Ogni sera vengo a trovarti nella tua casa di marmo

A calci in bocca
lo prendo il tuo parlare,
con il coraggio dovuto a non so che,
o forse si.
E quando ho fatto
lo confesso a me,
e mi perdono
perché tappandoti la bocca
ho fermato il tuo bestemmiare,
perché in bocca a te
anche il buongiorno diventa offesa.
E stasera verrò di nuovo a cercarti,
con le mie scarpe in piedi,
quelle per picchiare,
ed il crocifisso in tasca
per potermi
subito dopo confessare.
Alexandre Cuissardes
Composta mercoledì 28 agosto 2013
Vota la poesia: Commenta

    il futuro raccontato cantando

    Ha nella tasca due occhi di pantera
    portafortuna vinti al non so cosa.
    Gira per strada con i veli colorati,
    canta il futuro a chi la guarda fissa.
    Ruba il perduto lasciato in giro
    da chi è smarrito
    ed ha smarrito.
    Consuma ogni giorno lo stesso pasto,
    pane di carta che esce dal forno malato,
    spezzato caldo ed alzato al cielo,
    comunione pagana
    senza cerimonie
    per ingraziarsi i suoi dei consiglieri.
    E dopo il pane lo stesso rito
    tiepido vino
    in coppa grande,
    bevuto da sola
    nel giardino degli adulti.
    E lì
    seduta aspetta la sera
    statua di veli
    sulla panchina di marmo,
    la sola maga che non è lì per caso.
    Alexandre Cuissardes
    Composta mercoledì 28 agosto 2013
    Vota la poesia: Commenta

      io sperduto

      Ho gli occhi aperti anche stanotte
      intanto piove forte
      e tira il vento,
      in questo temporale.
      Ha tardato,
      forse aveva preso il treno
      o si sarà perduto per burocrazia,
      ed è arrivato il 25 agosto.
      Discuteranno presto in parlamento
      se definirlo ultimo temporale di agosto
      o unico di agosto
      o primo dell'autunno.
      Le opposizioni annunciano battaglia.
      Alexandre Cuissardes
      Composta lunedì 26 agosto 2013
      Vota la poesia: Commenta

        Chi non si è mai mosso da qui

        Una pubblicità sbiadita
        mi ricorda come stavamo bene
        quando eravamo poveri.
        Io non sono d'accordo,
        sono ingiustamente povero
        ed ingiustamente infelice.
        Quella pubblicità
        la strapperei dalla parete,
        se ci fosse,
        la graffierei se avessi unghie.
        La ignorerei se fossi ricco.
        Mi fa più male di quanta non ne faccia
        a un benpensante
        il manifesto di una donna nuda
        per vendere mutande e reggiseno.
        O forse è un malpensante.
        Nel corridoio
        la solita coppia di amanti
        cerca il fotografo discreto
        per farsi foto nudi,
        ma la porta dello studio è murata da anni.
        Contro gli intrusi
        e gli astrusi,
        troppi.
        Neppure il cartello
        -non torno più-
        li convince,
        ripasseranno,
        chiederanno di nuovo
        -ma dove è andato, ma quando torna? -
        Il giovane magistrato
        che gioca a morra cinese con la mia mano
        mi ha dato il suo numero privato,
        di me si fida,
        lo faccio vincere sempre.
        Della giustizia forse ancora non si fida,
        ma non si pronuncia.
        Un ben informato gli ha detto che è in aria di carriera,
        è – all'occhio di qualcuno-.
        Il potente del momento lo chiamerà per conoscerlo,
        se gli durerà abbastanza il momento,
        altrimenti lo chiamerà il nuovo potente,
        si rubano sempre le agende
        con i numeri importanti.
        In fondo al corridoio
        comincia il primo piano.
        Sull'unico campanello
        c'è il nome di una persona nuova,
        è scritto a matita
        ed in fretta,
        un nome da povero,
        starà qui poco,
        un nuovo inquilino di passaggio,
        certo straniero,
        come è straniero
        chiunque sia nato a più di cento metri da te,
        lo dice la legge,
        quella del condominio stato.
        Salgo ai piani di sopra
        per il mio bisogno d'aria
        e di panorama,
        di puzzo d'altura.
        Ma dal secondo piano
        con oggi
        finisce il palazzo.
        All'insaputa di tutti
        hanno demolito per mancanza di inquilini,
        ed hanno chiuso l'aria
        tolto la luce,
        disdetto il contratto con la – cielo energia spa. -
        Respiro a fatica,
        un'altra fatica.
        Sono in piedi da ore.
        Anche oggi il potere si è fatto sentire,
        giusto per far sapere che c'è.
        Anch'io
        ho diritto di essere messo al corrente del niente.
        Ma il popolo degli altri,
        non quello dei miei,
        passa ormai il suo tempo
        solo per arrivare a fine giornata
        e dire che anche stasera è vivo
        e fare - tiè – con la bocca
        mentre si sente il rumore della mano destra
        che batte sull'avambraccio sinistro teso.
        I più prudenti aggiungono un
        -per oggi-
        perché non si sa mai.
        Intanto dai mucchi di sassi dei piani tagliati
        lasciati in attesa del loro funerale
        spunta il piede di un - rimasto sotto-
        Riconosco la scarpa
        era l'inquilino moroso dell'ultimo piano
        viveva sul tetto,
        ha fatto la fine cercata.
        Va bene così.
        Il mio amico giudice non può fare niente per lui
        ne per me,
        ma fa molto per se.
        Dovrò stare attento
        nel giocare a morra cinese con lui
        a fare il gesto del sasso.
        Alexandre Cuissardes
        Composta lunedì 26 agosto 2013
        Vota la poesia: Commenta
          Questo sito contribuisce alla audience di