Seduto in riva ad un fiume, ti scrissi una poesia.
Ora l'ho persa, non la ricordo più.
Forse perché non credevo di scriverla, e non immaginavo di cantarla. Era bella, la poesia. Parlava di vita, e di vita, di vita e d'amore. Com'era strano vedere fluire la penna su un foglio, imprimere quello che non sapevo.
E ora l'ho persa, non la ricordo più.
La musa che mi ispirava, capricciosa e sbarazzina, saltava e ballava, senza pensieri, come queste rime, che rime non sono, ma solo l'accorato appello di un uomo.
La musa è andata via. Forse ha scoperto che la sua libertà non era ispirare un uomo che non bramava lei, ma amava ciò che gli dava. La sua libertà era lontana dallo scrittore, che come un pennello di Dio dipingeva in parole di un cosmo in poesia.
Ma ora l'ho persa, non la ricordo più.
Forse parlava dello scrittore, che quando la musa lo abbandonò, la amò, la odiò, abbandonò se stesso, per indossare un manto di indifferenza che lo schiacciò.
O forse narrava della musa, che, sorda a tutto ciò, si allontanò continuando a saltare, e ballare, e ispirare, ma nient'altro che la propria vita?
L'ho persa, non me la ricordo più.
E allora tornai al fiume. Cercavo le rime, cercavo la musa. Mi sedetti là dove, incantato da lei, scrivevo di sogni e d'amore, e cercai tra i flutti del fiume.
Il fiume mi parlò, e tra il cristallino e lo spumeggiare mi disse che non mi potevo ingannare. Ora ricordo. Ricordo che niente scrissi, ma soltanto che la persi.
L'ultimo bacio è... quello che non ti ho mai dato rimasto sempre fra i miei pensieri dal sapore misto di desideri di quelle labbra che... non ci hanno sfiorato L'ultimo bacio è... rimasto fra i miei sogni di dartene uno che nella realtà non è mai arrivato L'ultimo bacio è... quello che domani cancellerò dalla mia mente perché non esiste... nemmeno il ricordo di quel primo bacio! ... Un bacio di... ... poesia!
Che brutti scherzi fa la ragione, di ogni cosa fa una valutazione. Di ogni regola e di ogni modello, ci fa vedere il brutto e il bello. E anche se, non ce ne accorgiamo, siamo sempre noi che decidiamo. Di amare, di odiare, di ricominciare... scegliamo noi che cosa fare. Perché è bello credere in fondo, che questo mondo ci giri intorno.
In fila indiana ai margini di una crepa nel muro e sopra i calcinacci di un sogno frantumato attimi come formiche vanno a riprendersi il tempo... Io sono fuori a guardare le briciole di quello che credevo d'essere... Seguo per abitudine tiritere di vita e perdo il filo logico che mi vorrebbe saggia mentre in frammenti spargo le memorie di un greto che ancora fiume sogna e torrente e scroscio e non si arrende alla secca stagione...
Sirene della mia solitudine mare di mille squame e spuma che m'abbaglia e mi scompiglia alta e bassa marea la moltitudine di pensieri che affollano il musicale sciabordio dell'acqua... Luccicare di rivoli nell'onda danzare nell'argento senza fine appena sotto il velo della luna sciogliersi e poi raccogliersi alghe capelli fili in sospensione... Sirene della mia vicissitudine mare di mille rive nella mia stanza che diventa sabbia flusso e riflusso dell'irrequietudine l'instabile emozione di sogni che riaffiorano e s'infrangono contro gli scogli della mia ragione...
Pudica angustifolia prego noli me tangere sfiorata dal pensiero è presa da malore pure soltanto brezza quasi fosse respiro l'accarezza ma lei racchiude l'anima sul foglio un atto di presenza pennatosette rime a custodire vulnerabile accenno d'esistenza...