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Poesie


Scritta da: Iris Vignola

A librarsi nell'aria, su... in alto

Incedendo, sì piano, su rena bagnata,
i suoi piedi imprimevano l'orme,
da cui rifluiva, sovente, dell'acqua salata.
Attendeva l'arrivo fremente dell'onda,
su cui spuma leggiadra,
sbocciando, adornava,
ch'appariva dissolversi al tatto.
Innalzava lo sguardo più in alto del cielo,
perso nella sua muta preghiera,
atta a chiedere venia, al suo Dio.
Se il desio del creato dinanzi
le rapiva la mente
e l'effluvio, sì acre, i suoi sensi.
Se dal cuore esondava l'amore,
per quel mare ch'amava d'immenso,
da mancarle, al pari del fiato
e di cui recepiva il respiro.
Se ancor percepiva il rimpianto
d'aver tutto quel ch'agognava, sì tanto
all'inverso d'un paio di diafane ali.
E se il vento arrecava quel canto,
nel sfiorar l'impalpabile corpo,
suscitandole brividi intensi.
Smoderato l'incanto, a quel mare,
il suo Padre Celeste avea dato.
Non potea darle torto, se tardava a tornare.
A librarsi nell'aria, su... in alto.
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    Scritta da: Iris Vignola

    Se d'amor è costellato

    Dedalo di tombe, sì squallide e penose,
    abbandonate, nel correre del tempo, che l'ha inasprite.
    Colgo espressioni vive,
    da immagini ingiallite di volti antichi.
    Sguardi sfocati,
    che celan l'incognito movente d'esser vivi.

    Immaginarie salme sconosciute, cinte in sepolcri,
    testè pregnati sol di cenere sbiadita.
    L'essenza, invero, s'è dipartita,
    dall'ultimo sospiro della vita.
    Quesiti sorgon, in veste di pensieri,
    pur privi di sentenze giuste, ma sol di presupposti.

    Colei... colui, che fu materia, tessuta d'impeto d'amore,
    lo alimentò, in vita? Ne fece la sua bibbia, il suo volere?
    Tal labbra, ormai più rimembrate,
    ch'han gli angoli ch'atteggiano sorrisi,
    quant'amore, allor, hanno donato?
    Di quanto, altresì, parlato?

    Il vento del silenzio cela storie, che narran di vissuto e di rimpianto,
    per quel che non è stato, di morte e di rancore,
    di gioia e di dolore,
    seppur, innanzi tutto, dissolva il velo nero da quel canto,
    che s'alza, dalla terra in ogni dove,
    circuendo ogni cuore solitario,
    per riversarci amore, sgombrando l'ombra nera del livore.

    Bene sempiterno e imperituro male,
    in lotta solitaria, senza scampo,
    leggendario, il lor fluire antagonista, nella gara del potere,
    di cui saggi son i tumuli,
    che ognor san quel ch'è vero,
    ciò ch'era stato scritto, dal principio.
    Peccare, al pari di sbagliare scelte esistenziali.

    Debole, la carne, si flagella infine,
    tuttavia, divien, perdono, l'essenziale,
    se, d'amor, è costellato,
    qual prospetto di ricchezza universale,
    che non lascia nulla al caso, ma s'è fuso,
    nel plasmare l'entità, quale fulcro del concetto d'esistenza,
    coniugata alla luce dell'eterno.

    Ingiunge, la coscienza, nell'attuar le scelte,
    sian esse grame o giuste, al suo parere,
    falsato, talune volte al cuore, che, di rimando,
    brama affrancarsi, dall'assoggettarsi,
    s'è posto in discussione, cosicché ribellarsi,
    ponendosi al comando,
    onorando l'amore.
    Composta sabato 9 aprile 2016
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      Scritta da: Iris Vignola

      Illustro giorni

      Carpendo sfumature iridescenti
      dai colori che natura ci ha donati,
      illustro giorni,
      variopinti e ghirlandati,
      dai toni sussurrati dal desio
      dell'io nascosto,
      tralasciando il tinteggiar oscuro
      del grigio e nero.
      Incetta fa, la speme,
      di giorni alternativi
      di dì sognati e mai visti innanzi,
      di ore beneamate,
      che nutrano il presente,
      dacché, del mio futuro,
      non sappia ancora niente.
      Illustro giorni vaghi,
      dal cuore di farfalle,
      che volino soavi
      e lascino i lor strali,
      su note di violino,
      o d'arpe celestiali.
      Composta martedì 17 maggio 2016
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        Scritta da: Iris Vignola

        Desideri

        Nascondeva lacrime innocenti, tra radicate infamie,
        mostrando denti bianchi, in sorrisi smaglianti ed ammiccanti.
        Pertugi, nella mente, circuivano pensieri,
        simulando desideri, luccicanti come stelle,
        ancorate a quel suo cosmo irriverente,
        prigioniero d'ombra d'un disdicevole degrado
        del suo alter ego, di quella che faceva e non pensava niente.
        Di colei che rifiutava e viceversa, la sua parte di coscienza,
        che tesseva, ricamava, rifiniva una vita alternativa,
        rammendando solitudine e squallore, in vuoti enormi,
        con l'ago di pazienza ed il filo di speranza.
        Desideri impertinenti, timorosi di svanire, essa cullava,
        fra lenzuola spiegazzate, che grondavano sudore,
        corpi ignudi, misti a umori e ad odori, in rapporti sempre uguali.
        Mille amanti frettolosi, mille volti sconosciuti,
        non colmavano il ricordo di quell'ora ch'hanno avuto,
        nel lasciar la propria impronta, poi dissolta, in un minuto,
        sopra il letto saturato del veleno del peccato,
        fomentato dal martirio d'un orgasmo esasperato.
        Desideri irrefrenabili e impetuosi,
        affrancatisi da pene del suo viver licenzioso,
        sconfinando e rinnegando ogni traccia di serpente
        che, strisciante, rifugiava nella tana bistrattata
        e infecondata, dall'amore ripudiato e crocifisso.
        Desideri ch'hanno vinto,
        nello smetter di giacere fra le braccia di nessuno
        e nel cogliere il volere, quel recondito, sol uno,
        quel dettato dalla voglia di riscatto del suo ego,
        nel riflesso d'esistenza, intrappolato, in quel laido passato.
        Composta giovedì 9 giugno 2016
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          Scritta da: Iris Vignola

          Luce di speranza

          Avanzo lentamente, solcando strade in città stinte, aridi deserti,
          attorniata d'altri, percependo fatalmente d'esser sola, tra solitudini diverse.
          Su passi d'affannante gente smarrita, arranco la salita, con fatica.
          Scomparse ormai pianure e pur discese, come per ogni essere pensante,
          al quale han tolto molto... tutto... La luce di speranza.
          L'umanità s'è persa, trà l deserto del domani, oceano di sabbia, fautrice sol del nulla.
          L'odore della morte, ch'opprime il cuor e nari,
          seguente a cruenta sorte, sì avvallata dal male, crea disperati.
          Sanguinaria, ancor grida la belva ancestrale,
          ch'ha fame di carne, nonché sete di sangue.
          Grida disperse s'elevano al cielo, racchiudenti intrinseche preghiere
          rivolte al Padre oppure al Figlio, che taluni, all'inverso, bestemmiano.
          Nel seguir ombre sconosciute, calpesto lor orme,
          su terra brulla, su cui germoglia unicamente il nulla.
          Riecheggian voci lontane, tra fasti passati, echi di gaudio e di risa già udite.
          Tremulo, 'l fuoco dell'amor fraterno si consuma,
          per spegnersi, a un impercettibile alito di vento o ad un sospiro.
          Respiro indifferenza tra rovine,
          la brama di potere ha reso l'uomo infame, senza confine alcuno.
          In cambio di danaro, baratterebbe tutto, persin la propria madre.
          Caduca volontà creder ch'esista un avvenire,
          i martiri s'arrendon, senza porre resistenza; prona la vita a reclamar la lotta,
          purtroppo pare invana la richiesta, resta sospesa, tra barlumi di paure.
          Riarse labbra celano sorrisi, dagli occhi gonfi, 'l pianto scava solchi sulle guance,
          la folla delirante chiede pane ed esistenza vera.
          Le voci son riunite in un coral brusio sommesso ch'intona un inno,
          ch'ha sapor di prospettiva, univoca la voce ch'or s'alza dal deserto.
          Nel mentre l'orizzonte s'è imbrunito, Il vento testè alzato spira forte,
          disperde or or la sabbia d'apatia, scoprendo ciò ch'aveva sotterrato,
          ravviva allor la fiamma di speranza, ineluttabilmente, mai del tutto spenta.
          Composta lunedì 23 novembre 2916
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