Le migliori poesie inserite da Elisabetta

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Scritta da: Elisabetta

L'onestà de mi' nonna

Quanno che nonna mia pijò marito
nun fece mica come tante e tante
che doppo un po' se troveno l'amante...
Lei, in cinquant'anni, nu' l'ha mai tradito!

Dice che un giorno un vecchio impreciuttito
che je voleva fa' lo spasimante
je disse: - V'arigalo 'sto brillante
se venite a pijavvelo in un sito. -

Un'antra, ar posto suo, come succede,
j'avrebbe detto subbito: - So' pronta.
Ma nonna, ch'era onesta, nun ciagnede;

anzi je disse: - Stattene lontano... -
Tanto ch'adesso, quanno l'aricconta,
ancora ce se mozzica le mano!
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    Scritta da: Elisabetta

    La sigaretta

    È lei che non mi fa sentire sola,
    è lei che scandisce il tempo quando sono in compagnia,
    è lei che mi fa impazzire se non mi è vicina,
    è lei che mi fa uscire anche di notte,
    è lei la colpa dei miei malanni,
    è lei che lascia un odore penetrante,
    è lei che arde e mi consuma lentamente,
    è lei che vincola la scelta dei locali pubblici,
    è lei la causa di tante vittime,
    è lei che mi rende schiava,
    è lei che mi fa scrivere questo.
    Allora mi domando,
    come faccio a venerarla?
    Eppure è così una specie di amore,
    e l'amore è sempre irrazionale.
    Composta sabato 29 agosto 2009
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      Scritta da: Elisabetta

      Questione di pelle

      -Che cane buffo! E dove l' hai trovato? -
      Er vecchio me rispose: - é brutto assai,
      ma nun me lascia mai: s' é affezzionato.
      L' unica compagnia che m' é rimasta,
      fra tanti amichi, é ' sto lupetto nero:
      nun é de razza, é vero,
      ma m' é fedele e basta.
      Io nun faccio questioni de colore:
      l' azzioni bone e belle
      vengheno su dar core
      sotto qualunque pelle.
      Composta sabato 4 dicembre 2010
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        Scritta da: Elisabetta

        La mosca invidiosa

        La Mosca era gelosa Dio sa come
        d'una Farfalla piena de colori.
        - Tu - je diceva - te sei fatta un nome
        perché te la svolazzi tra li fiori:
        ma ogni vorta che vedo l'ale tue
        cò tutto quer velluto e quer ricamo
        nun me posso scordà quann'eravamo
        poveri verminetti tutt'e due...
        - Già - disse la Farfalla - ma bisogna
        che t'aricordi pure un'antra cosa:
        io nacqui tra le foje d'una rosa
        e tu su'na carogna.
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          Scritta da: Elisabetta

          Il girotondo delle maschere

          È Gianduia torinese
          Meneghino milanese.
          Vien da Bergamo Arlecchino
          Stenterello è fiorentino.
          Veneziano è Pantalone,
          con l'allegra Colombina.
          Di Bologna Balanzone,
          con il furbo Fagiolino.
          Vien da Roma Rugantino:
          Pur romano è Meo Patacca.
          Siciliano Peppenappa,
          di Verona Fracanappa
          e Pulcinella napoletano.
          Lieti e concordi si dan la mano;
          vengon da luoghi tanto lontani,
          ma son fratelli, sono italiani.
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            Scritta da: Elisabetta

            Gli odori dei mestieri

            Io so gli odori dei mestieri:
            di noce moscata sanno i droghieri,
            sa d'olio la tuta dell'operaio,
            di farina il fornaio,
            sanno di terra i contadini,
            di vernice gli imbianchini,
            sul camice bianco del dottore
            di medicine c'è un buon odore.
            I fannulloni, strano però
            non sanno di nulla e puzzano un pò
            Composta venerdì 24 luglio 2009
            dal libro "Filastrocche Italiane" di
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              Scritta da: Elisabetta

              Il passero ferito

              Era d'agosto. Un povero uccelletto
              ferito dalla fionda di un maschietto
              andò, per riposare l'ala offesa
              sulla finestra aperta di una chiesa.

              Dalle tendine del confessionale
              il parroco intravide l'animale
              ma, pressato da molti peccatori
              che pentirsi dovean dei loro errori
              rinchiuse le tendine immantinente
              e si rimise a confessar la gente.

              Mentre in ginocchio oppur stando a sedere
              diceva ogni fedele le preghiere,
              una donna, notato l'uccelletto,
              lo prese, e al caldo se lo mise in petto.

              Ad un tratto improvviso un cinguettio
              ruppe il silenzio: cìo, cìo, cìo, cìo.

              Rise qualcuno, e il prete, a quel rumore
              il ruolo abbandonò di confessore;
              scuro nel volto, peggio della pece
              s'arrampicò sul pulpito, poi fece:
              "Fratelli, chi ha l'uccello, per favore
              vada fuori dal tempio del Signore".

              I maschi, un po' stupiti a tali parole,
              lesti s'accinsero ad alzar le suole,
              ma il prete a quell'errore madornale,
              "Fermi, gridò, mi sono espresso male!
              Rientrate tutti e statemi a sentire:
              sol chi ha preso l'uccello deve uscire!"

              A testa bassa, la corona in mano,
              cento donne s'alzarono piangendo.
              Ma, mentre se n'andavano di fuora
              il prete rigridò: "Sbagliato ho ancora;
              rientrate tutte quante, figlie amate,
              che io non volevo dir quel che pensate!"

              Poi riprese; "Già dissi e torno a dire
              che chi ha preso l'uccello deve uscire.
              Ma mi rivolgo, a voce chiara e tesa,
              soltato a chi l'uccello ha preso in chiesa!"

              A tali detti, nello stesso istante,
              le monache s'alzaron tutte quante;
              quindi col viso pieno di rossore
              lasciarono la casa del Signore.

              "Oh Santa Vergine! - esclamò il buon prete -
              Sorelle orsù rientrate e state quiete,
              poiché voglio concludere, o signori,
              la serie degli equivoci ed errori;
              perciò, senza rumori, piano piano,
              esca soltato chi ha l'uccello in mano".

              Una fanciulla con il fidanzato,
              ch'eran nascosti in un angolo appartato
              dentro una cappelletta laterale,
              poco mancò che si sentisser male.
              Quindi lei sussurrò col viso smorto
              "che ti dicevo, hai visto? Se n'è
              accorto!"
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                Scritta da: Elisabetta

                La parabola della vita

                A 5 anni: mio papà sa tutto;

                a 10 anni: mio papà sa quasi tutto;

                a 15 anni: ci sono molte cose che mio padre non sa;

                a 20 anni: mio padre non capisce niente;

                a 30 anni: è inutile parlare con mio padre, non c'è dialogo;

                a 40 anni: chiederò consiglio a mio padre;

                a 60 anni: ah, se avessi ancora mio padre!
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