Ho atteso giorni e giorni, scrivendoti. Una boccata d'aria non solo nella testa, ma anche nello stomaco e nell'anima. L'attesa finì e lì avrei voluto fermare il tempo, trovare il tasto giusto per poter vivere di continuo quel minuto. Sparì all'improvviso la fragilità e la cattiva memoria lasciando spazio ad un cuore pieno di concretezza e leggerezza. Volavo con semplici salti, non toccavo suolo, la bocca deragliava con tutte le parole che voleva pronunciare.
Gli occhi sono stanchi e affaticati per il troppo guardare quel riflesso sconosciuto. Il corpo è morbido e strappato dalla sua stessa anima.
Sono zero o cento, cinquecento, a volte mille e altre volte cinquemila
i toni di colori che ricoprono quelle giornate che corrono veloci come la luce. Il cuore trema come una foglia al vento, diventa pallido, consapevole e desideroso di voler smettere di riempirsi.
Era più o meno a quest'ora ieri, sì, più o meno a quest'ora stavo come adesso, con un singhiozzo fermo in gola che brucia che asciuga lacrime non ancora nate. Era più o meno quest'ora ieri, si, più o meno quest'ora quando decisi di fermarmi e di ricominciare di nuovo, di crederci. Già, era più o meno quest'ora ieri, l'altro ieri e il giorno prima ancora quando non riuscii più a smettere.
Pensieri intrecciati pronti all'uso. Sogni suicidi, appesi e messi a seccare. Neuroni in sciopero per le troppe idee stupide. Mani tremanti. Desiderio di male.
Era così, ne ero certa, sapevo che dietro quella porta c'era tutta la mia forza.
Non bastava aprirla, ci ho provato tante volte, perché poi come una molla si richiudeva di scatto e rimaneva bloccata per giorni interi. Non potevo nemmeno lasciarla aperta con una sedia, perché troppo leggera per impedire alla molla di scattare. Non potevo sfondarla perché poi sarebbe caduta a terra, avrebbe alzato un sacco di polvere e ricoperto per intero le mie forze ed esse sono allergiche alla polvere.
Vi dirò, ci ho provato in tutti i modi e all'ennesimo tentativo rinunciai.
Finché un giorno, portando dei grossi scatoloni vuoti, chiesi aiuto ad un amico; lui aprì quella porta, mi aspettò, tenendola aperta, riempii di forza tutte le scatole, e la richiuse poi quando tornai indietro.
Non mi è servita né la potenza né l'intelligenza, per aprire quella porta; sono bastate delle impronte nuove, dei capelli intrecciati e qualche nuvola nuova d'amore.
Un giorno anche io sarò lì, a quattr'occhi davanti quel traguardo in una sensazione di vuoto e purezza; gli griderò in faccia fino a rimanere senza fiato, ci sarà il mio nome scritto ovunque senza sforzo percorrendo all'indietro le orme. Morirà la carne, esploderà la luce e non ci sarà più il buio; visiterò il mondo, avrò pianeti e costellazioni sotto di me. Morirò come una foglia rinsecchita dal sole.
È un filo di nebbia senza paura che si incastra a perfezione con ogni parte della mente. Alla ricerca di un minimo di coscienza lascia dietro di sé una strada piatta e bianca che copre ogni ragione, ogni pezzo di anima ribelle. La vita passa dall'altra parte del buco della serratura: ne vedi una minima e sottilissima parte e il resto lo si inventa.
La pelle è arrossata a tratti, quasi dolorante al tatto e profumata di bellezza e sudore. La semplicità della situazione non fa pensare nemmeno al resto, ma solo al volto, al viso, a quella linea di matita nera ormai sfumata sotto gli occhi. Mi piace il movimento dell'aria calda, di due anime in un continuo intreccio.
Ora sono perfettamente immobile, fisso quello strano sogno; perfettamente amore e qualche minuto di silenzio.