Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Hotels

La camera è sola
Ognuno per sé
Presenza nuova
Si paga a mese

Il padrone dubita
Pagheranno
Giro per strada
Come una trottola

Il rumore delle carrozze
Il mio brutto vicino
Che fuma un acre
Tabacco inglese

O La Vallière
Che zoppica e ride
Delle mie preghiere
Tavolo da notte

E tutti insieme
In questo hotel
Sappiamo la lingua
Come a Babele

Serriamo le porte
A doppia mandata
Ognuno porta
Il suo solo amore.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Rammarico

    Chi questo nuovo pianto in cuor mi pone?
    Verso Occidente, o dolce madre Aurora,
    da te lontano la mia vita è corsa.
    Il cielo s'alza e tutto trascolora;
    passano stelle e stelle in lenta corsa;
    emerge dall'azzurro la grand'Orsa,
    e sta nell'arme fulgido Orione.
    Come più lieta la tua vista, quando
    un poco accenni delle rosee dita;
    e la greggia s'avvia scampanellando,
    esce il bifolco e rauco i bovi incìta,
    canta lassù la lodola - apparita
    ecco Giulietta, e piange, al suo balcone! -.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      La cavalla storna

      Nella Torre il silenzio era già alto.
      Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
      I cavalli normanni alle lor poste
      frangean la biada con rumor di croste.
      Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
      nata tra i pini su la salsa spiaggia;
      che nelle froge avea del mar gli spruzzi
      ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
      Con su la greppia un gomito, da essa
      era mia madre; e le dicea sommessa:
      "O cavallina, cavallina storna,
      che portavi colui che non ritorna;
      tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
      Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
      il primo d'otto tra miei figli e figlie;
      e la sua mano non toccò mai briglie.
      Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
      tu dai retta alla sua piccola mano.
      Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,
      tu dai retta alla sua voce fanciulla".
      La cavalla volgea la scarna testa
      verso mia madre, che dicea più mesta:
      "O cavallina, cavallina storna,
      che portavi colui che non ritorna;
      lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
      Con lui c'eri tu sola e la sua morte.
      O nata in selve tra l'ondate e il vento,
      tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
      sentendo lasso nella bocca il morso,
      nel cuor veloce tu premesti il corso:
      adagio seguitasti la tua via,
      perché facesse in pace l'agonia... "
      La scarna lunga testa era daccanto
      al dolce viso di mia madre in pianto.
      "O cavallina, cavallina storna,
      che portavi colui che non ritorna;
      oh! Due parole egli dové pur dire!
      E tu capisci, ma non sai ridire.
      Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
      con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
      con negli orecchi l'eco degli scoppi,
      seguitasti la via tra gli alti pioppi:
      lo riportavi tra il morir del sole,
      perché udissimo noi le sue parole".
      Stava attenta la lunga testa fiera.
      Mia madre l'abbracciò su la criniera
      "O cavallina, cavallina storna,
      portavi a casa sua chi non ritorna!
      A me, chi non ritornerà più mai!
      Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
      Tu non sai, poverina; altri non osa.
      Oh! ma tu devi dirmi una cosa!
      Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
      esso t'è qui nelle pupille fise.
      Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
      E tu fa cenno. Dio t'insegni, come".
      Ora, i cavalli non frangean la biada:
      dormian sognando il bianco della strada.
      La paglia non battean con l'unghie vuote:
      dormian sognando il rullo delle ruote.
      Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
      disse un nome... Sonò alto un nitrito.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Canzone di nozze

        Guardi la vostra casa sopra un rivo,
        sopra le stipe, sopra le ginestre;
        ed entri l'eco d'un gorgheggio estivo
        dalle finestre.
        Dolce dormire con nel sogno il canto
        dell'usignuolo! E sian sotto la gronda
        rondini nere. Dolce avere accanto
        chi vi risponda,
        sul far dell'alba, quando voi direte
        pian piano: È vero che non s'è più soli?
        Sì, sì, diranno, vero ver... Che liete
        grida! Che voli!
        Sul far dell'alba, quando tutto ancora
        sembra dormir dietro le imposte unite!
        Sembra, e non è. Voi sì, forse, in quell'ora,
        madri, dormite.
        Sognate biondo: nelle vostre teste
        non un fil bianco: bianche, nel giardino,
        sono, sì, quelle ch'ora vi tendeste,
        fascie di lino.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Il gelsomino notturno

          E s'aprono i fiori notturni
          nell'ora che penso à miei cari.
          Sono apparse in mezzo ai viburni
          le farfalle crepuscolari.

          Da un pezzo si tacquero i gridi:
          l sola una casa bisbiglia.
          Sotto l'ali dormoni i nidi,
          come gli occhi sotto le ciglia.

          Dai calici aperti si esala
          l'odore di fragole rosse.
          Splende un lume la nella sala.
          Nasce l'era sopra le fosse.

          Un'ape tardiva sussurra
          trovando già prese le celle.
          La Chioccetta per l'aia azzurra
          va col suo pigolio di stelle.

          Per tutta la notte s'esala
          l'odore che passa col vento.
          Passa il lume su per la scala;
          brilla al primo piano: s'è spento...

          È l'alba: si chiudono i petali
          un poco gualciti; si cova,
          dentro l'urna molle e segreta,
          non so che felicità nuova.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            Lessi la mia sentenza con fermezza

            Lessi la mia sentenza con fermezza -
            la controllai per essere sicura
            di non aver frainteso
            nella clausola finale
            la data e la forma della vergogna -
            e poi la frase
            "Dio abbia misericordia" dell'anima -
            i giurati si espressero così.

            Cercai di abituare la mia anima
            alla sua fine, perché in quel momento
            non le sembrasse estranea l'agonia -
            ma lei e la morte, fatta conoscenza,
            s'incontrassero tranquille, come amiche -
            salutandosi e passando senza un cenno -
            e lì si concludesse la faccenda.
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