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Poesie


Scritta da: Iris Vignola

Come giulietta so d'ascoltar, d'usignolo, il dolce canto

Verseggia ancora l'usignolo,
accovacciato sul ramo del salice che piange,
melodico il suo suono,
ne intona il pianto, nel gorgheggiar intenso,
dopo la notte insonne, nel deliziar l'udito.
Rimbalza l'eco,
nella campagna circostante,
ch'attendeva l'alba, per giungere al risveglio.
L'oscurità notturna
m'è comparsa più opprimente del consueto.
Priva di vita, s'è palesato solamente il nulla,
nell'inghiottire il tutto.
La luna è migrata alla mia vista,
s'è rifugiata altrove, anziché portar conforto.
Funereo quel cielo nudo, a deluder il morale.
Solo triste tristezza è apparsa all'orizzonte,
nella sua veste lunga e nera,
in cui le lacrime si forgiano a tessuto.
Inaspettata, s'è insinuata nella mente,
radicando la sua tela,
tal ragno, che sa circuir bene la sua preda ignara.
Come Giulietta, so d'ascoltar, d'usignolo, il dolce canto,
non dell'allodola, sul ramo.
Sentor di Paradiso, sebben per un momento,
m'assale, alle tonalità poliedriche del piccolo pennuto,
da far tesoro ritrovato e racchiuder nella mente,
onde fuggir dalla tristezza, or sofferenza, alfine,
nell'esistenza altalenante...
A tal uopo, quel canto, sigillerò nel cuore.
Composta domenica 16 agosto 2015
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    Scritta da: Iris Vignola

    Mi voltai e vidi quel fiore

    Nel sentor d'erba bagnata, la violenza scatenata sul mio corpo,
    dita forti mi strappavano i vestiti, lacerandomi le carni ed il mio cuore.
    Assetato di dolore, arrancando, dissetasti la tua oscena bramosia,
    tra le gambe insudiciate sia di terra, che di sangue.
    Più serravo e più impazzivi, scatenando la tua furia,
    soggiaceva, in me, la femmina, alla lotta
    e, strappando i miei capelli, addentravi il tuo piacere
    in quel nido che violavi e violentavi,
    col tuo sadico furore d'una belva assatanata.
    Mi schifasti delle mani che infilavi nei segreti del mio corpo,
    del tuo fiato ch'esalavi dalla bocca spalancata,
    sulle labbra mie, sfinite dalle grida disperate.
    Del tuo umore, che spargesti nelle viscere nascoste.
    Del mio male, appagasti la libidine crescente.
    Te ne andasti come un vile vincitore, la tua spada nella guaina,
    quel tuo ghigno d'un demonio... lo ricordo come allora!
    Non più grida dalla bocca, eran morte nella gola.
    E le lacrime di pioggia si versarono sul viso,
    per mondarlo dal mio pianto, nel fragore del silenzio.
    E la terra infradiciata mi donava il suo tepore, come madre, mi cullava,
    un effluvio mi arrivò, dritto, alle nari, non me n'ero accorta prima.
    Mi voltai e vidi quel fiore.
    Composta giovedì 21 gennaio 2016
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      Scritta da: Iris Vignola

      Giunto sopra al nono cielo

      Com'in un baccello,
      racchiudevan, l'ali sue, quell'Angelo caduto,
      affranto, nel suo guscio.
      Fors'il cielo non se n'er'ancor accorto,
      che mancava al Paradiso.
      Che mancava il suo sorriso.
      Quelle lacrime di pianto,
      gli cadevan dallo sguardo desolato.
      Solitario, il suo dolore,
      strano specchio del suo essere perfetto,
      privo d'altro sentimento, che d'amore.
      Rannicchiato su se stesso,
      come fosse stato in grembo,
      mai vissuto, dal suo esser un eletto,
      spoglio d'ogni umana sorte,
      sconosciuta, a lui, la morte.
      Dolce rosa... la fragranza riportava la speranza
      del giardino dei Beati,
      d'ogni gaudio, profumato e di letizia,
      dove ritrovar riposo, nell'empirico suo volo,
      giunto sopra al nono Cielo.
      Composta mercoledì 3 febbraio 2016
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        Scritta da: Iris Vignola

        Le mancava immensamente

        Sorvolava il mare, con le sue ali bianche,
        pareva esser volo d'un gabbiano,
        scrutando l'onde che, nell'infrangersi su scoglio,
        l'erodean malvagie. Immobile, com'ad aspettar la morte.

        Si poneva sulla rena, ammirando, col suo cuor ormai etereo,
        l'orizzonte, riflettente nell'acque trasparenti,
        ch'agivano da specchio, nel donargli i suoi colori evanescenti,
        ch'entrambi, rendevan similari. Quasi fosse suo gemello.

        Seguiva, coi suoi occhi verde-azzurri, fin in fondo,
        dove sguardo si perdea, laddove parean incontrarsi,
        sciogliers'in un abbraccio, per divenir tutt'uno. Quasi a sposarsi.
        Simbiosi d'un creato insormontabile e perfetto.

        Rammentava l'acre effluvio del salmastro,
        or, mai più, potea inebriarsi, così priva dei suoi sensi.
        Le mancava percepir i suoi fremiti soventi,
        in quel tempo, nell'immerger il suo corpo, ancor intatto.

        Ascendeva nuovamente al posto suo, alle Alte Sfere,
        immutabili, in quel ch'era il Paradiso,
        inni, in cor di Cherubini e Serafini, sparsi in cielo,
        non lenivan il ricordo del suo mar.
        Le mancava, immensamente...
        Non poteva starne senza.
        Composta sabato 27 febbraio 2016
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          Scritta da: Iris Vignola

          Sospesa a un filo di seta

          Sospesa a un filo di seta, detergo l'aurora,
          togliendo quel velo notturno che copre il suo volto,
          vorrei che nascesse un po' prima del tempo.
          Farfalla improvviso, dal bozzolo uscita.

          Sorelle frementi, m'accolgon tra loro, ruotandomi attorno,
          invidio il fregiarsi costante dell'ali sgargianti,
          s'un volo saccente, mischiante color su colori,
          regine onorate dai fiori, del mandorlo e il pesco.

          Leggiadro, quel vibrar su stelo, poliedriche vesti,
          il misero baco ognor l'ha lasciato,
          s'è spento, di trasformazione, fatal desiderio,
          ha ucciso, la femmina, i biechi suoi panni.

          Dissolto s'è il filo di seta, s'è scinto il cordone,
          la fervida immagine, rapito ha la donna,
          s'effigia dell'ali nascenti, a stregua dell'esser farfalla,
          di nascer or ora, s'inoltra nel folle pretesto,
          per far quel che sente la mente, ispirato dal cuore.
          Composta venerdì 4 marzo 2016
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