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Le migliori poesie di Maria Rosa Zangari

Nato domenica 31 ottobre 1971 (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi e in Racconti.

Scritta da: Rosetta.Z

Perché tu mi possa sentire

"... quando costretta con un sorriso,
a guardare il suo viso,
per non fargli capire
quanto le sue spine mi fanno soffrire..."

Me ne sto in silenzio
perché tu mi possa sentire,
e saprai ascoltare,
anche quello che non so dire,
e senza che io debba parlare.

Vile può sembrare il mio dolore
che si nasconde per non mostrarsi fuori,
dietro coriandoli di colori.
Ma ha più importanza ora la sua allegria
che la mia tacita vigliaccheria.

Gli occhi innalzati al cielo
mostrano ciò che è il vero
raccogli le mie lacrime e toglimi questo velo,
che copre sul mio viso
la paura di perderla all'improvviso.
Tramuta il mio dolore
in giorni ancora insieme al suo amore
e guarisci cosi il mio triste cuore.
Maria Rosa Zangari
Composta venerdì 22 gennaio 2016
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    Scritta da: Rosetta.Z

    Filastrocca d'autunno

    Zitto zitto fa capolino
    con il sole pigro al mattino
    che fa l'occhietto da lassù
    all'estate che non c'è piu.

    È l'autunno che è arrivato
    di, rosso e giallo si è vestito
    la natura ha già spogliato
    per far il suo manto colorato.

    Esso è tanto laborioso
    ora è lui che comanda
    niente più gelato e panna
    ma pan di noci e castagna
    sembra quasi dispettoso
    quando a scuola tutti manda.

    Ma non sempre è capriccioso
    e di feste è generoso
    ad ottobre giorno in festa c'è ne uno,
    con halloween il trentuno,
    tra paure ed allegrie
    con la zucca per le vie
    con le maschere a far i furbetti
    con dolcetti e scherzetti.
    Ma al freddo si prepara
    e a novembre mette i guanti
    già a la festa di ogni santi.

    E per chi vuole ancor brindare
    e alla sera canticchiare
    con gli amici e nuovo vino
    c'è la festa di san martino.

    Per qualche tempo ancor gli dona
    sulla testa la corona
    al suo amico inverno la dovrà lasciare
    un po' prima di Natale.
    L'autunno è già inoltrato
    e tra un po' sarà tutto imbabbuccato.
    Maria Rosa Zangari
    Composta martedì 10 ottobre 2017
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      Scritta da: Rosetta.Z

      Ti racconto le mie stagioni

      Osservo il tuo volto, solcato ormai,
      dai segni del tempo,
      e rivivo in te la mia vita che sembra volata via
      come un soffio di vento.
      In ogni tua ruga rivedo le mie passate stagioni cercando in esse, motivate ragioni,
      dell'esser qui, ora, in questo istante,
      con lo stesso pensiero di allora
      di guardare sempre avanti.

      Mi appare breve la mia Primavera, così dolce
      spensierata e serena,
      dove il sole era tiepido e l'aria ancor leggera.
      E bastava un tuo sorriso
      ad asciugare le lacrime sul mio viso.

      Ingenui pensieri regalavo al vento
      A piedi scalzi i miei passi, correvano incontro al tempo
      sui prati fioriti, dai nitidi colori,
      Aspettando l'arrivo della nuova stagione.

      Risento il calore ancora addosso
      della tua mano che mi stringeva piano,
      portandomi sulle vie del tuo percorso,
      non era mai abbastanza stretta,
      in quel mondo senza tempo e senza fretta.

      Ecco! l'alba è ormai passata.
      la primavera se ne è appena andata,
      comincia così una nuova giornata,
      è la mia estate che è già arrivata.
      Ricordo la sua entrata con un cielo terso
      mi appariva così grande, così immenso,
      riuscivo a scorgere al di là del suo azzurro
      tutto quanto l'universo.
      Il sole, non più tiepido, riscalda il mio cuore.
      Sono giorni d'estate, i miei giorni migliori.

      Colorate fantasie che regalavo al vento
      lasciano il posto ai sogni che viaggiano lontano
      non mi accorgo neanche in qual momento
      Tu lasciavi andare piano la mia mano

      Ora i prati non mi appaiono soltanto fioriti
      ma sembrano ai miei occhi perfino dorati,
      ci cammino in mezzo, e penso,
      che siano i più belli che abbia mai incontrati.

      Il sentiero mi porta su un lungo viale,
      al mattino l'aria è fresca, sono ore soavi,
      fiori d'arancio e musica per danzare
      di petali di rose le vie cosparse
      e candidi gigli a guidare i miei passi.
      Forte e possente è la mia ragione
      Sembra non abbia alcun ché di dubbio
      in questa giovane mia stagione,
      che avanza intrepida e senza indugio,
      e non si accorge che ormai da ore,
      lassù in alto c'e il sol leone.

      Non sono neanche a metà del mio cammino
      Nell'inseguire il mio destino.
      In vari luoghi io sono già stata
      a questo punto della giornata,
      lasciando in ognuno di essi un mio pensiero
      di tanta paura ma altresì desiderio.
      ma senza distrarmi mai dal mio sentiero,
      cercavo in loro un buon riparo,
      pagando un sorso d'acqua, un prezzo assai caro.

      Ora Il caldo si fa sentire,
      sembra quasi che io non lo possa sopportare,
      penso ogni tanto che mi vorrei riposare.
      ma vedo te davanti a me, mi guardi,
      e non dici nulla,
      ma i tuoi silenzi per me, sono urla.
      gridono indietro non si può più tornare.

      Ecco! In quel momento capisco ogni cosa!
      Anche tu eri stata una giovane rosa,
      che il caldo torrido più volte ha piegata,
      ma forte e leale, non si è mai spezzata,
      aspettando ogni volta un nuovo mattino,
      che con la sua rugiada ti avrebbe rialzata.

      Ora Tutto traspare, e tutto mi è reale,
      non posso esimermi dal camminare,
      c'è il mio futuro
      che mi sta ad osservare.
      Noo! Non mi posso fermare.

      Riprendo il Cammino! Le ore non sono tutte uguali!
      Al caldo afoso si alternano, brezze di vento profumato
      che asciugano subito il mio viso, tanto sudato.

      Lungo la via, mi guardo a sinistra e a destra
      vivo ore diverse, qualcuna più triste e qualcun'altra di festa.
      Percorro il viale e guardo l'orizzonte,
      Il sole è ancora alto ma non tarderà a tramontare,
      tante sono le cose che vorrei fare
      prima che la mia giornata finisca,
      allungo il passo, ti lascio un po' in dietro,
      ancora un po', poi ti perdo di vista.

      Ad un tratto di strada è cambiata già l'aria,
      cambiano i colori lungo il viale,
      ora il mio passo comincia a rallentare
      sono già a metà dell'anno,
      il caldo mi ha reso stanca, è ho un po' di affanno.

      Mi guardo intorno, tra gli alberi che si cominciano a spogliare,
      sono all'imbrunir del giorno,
      e mi accorgo che l'autunno sta per arrivare.

      Or non posso dir di esso di com'è che è andato
      perché non ne conosco ancor di lui il fato,
      ma voglio immaginare, i suoi prati, in morbido velluto,
      dove il mio passo possa scivolar leggero,
      in questa stagione che non ho ancor vissuto.

      Vorrei poter di esso gustarne i suoi sapori,
      e respirare a fondo i suoi soavi odori.
      poter goder del fascino dei suoi incantati colori.
      ammirar la sua natura che si prepara a mutare.

      Vorrei che lui mi mostrasse
      ogni sogno realizzato, di chi sul lungo viale,
      dal mio seno è nato.
      Che mi facesse cogliere ciò che di buono è stato seminato.
      Dividerlo con chi sul mio cammino, c'è sempre stato.
      .
      Magnifico sarebbe poter conoscere,
      chi porterà nel ventre, per poterlo amare,
      sentir le liete melodie,
      di nuova vita, che sta per cominciare.
      e ancora vorrei tornare ad ascoltare,
      la voce dell'eco, della mia gente,
      che ritorna fiera, dalla montagna al mare.

      Ecco! Questo è tutto ciò che io ho immaginato,
      del mio autunno che è appena iniziato,
      così che alla fine di esso, io possa andare,
      con le più belle meraviglie da raccontare.
      Arrivare poi a sera del mio giorno,
      con il calore dei bei ricordi,
      che mi faranno da coperta e mi sapranno scaldare.
      per non sentir così il freddo del mio inverno
      Che tacito e silenzioso mi verrà a trovare.

      Da lui con un sorriso io mi farò abbracciare,
      per lasciarmi serenamente accompagnare,
      fino alla fine del mio lungo viale.
      Dove ritroverò te, Mamma, ancora lì ad aspettare,
      Con il cuor leggero, fiera di me,
      per aver vissuto la mia vita percorrendo il mio sentiero,
      guardando sempre avanti senza mai lasciarmi andare.
      Così ché le mie stagioni, ti possa finire di raccontare.
      Maria Rosa Zangari
      Composta lunedì 8 febbraio 2016
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        Scritta da: Rosetta.Z

        Remare per non cadere

        Alzo lo sguardo nel cielo notturno
        in cerca di stelle o della luna
        ma non brilla più niente lassù...
        anche il sole di giorno,
        si nasconde e si oscura.
        È tutto spento in questo momento
        il firmamento.
        C'è una "piccola barca" che vorrebbe navigare
        ormai da tempo, in cerca di orizzonti migliori.
        Ma il cielo è in tempesta
        Il vento gli soffia contro,
        l'oscurità la sta per sopraffare,
        la nebbia intorno è così fitta
        che sembra quasi la voglia soffocare.
        onde giganti sono pronte a trascinare
        questo veliero giù in fondo al mare.
        Quattro marinai intenti ad ormeggiare,
        remano essi,
        pur non sapendo dove andare
        "Remare per non cadere"
        Perché ahimè sarebbe la fine
        per chi di loro non sa nuotare.
        La tempesta è forte,
        ma sperano che li lasci andare
        e senza arrendersi mai
        continuano a remare
        aspettando "la luce dell'alba" che dovrà
        prima o poi arrivare.
        E questo "mare agitato" si dovrà pur calmare.
        Maria Rosa Zangari
        Composta domenica 2 luglio 2017
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          Scritta da: Rosetta.Z

          L'albero

          C'era una volta un albero, pieno di tanti frutti,
          erano così buoni, che facevano gola a tutti.
          Tanti gli uccelli, che posarono su di lui per mangiarli,
          contento l'albero di saziarli.

          Ma un giorno, un vento improvviso, su di lui soffiò
          e via con sé, tutti i frutti dell'albero, si portò.
          Da allora l'albero non ebbe più niente, agli uccelli da dare.
          Così essi, volarono via, senza nulla dire,
          per posarsi su nuovi rami, a cantar le pene,
          dell'albero ormai spoglio del suo bene.

          Lunghi inverni, sul grande albero son già passati,
          e mai più quegli uccelli, da lui son tornati.
          Nel suo sconforto, lo hanno lasciato solo,
          e del loro canto, non gli fecero più dono.
          L'albero da quegli uccelli è stato ormai abbandonato,
          pensavano, che mai più frutti, esso avrebbe dato.

          Ma un giorno il sole filtrò tra i suoi rami,
          e vide che accanto a lui, crescevano dei fiori.
          Si abbassò ancora un po' per meglio vedere,
          e si accorse, che i fiori davano all'albero da bere.

          Aspettò ancora un po' nel farsi vedere
          per poter bene quei fiori osservare, e meglio capire,
          ma non tardò che il sole,
          la sua meraviglia, non nascose dal dire,
          parlate o fiori ditemi che fate,
          perché, sotto quest'albero arido, voi ancora sbocciate?
          E il grande freddo, non vi ha toccati?

          Dal gelido prato una voce, rispose:
          caro mio sole, or tu fai presto a parlare
          giacché è tanto tempo, che non passi di qui a salutare
          del lungo inverno, ne portiamo anche noi i dolori.
          E abbiamo tanto sofferto, ma senza, fare rumore.

          Il forte freddo, la nostra bocca ha dovuto tacere.
          Per non dare a quest'albero, ancor più, dispiacere.
          Egli non è sempre stato, come adesso appare.
          Grande e maestoso, era il suo fusto,
          ed è sempre stato, un albero giusto.

          E noi grande sole sempre qui, siamo stati.
          Da che l'abbiamo conosciuto quest'albero,
          non ce ne siamo mai andati.

          Con le sue foglie lui ci ha vestito
          e con i sui semi lui ci ha nutrito.
          E i suoi rami, un tempo forti, ci hanno abbracciato.
          Dalla pioggia e dal vento, ci han riparato.

          Radioso sole tu ora sai
          perché accanto a quest'albero, noi vogliamo stare.
          L'amor, che abbiam per lui è tale,
          che mai potremmo lasciarlo andare.

          Perciò mio sole non esser stupito
          se al grande gelo, non abbiam desistito
          e col sorriso, il suo tronco abbiamo abbellito.

          Or tocca a noi le sue pene curare,
          perché lui possa tornare a sperare.
          Per tutti gli inverni noi ti abbiam cercato

          or che finalmente tu da qui sei passato
          tu non fermarti, il suo aspetto, a guardare.
          La sua corteccia tu ora vedi seccare
          ma se appoggiassi il tuo orecchio, ad ascoltare,
          sentiresti che dentro il suo tronco, inaridito
          ancor gli batte un cuore ambito.

          Se i tuoi raggi lo verrebbero nuovamente a scaldare.
          Vedresti anche tu, quanto ancora quest'albero.
          È capace di dare.

          Allora il sole a sentir quelle parole, tanto si commosse,
          e avvicinandosi all'albero così a lui si rivolse.
          Oh! Vecchio mio!
          Tu sei un albero fortunato!
          Or, che ho sentito di questi fiori le loro ragioni,
          io a te darò un'altra occasione.

          Allora il sole illuminò i suoi rami
          e lo cominciò di nuovo a scaldare,
          e come d'incanto ricominciò a germogliare,
          e il prato intorno a lui riprese a fiorire
          abbagliando gli uccelli che da lontano lo stavan a guardare.
          Dei più bei frutti l'ha rivestito
          ripagandolo del gelido freddo a
          cui ha resistito.

          Or degli uccelli l'albero ne aspettava il ritorno.
          Per mostrar loro il suo nuovo risveglio.
          E cantar lui ora, con tanto orgoglio,
          non ero morto ero solo appassito,
          perché nel mio animo ero stato ferito.

          Il grande albero dal sole è stato graziato.
          Per tutto il calore, che i suoi rami,
          nel tempo hanno dato.

          L'albero di tutto ciò
          ne rimase sbalordito, ma ancora un po' turbato,
          chiese al sole, dov'era stato
          in quel lungo inverno, in cui esso sembrava perduto
          sperando ogni giorno che i suoi raggi venissero in suo aiuto.

          Ma il sole rispose
          tu sai che della terra io ne sono il capo
          e faticoso è il mio da fare
          tante sono le creature che devo scaldare
          da un luogo all'altro mi devo spostare
          il tempo che mi addormento
          mi devo presto svegliare
          però caro amico
          sempre lassù, io sono stato
          mi ero, solo un attimo assopito.

          Ma non ero del tutto assonnato
          e tutto il tuo dolore ho sentito
          e tutta l'angoscia dei fiori ho ascoltato.
          Loro la tua sventura mi han poi raccontato.
          Ma da lassù su di te, ho sempre vigilato.
          I miei raggi ti hanno sempre continuato a scaldare
          ma eri così in balia del tuo triste fato
          che il mio calore non potevi sentire.

          Avevi troppo freddo, per poter capire.
          Che mentre la furia della tempesta su di te si abbatteva,
          il mio arcobaleno al tuo fianco nasceva.

          A venire da te, ho un po' tardato, ma non ti ho mai abbandonato.
          A me, quel tempo ormai passato, mi è bastato.
          Per saper di te chi sei, e chi eri stato.

          Ma soprattutto a te stesso, è molto servito
          per capire veramente chi ti era amico.
          Tu hai conosciuto il cuor, che con te era sincero.
          Chi diceva di amarti, e chi invece ti ha amato davvero.
          Come vedi ora io son tornato
          e tutto il bosco saprà che sei rinato
          perché ora so, che grande albero sei stato.
          E che del sole non si debba mai dire:
          che una amicizia abbia mai potuto tradire.

          Or dei tuoi frutti ne terrai cura
          per non sfidare di nuovo la natura,
          lascerai andare, solo quelli, che io sole farò cadere,
          per nutrire la terra, che sta sotto i tuoi piedi

          or dimmi albero ancora una cosa
          chi eran quei fiori che per te mi han cercato
          e che ti hanno, così ben curato
          quando tu eri tanto ammalato?
          E di chi eran, le voci, che con me han parlato, in mezzo a quel prato?

          L'albero, ancor da quel risveglio, un po' intontito
          al sole rispose
          mio caro amico, mi meraviglia che tu già, non l'abbia capito.
          La voce del fiore, che tu hai sentito,
          è di una rosa!
          Ed essa, mio sole è la mia sposa.
          E i fiori che accanto a me, così alti e belli!
          Curavan le mie ferite
          eran due gigli,
          e essi sono i nostri figli.

          Allora il sole, fece un sorriso compiaciuto,
          e disse all'albero, io, l'ho sempre saputo!
          Volevo ancora, per un momento
          vedere se tu, ne eri stato attento.

          Abbine cura di questi tuoi fiori
          affinché nel tempo, mai a causa tua essi debban appassire
          nuovi semi da loro nasceranno.
          Che il tuo tronco per sempre abbelliranno
          e altri uccelli su di te poseranno
          che col loro canto i tuoi giorni allieteranno.

          E della tua rosa
          io di lei ne conosco il nome
          non c'è fiore, che si possa dire,
          più degno di stile
          di come con grazia, ed eleganza, sa portare le sue spine.

          Amico albero anche di te io ne so il nome
          tra gli alberi di pino tu ne porti gli onori
          indossi i tuoi aghi da gran signore.
          Anche quand'essi ti danno dolore.

          Nessun rimpianto avrai, per gli uccelli andati
          essi con te, sono stati ingrati
          ma anche per loro madre natura
          avrà in serbo la loro avventura.

          Da quel giorno che l'albero e il sole si son chiariti
          per sempre son rimasti dei grandi amici.

          Quel sole era Dio
          e quell'albero sono io.
          Maria Rosa Zangari
          Composta mercoledì 12 agosto 2015
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            Scritta da: Rosetta.Z

            L'inquietudine

            All'improvviso e con indole molesta,
            a indispettire il mio animo un po' assopito,
            l'inquietudine ad apparir si appresta
            ad alzar del vento in un giorno quieto.

            Crudele mi mostra il mondo di ieri,
            rapisce il mio oggi, con i suoi pensieri.
            La scaccio con forza per non dover guardare le immagini distorte che mi vuole mostrare,
            che già conosco ma non voglio vedere.

            Troppo il peso, che dovrei sostenere,
            se da essa mi facessi raggirare.
            Parla al mio viso senza vergogna
            e soffoca il mio sorriso nella sua gogna.

            Ella mi parla ma è ladra e nemica
            perché ruba il tempo e i colori, della mia vita.
            Insiste nel dirmi che la dovrei ascoltare
            ma se lo facessi, farebbe scempio del mio domani.

            Lungi da me inquietudine infame,
            porta con te l'angoscia, per mai più ritornare
            lascia il tuo posto a liete giornate
            che non hanno rimpianti per le cose ormai andate.

            Di sogni e speranze, mi voglio vestire
            guardar le stelle senza stanchi sospiri
            rivedere il cielo tornar sereno
            e ammirare ancora il suo arcobaleno.

            Sorridere di nuovo al mondo intero
            senza mai più dover lottare,
            felice di non dover più,
            il mio cuore ingannare.
            Maria Rosa Zangari
            Composta lunedì 31 ottobre 2016
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