          attorno al tuo capino.
          Angeli brutti mi hanno parlato. La colpa,
          dicevano, era mia. Facevano gli spioni
          come streghe verdi versando nella testa la rovina
          come un rubinetto rotto;
          come se la rovina avesse allagato la pancia e sommerso la culla,
          un vecchio debito che dovevo accollarmi.

          La morte era più semplice di quanto credessi.
          Il giorno che la vita t'ha restituito sana e salva
          Ho lasciato le streghe rapire la mia anima in colpa.
          Ho finto d'esser morta
          finché uomini bianchi m'hanno spompato il veleno,
          m'hanno messo senza braccia e slavata
          nella manfrina di scatole parlanti e letti elettrici.
          Ridevo a vedermi messa ai ferri in quell'hotel.
          Oggi le foglie gialle
          sono stremate. Mi chiedi dove vanno.
          Ti dico che l'oggi ha creduto in se stesso, altrimenti cedeva.

          Oggi, piccina mia, Gioia,
          ama il tuo essere dove adesso vive.
          Non esiste un Dio speciale cui rivolgersi; o se c'è,
          allora perché t'ho fatto crescere altrove.
          Tu non riconoscevi la mia voce
          quando tornavo a casa a trovarti.
          Tutti i superlativi
          di alberi di Natale e vischi del futuro
          non ti aiuteranno a sapere le feste che hai perduto.
          Nel tempo che non amai me stessa
          venni in visita a te su marciapiedi spalati,
          mi tenevi per un guanto.
          Dopo questo fu di nuovo neve.

          2.

          Mi hanno spedito lettere con tue notizie
          e io cucivo mocassini che non avrei mai usato.
          Quando cominciai a sopportarmi
          andai a stare con la mamma. Troppo tardi,
          troppo tardi, dissero le streghe, per stare con la mamma.
          Non me ne sono andata.
          Ma un ritratto mi son fatto.

          Dal manicomio nel parziale ritorno
          venni alla casa di mia madre a Gloucester.
          Ed ecco come venni ad abbrancarla,
          ed ecco come venni a perderla.
          Mia madre disse, per il suicidio io non posso dar perdono.
          Non l'hai mai potuto.
          Ma un ritratto lei m'ha fatto.

          Ho vissuto da ospite rabbioso,
          parzialmente rammendata, bimba esorbitante.
          Ricordo che mia madre faceva del suo meglio.
          Mi portò a Boston per farmi cambiare il taglio.
          Sorridi come tua madre, disse il capocciante.
          Non mi pareva interessante.
          Ma un ritratto mi son fatto.

          C'era una chiesa là dove sono cresciuta,
          là in bianchi armadi fummo inchiavati
          come coro di marinai, o puritani, irreggimentati.
          Mio padre passava col piattino per la questua.
          Dissero le streghe, troppo tardi per esser perdonata.
          E non fui propriamente perdonata.
          Ma un ritratto m'hanno fatto.

          3.

          Quell'estate gettiti irrigui s'inarcavano
          a pioggia sull'erba rivierasca.
          Parlavamo di siccità
          mentre il prato corroso dal salmastro
          nuovamente raddolciva.
          Per passare il tempo falciavo l'erba
          e la mattina mi facevo fare il ritratto,
          fissando il sorriso nella formalità.
          Ti ho spedito il disegnino di un coniglio,
          e una cartolina col Motif number one
          come se fosse normale
          essere madre ed essersene andata.

          Hanno appeso il ritratto nella fredda luce
          del lato nord, che bene mi si addice,
          per farmi stare bene.
          Soltanto mia madre s'ammalò.
          Mi volse le spalle, come se la morte contagiasse,
          come se la morte si riflettesse,
          come se il mio morire l'avesse corrosa.
          Ad agosto avevi due anni, ma era dubbio il calcolo dei giorni.
          Il primo settembre mi guardò in faccia
          e mi disse che le avevo attaccato il cancro.
          Le mozzarono le colline dolci
          e ancora non avevo la risposta.

          4.

          Quell'inverno lei tornò
          parziale ritorno
          alla sterile suite
          di medici, nauseante
          crociera di raggi X,
          l'aritmetica delle cellule impazzita.
          Parziale intervento,
          braccio grasso, prognosi infausta,
          li ho sentiti dire.

          Durante le burrasche marine
          lei si fece fare il ritratto.
          Caverna di uno specchio,
          appeso al lato sud;
          una coppia di sorrisi, una copia di lineamenti.
          E tu mi assomigliavi sconosciuto
          viso mio, tu lo indossavi.
          Dopotutto eri mia.

          Ho svernato a Boston,
          sposa senza figli,
          niente di dolce da spartire,
          con le streghe a fianco.
          Ho perduto la tua infanzia,
          tentato un altro suicidio,
          subito il secondo hotel dei sigilli.
          M'hai fatto un Pesce d'Aprile.
          Abbiamo riso insieme, fu cosa buona.

          5.

          Per l'ultima volta m'hanno dimesso
          il primo maggio;
          laureata in casi mentali,
          con l'assenso dell'analista,
          un libro finito di versi,
          la macchina da scrivere e le borse.

          Quell'estate imparai a rimettere vita
          nelle mie sette stanze,
          andavo su barchette a cigno, al mercato,
          rispondevo al telefono,
          da brava moglie offrivo da bere,
          facevo l'amore fra crinoline e abbronzature d'agosto.

          E tu venivi ogni weekend. No, mento.
          Venivi di rado. Fingevo che c'eri
          bimba farfalla, porcellina
          guance di gelatina,
          tre anni di disobbedienza,
          ma splendida sconosciuta.

          E dovevo imparare
          perché volevo morire invece che amare,
          perché mi faceva male la tua innocenza,
          e perché accumulo le colpe
          come un giovane internista
          rivela i sintomi e la certa evidenza.

          Quel giorno d'ottobre che andammo a Gloucester
          le colline rosse mi ricordavano
          la pelliccia di volpe rossa sdrucita
          in cui giocavo da bambina,
          immobile come un orso, una tenda,
          una gran caverna che ride, pelliccia di volpe rossa.

          Oltrepassammo il vivaio dei pesci,
          il baracchino dove vendono l'esca,
          Pigeon Cove, lo Yacht Club,
          Squall Hill, verso la casa in attesa
          ancora, la casa sul mare.
          E due ritratti sono appesi su opposte pareti.

          6.

          Al lato nord il mio sorriso al suo posto è fissato,
          risalta nell'ombra il mio viso ossuto.
          Mentre posavo lì cosa avevo sognato
          tutta me negli occhi in attesa,
          il giovane viso, la zona del sorriso,
          trappola per volpi.

          Al lato sud il suo sorriso al suo posto è fissato,
          le guance vizze come orchidee appassite;
          mio specchio beffardo, mio amore spodestato,
          mia immagine prima. Mi occhieggia dal ritratto
          quella testa di morte impietrita
          che avevo sopraffatto.

          L'artista ci fissò alla svolta;
          si sorrideva inquadrate nelle tele
          prima di scegliere strade da prima separate.
          La pelliccia di volpe rossa doveva esser bruciata.
          Mi decompongo sulla parete
          come Dorian Grey.

          E questa fu caverna di uno specchio,
          una donna sdoppiata che si fissa
          come se il tempo l'avesse impietrita
          - due signore in terra d'ombra assise -
          Hai dato un bacio alla nonna,
          e lei ha pianto.

          7.

          Non potevo tenerti
          tranne il weekend. Ogni volta venivi
          stringendo il disegnino del coniglio
          che ti avevo spedito. Per l'ultima volta
          disfo i tuoi bagagli. Ci tocchiamo senza un contatto.
          La prima volta hai chiesto il mio nome.
          Ora rimani per sempre. Dimenticherò
          che sbalzavamo cozzandoci come marionette
          appese a fili. Non era l'amore
          ridursi al weekend.
          Ti sbucci le ginocchia, impari il mio nome,
          traballando sul marciapiede piangi e chiami.
          Mi chiami mamma e ricordo ancora mia madre,
          che altrove, nei dintorni di Boston, muore.

          Ricordo che ti chiamammo Gioia
          per poterti chiamare gioia.
          Arrivasti come un ospite imbarazzato
          allora, tutta fasciata umida meraviglia
          alla mia mammella pesante.
          Avevo bisogno di te. Non volevo un maschio,
          solo una femmina, un topino lattoso di bimba,
          da sempre amata, da sempre esuberante
          nella casa di se stessa. Ti chiamammo Gioia.
          Io, che non fui mai certa d'esser femmina,
          avevo bisogno di un'altra vita,
          di un'altra immagine per ricordarmi.
          E fu questa la mia più grave colpa;
          tu non potevi curarla o lenirla.
          Ti ho fatta per trovarmi.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Il Primo volo d'amore

            Mentre il tuo cuore prende il volo
            e batte forte a quel primo amore
            e quei occhi si perdono
            nell'immenso di quel emozione.

            Il mio cuore sorride
            e batte con te.

            Vivi l'intensità di quello
            che oggi la vita ti da.
            Vola sulle ali di quell'amore
            che eterno non sarà.

            Quello che oggi vivi
            è un sogno destinato a farti volare.
            Sarà il ricordo più dolce che c'è
            e se poi finirà poco importa.

            Nulla sarà più bello ed emozionate
            di quel cuore, che oggi scandisce
            con i suoi battiti il tempo
            del tuo primo amore.

            Ma, piccola stai attenta
            e se anche cadi ti rialzerai
            e ancora più in alto volerai.

            Qualche lacrima sicuramente
            ci sarà e io sarò ancora qua
            a guardare il prossimo volo.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Alle Pagine Della Tua Vita

              Alle pagine della tua vita
              non strappare nulla,
              conserva ogni respiro,
              ogni piccolo frammento
              che la memoria ti concede.

              Sfila ai ricordi il dolore
              da essi imparerai,
              fanne la tua forza,
              il tuo coraggio.

              Prendi a calci le sconfitte
              fanne insegnamento,
              prendi le umiliazioni
              come lezioni di vita.

              Raccogli i se e i ma,
              impara da essi
              che tutto può essere,
              che niente è scontato

              Prendi ogni sorriso,
              sono stati momenti
              di felicità o serenità.

              Prendi i volti di chi ami
              Imprimili nella tua mente
              il momento i cui li hai incontrati,
              quello in cui li hai abbracciati.

              Memorizza
              il volto di tuo figlio
              di quando è nato
              di ogni suo passo,
              sono il perché del vissuto,
              la tua ragione di vita
              .
              Delle pagine della tua vita
              conserva ogni frammento,
              ogni perché, ogni se
              ogni ma, ogni pezzo di te.

              Trasformali in presente
              per vivere il domani.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Mi domandi dispès pari...

                Mi domandi dispès
                pari
                quaal c'al é staat il moment
                chi tu sees muart.
                Ze chi tu podis ve provaat
                in chel ca ti ingrampave la fin.
                Se tu aas sintuut il freet
                di chel ultin flaat.
                O se la glaze e li sgrifadis da l'anime
                no fosin masse
                e i siums no fosin staaz masse votis cravaaz
                ju pa la "corse da la vite"
                par no provà caloor
                tal tiò slontanati.
                E se ducju chei se e chei ma
                no vesin za scrit
                la to fin.
                Se la tò anime
                no fos masse
                strache par
                fermati ancjemò.
                Mi domandi dispès pari
                ze chi tu aas provaat
                intant che la muart
                a ti robave a la vite
                o se la muart no
                ti fos rivade
                ancjemò quant
                chi tu eris in vite.
                Si tu aas vuut poure
                freet o liberazion
                tal moment dal cumiaat.

                Mi chiedo spesso

                babbo

                quale è stato il momento

                in cui sei morto



                Cosa puoi aver provato

                mentre ti abbracciava la fine.

                Se hai sentito il freddo

                di quell'ultimo respiro.



                O se il gelo e i graffi dell'anima

                non fossero troppi

                e i sogni non fossero

                stati troppe volte spezzati

                nella "corsa della vita"

                per non provare calore

                nell'andartene via.



                E se tutti quei se e ma

                non avessero già scritto

                la tua fine.

                Se la tua anima

                non fosse troppo

                stanca

                per fermarti ancora.



                Mi chiedo spesso babbo

                cosa hai provato

                mentre la morte

                ti rubava alla vita

                o se la morte non

                ti fosse giunta

                quando ancora

                eri in vita.



                Se hai provato paura

                freddo o liberazione

                nel momento

                dell'addio.
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