Una pietra nello stagno
tremolio di ricordi.
È già primavera.
Composta lunedì 16 febbraio 2015
Una pietra nello stagno
tremolio di ricordi.
È già primavera.
L'assenza tua
sa quanto mi manchi
la strada di ieri.
Nei vasti cieli infranti
piovuti sulle acque della memoria
scorgo il dolce ritorno
di un battito d'ali.
Sei uscita di casa
frettolosamente
senza scendere a patti.
Hanno chiesto
di te
in tanti;
sguardi
labbra
promesse
il ferro da stiro,
persino l'inquilina
del piano di sopra.
Credo di averti amata
frettolosamente
senza scendere
nei particolari.
Severi silenzi
sonori.
Intere distese
di croci
laconico addio,
fugaci.
Care, vetuste ombre
volgo alla sacra Vetta
e urlo alle memorie
un antico idioma.
Possa questo sguardo
trovar pace,
dissetarsi, comprendere
fiori di mare.
Distante dal cuore
il selvaggio cardo
ebbro di altari
muore tra le mie dita;
è ancora giorno.
Pensando al senso profondo della poesia,
alla dolcezza
alla malinconia,
al dolore e alla felicità di comporre versi,
provo ad immaginare una porta che si apre
una casa che mi accoglie
sorridendo tra l'odore acre di una sigaretta
e il frusciare di fogli bianchi da riempire
con la bellezza di un nome.
Quella porta, quella casa, quel nome
Alda Merini.
Immagino una vita vissuta in pieno
con tutte le tonalità e le sfumature possibili,
con la consapevolezza di esserci e darsi
con una finestra spalancata sul bene
e il sapore di fogli bianchi da incidere con lo stupore di un nome.
Quella vita, quella consapevolezza, quel nome
Alda Merini.
Nessun titolo di coda, parole senza confini
fanno rotta verso un mare di poesia.
Le vele sono rime
il vento mi spinge a largo
per trovare il giusto equilibrio
tra pace e tempesta.
Getto l'ancora in queste acque
mi faccio cullare dalle onde del tramonto,
vedo isole che mi accarezzano la pelle.
La notte avanza e il faro dalla scogliera porta in salvo il mio cuore.
Quelle onde, quelle isole, quel faro
Alda Merini.
Infinite strade
e luoghi
e voci
mi allontanano
e mi riportano a te.
Schiuma scintille di suono
una brace
agonizza,
si dimena, sulla cupa terra.
Sacrificio di fresca resina
sangue d'Autunno,
voce di cenere richiama
algide labbra.
Così termina
così si spegne l'ultimo ricordo.
Amo perdermi nella natura,
riscoprirne ogni volta
il significato più profondo
della sua bellezza.
Non giudica,
non condanna
parla di libertà e amore
con parole semplici,
si accontenta di sguardi fugaci.
È la cattedra di Keating
la mano che orienta le mie scelte.
Mi commuove il suo abbraccio.
La sua voce
mi convince
di avere ancora
qualcosa in comune
con questo mondo.
La sua voce
è nobile tempesta
di pace
sulla mia pelle di viandante.
Chiesi aiuto
la quiete intorno
suggeriva l'impossibile.
Il solito crinale
la solita finestra,
un uomo già piccolo
sulle spalle del mattino.
Del cammino che mi ha lasciato tornare
apprezzo la cinica, lucida
esposizione dei fatti.
Una mia parodia in scena
appetibile tragedia
si consumava
alla luce del sole.
Immune al domani
divenni impalpabile,
necessario.
Erede al trono
di una fine negata,
raccolto di sterili regioni
sono in pace con le mie catene.
Erano giorni disperati,
comprati a poco prezzo
da un padre che non aveva null'altro da offrire.
La rabbia mi ha salvato
non mi ha reso migliore,
mi ha semplicemente salvato
e oggi, a chi si arrende
a chi crede ancora alla morte
e se la fa amica
quando non ha più niente da scrivere
nessun ballo da fare,
auguro quella stessa,
preziosa,
fedele,
mamma rabbia.