Scritta da: Michele Gentile
Più nulla
Del silenzio il fiore
tra onde d'argento sbocciò.
Lacrima d'enotera.
Composta domenica 11 agosto 2013
Del silenzio il fiore
tra onde d'argento sbocciò.
Lacrima d'enotera.
Mi trattengo un po'
sulla riva di questo atipico dolore.
Per ignorare ancora
mille altri modi di vivere
e tramutare in conquista
ogni lacrima precipitata sulle mie rose.
Meschini afflati, vili, sordidi banchetti
abbiamo consumato
a riparo dai giorni di festa.
Mi congratulo con la vostra perseveranza,
deboli vi ha reso ai miei occhi,
ha colmato i calici
e tutti, ora, brindano
al guscio del nuovo nato.
In fila prendiamo il numero dell'ipocrisia,
facciamo numeri da saltimbanco
tra un guaio ed una guarigione
seminando giorni estinti
sulla riva di questa
atipica allegria.
Evanescenti stagioni
frutti caduti da un Tempo
avaro d'arpeggi.
Caducità del giorno
nel solenne incontro
con apolidi mari
trascina con sé
diafane radici,
vorticando appena
sui porti dell'Assenza.
È melodia
Amico mio.
A noi la burrasca
che ora torreggia impavida
dalle vette del ricordo.
E'il mestiere della vela
Amico mio.
A noi il lamento
di un vento indecente.
Saldo il timone,
impugna il sole che sorge
lasciati cullare ora
dal volo di queste carezze.
Ho veduto il cielo tingersi
di mare e di lavanda,
ho sentito tremare le mani
mentre imploravano la speranza.
Lei, colei a cui appartengo
tornava da me.
Non credo sia la cosa giusta
non è mica colpa sua
se ti ostini ad andare in crociera.
Qui si naviga a vista,
la fede imbarca acqua e
loro non sanno nuotare.
Ma poi... Maria,
non credere che non sia
possibile inventare
nuovi vizi a colazione,
è dal principio che siamo alla frutta!
Cosa ne sa un figlio del proprio cuore
se guarda più al futuro
che al trapassato?
Tuttavia
per Maria,
scattiamo qualche foto.
Croce e delizia tra quelle dune
troppa sabbia negli occhi;
in comunione solo un'immensa solitudine.
Comunque lo sa Maria,
il Capitano ha segnalato l'avaria,
è perfettamente inutile continuare a piangere.
Di scialuppe ne vedo poche...
conviene tuffarsi in mare,
senza gabbiani e senza rotte
terra... è una bugia
che non può più raccontare.
Ho preferito ali d'Icaro
ai passi del grano
imparando la danza degli inverni
solo per abbandonare gli dei.
Così
se piango per te
è colpa della luna
della sua tristezza.
Vuole scrivermi
lettere discrete
da nascondere
allo sguardo dei sapienti.
E' colpa del vento
che riesce a trovarmi
quando smarrisco
la strada di casa
per soddisfare
i piaceri della ragione.
Se piango per te,
Madre mia,
è per questi mari
che riposano
soli
nei versi dei poeti
illudendosi
d'esser ancora vivi.
Una pietra nello stagno
tremolio di ricordi.
È già primavera.
Semi di luna
gettati tra le onde,
sbocciano sogni.
Dimenticarsi.
La strada è deserta
acqua che scorre.
Sventurata terra mia
non basta la sera quando
sboccia l'oblio.
Non ha fine il crudele duello,
un midollo di spine
ci porterà a tradire
il tempo che rimane.
Voglio raccontare
un fremito
di furibonda luna,
dimenticato per sempre,
spazzato via dalla carne.
Disperati noi dimoriamo
il tormento
che ci ha risparmiati;
in questo ventre
di nuove liturgie
non esistiamo,
dai giorni
che lenti si consumano
affiora solo la pietra.