Scritta da: Raffaele Caponetto
in Poesie (Poesie personali)
OBLIO
Che dolce desio cader nell'oblio. Vederti bambina già donnina. Darmi la mano per portarti lontano.
Composta sabato 1 dicembre 2012
Che dolce desio cader nell'oblio. Vederti bambina già donnina. Darmi la mano per portarti lontano.
Giammai vedrai più il sorgere del sole. Giammai godrai olezzi di rose e viole. Giammai la vita si tingerà di colore. Giammai accetterò questo dolore. Giammai c'è stato cuore più nero. Giammai ci sarà altro pensiero. Giammai verranno attimi di felicità. Giammai più luce e gioia ci sarà. Giammai la vita è stata così atroce. Giammai dovevo portare questa croce. Giammai, mai e poi mai, se c'è Iddio a mia figlia dovevo sopravvivere io.
Mentre correvamo nel vento
volevamo raggiungerlo
per darci un bacio
in un giorno qualunque,
in una stagione qualunque
noi ricorderemo tutto,
non possiamo fuggire
perché la forza dell'amore
rotola sugli oceani,
attraversa le montagne,
raggiunge il sole e brucia,
avvolge noi nel sogno,
nessuno può salvarsi dalla sua morsa
le parole d'amore raggiungono le stelle
portano alla pazzia
entrambi noi
siamo segnati.
Quel giorno lontano,
fu complice al desiderio un canto,
come il libro ai due amanti,
ignari del futuro
e sfidanti delle regole.
Avvenire lacerato,
poi diviso
e gettato via,
simile a veste sporca
di un miserabile pierrot.
E tu lo sai,
ma un giorno,
ormai privo di tutti i tempi,
davanti al banco dei colpevoli
in attesa di verdetto,
sarò con te,
e mi dovrai guardare,
negli occhi,
secchi cristalli di ghiaccio,
visibili ormai
sul volto della mia anima.
Mi guarderai
attraverso grate di nebbia,
dove nessuno dei tuoi angeli
ti prenderà per mano
e il tuo sorriso,
amaro di fiele,
incollato sulla faccia di cartone,
svanirà,
mentre confessi a voce alta
la verità del nostro temporale,
così che scoprirai la tua stoltezza.
Fuori corrono
nuvole grigie
in un cielo senza riflessi,
come puledri nervosi
allo steccato.
Nella stanza
c'è silenzio
e staticità dell'essere,
sguardo nel vuoto,
nausea,
poi, tiranna,
disegna tracce
la memoria.
Piove,
rompono il silenzio
frange trasparenti,
come lacrime
di angeli insoddisfatti,
ali bagnate
non trovano riparo,
volano senza sosta,
ancora vive nell'illusione
di trovare dove poggiarsi.
Malevolo il vento
che distrutto il nido,
ha dispersa la fiducia,
lasciando solo il ricordo
di piume ancora calde.
Quel giorno,
non ancora troppo lontano
per non sentirne il peso,
ero davvero te,
mentre tuo figlio mi parlava.
Mistero della mente,
guardavo con i tuoi occhi il piatto,
e assaporava il cibo la tua bocca,
un brivido,
per un attimo
ero te,
mi sentivo te,
seduta al tuo posto vuoto.
Reclamavi la tua sedia,
o da dentro me
volevi abbracciarmi l'anima?
Profumavi di forza,
profumavi di lealtà, di fierezza
e il tuo sguardo mai era abbassato.
Quel giorno, mamma,
mi hai lasciato addosso
il tuo profumo.
Prima di cadere
ad abbracciare la terra,
regalano colori
foglie senza linfa,
come ultimo saluto
per farsi ricordare
e il pittore
ne carpisce il tono
per dipingere l'autunno.
Si donano
come veste sacrificale
a proseguire il ciclo,
saranno nutrimento
e coperta per il gelo,
così che nuove gemme
nasceranno a primavera
e il poeta
ne carpisce il senso
per dipingere con i versi
l'autunno della vita.
Ancora brucia addosso
il sole alto d'Ottobre,
ipnotico e ingannevole,
ha un calore che avvolge
come stretta di amante,
come tepore di carezza sulla pelle,
e il mare,
il mare, fluido compagno,
è surrogato di un letto di passione.
Lo scoglio mi tiene,
preclude ogni pensiero,
mi plasma,
in simbiosi con i suoni,
e i colori,
e la voce dell'acqua
e il caldo del suo corpo,
fatto di roccia salmastra.
Lo scoglio mi culla,
mi parla,
mi canta una nenia,
fin tanto che gli occhi
si concedono al sonno.
E sogno di te,
improbabile presenza.
Anima ribelle
urti continuamente oltre la cruna dell'ago
le ferite sanguinano
ma te ne freghi continui a non demordere
lacerandoti l'anima
quella ribelle che si ostina a credere enormemente
all'esistenza di ciò che fa tanto male
il sentimento umano che ci abbruttisce e ci avvelena
fin a ridurci sofferenti e inutili
in questa realtà che potrebbe essere ricca di luce e vero amore.
Ora che sei lontano
che non trovo più lo sguardo tuo
nel freddo che hai lasciato dentro me
cerco tepore nell'abbraccio di un ricordo.
Lascio correre le ore,
pesanti come pietre
taglienti come lame
mi guardo allo specchio
e accarezzo il tatuaggio del tuo nome.
Bacio la tua foto
e mi allontano,
l'urlo del nulla nel cuore.
Conto questi miei passi stanchi...
mi manchi.