Io non soffocherò il mio amore. Non ti chiederò nulla e accetterò soltanto quello che puoi darmi. Come un lupo assetato berrò l'acqua raccolta nei tuoi palmi e se vuote saranno le tue mani non devi fartene una colpa, avrò almeno la felicità di amarti.
Gli ingranaggi ruotano impazziti con fragore assordante a la lancetta dell'orologio gira a scandire il tempo breve che mi resta.
Ma questa volta io saprò distruggere la macchina che stritola i miei sogni.
La gente non sapeva che il maestro Bottarelli, che tutte le mattine puntuale prendeva la corriera, timido e solo, con le lenti spesse e la sua cartella piena di libri, fosse un delicatissimo poeta.
Dal suo cuore celato in un misero corpo sgorgavano versi limpidi e solari traboccanti di ricordi fanciulleschi e di serene visioni di fiori di siepe e di muraglia.
E nessuno poteva immaginare che un geometra folle e taciturno giunto alla soglia della sua vecchiezza, incipiendo la demenza senile, traumatizzato da un logico abbandono esprimesse con versi angosciosi la sua solitudine e l'amore per una donna.
Erano ragazzi normali e intelligenti, mi direte, e quando uccisero la madre di lei si dimostrarono lucidi e spietati... Ora applaudite la condanna unendovi al coro degli ipocriti: volete esorcizzare il vostro male! Erano ragazzi normali e potevano essere figli vostri... e ciò v'inorridisce. Ma forse noi dovremmo avere un po' di pietà per loro.
Ora che cosa potrei dire a Erika se fossi suo padre: Oddio, dov'ero Erika, come potevo non accorgermi che in cuore ti ribolliva quell'assurda e orrenda gelosia; perché soltanto di gelosia si tratta, ne sono certo. È colpa mia, non tua, se non me ne sono accorto. Come potevi credere che il mio amore fosse poco e divisibile? Il mio amore, tu non lo sapevi, era più grande e illimitato e comprendeva te, la mamma e il fratellino. È colpa mia, non tua, se tu non lo hai capito.
O voi tutti che giudicate, siete buoni! Voi avete sempre amato vostra madre, ricordate. Quando era vecchia l'avete messa in un ospizio, quel più comodo, sulla strada percorsa nei weekend. Così potevate fermarvi un momentino, senza perder tempo: -Cara mamma, ti ho portato un regalino, una scatola di biscotti, quelli molli, che puoi mangiare anche tu, senza dentiera. Sei contenta? - E andate via.
Anche voi avete ucciso vostra madre e dovreste avere almeno un po' di pietà per voi.
A te mi legava un tenue filo mentre t'immergevi negli anfratti delle grotte marine popolate di strani pesci colorati e di coralli; poi mi apparivi sorridente fra le onde che ti sommergevano e portavi in mano una conchiglia contorta che suonava come il mare.
Oh non andare più, giù nella buia spelonca sommersa, figlio mio! Tu non lo sai, ma il filo esile che guida il tuo ritorno è lo stesso che mi lega alla mia vita; e basta un nonnulla per spezzarlo.
Che posso fare io, se questa corda che ci unisce è tranciata da una selce? Ti sento annaspare e tu ti perdi nel buio labirinto; e più non trovi l'uscita nascosta che porta in superficie. Il respiro ti manca, i tuoi polmoni stanno scoppiando e apri la bocca ingurgitando acqua salata. Stai morendo.
Io so che è la tua fine, mi tremano le gambe e sento che la corda allentata si riavvolge. Il sangue mi pulsa nelle tempie, non so che cosa fare per salvarti!
Fingevo di ammalarmi e tu venivi dal cielo, angelo mio, per consolarmi; mi provavi la febbre e trepidante mi rimboccavi bene le coperte e mi baciavi, lieve, sulla fronte.
Di colpo io fingevo di guarire, ti prendevo sul letto e ti baciavo e poi ti penetravo tutta notte. Ma, al primo canto del gallo, tu sparivi.
Adesso io mi sento proprio male, la falce della morte mi accarezza e i diavoli stanno attorno al letto aspettando la mia anima dannata.
Ti chiamo disperato e tu non senti. Angelo mio, perché tu non mi credi? Io non sono capace di mentire, sto morendo e il mio cuore già non batte. O mio angelo, tu devi venire, hai dimenticato qui le tue ciabatte.
Che senso ha coprirmi di attenzioni proprio ora che mi stai lasciando? E perché continui a cucinare che non abbiamo neanche voglia di mangiare?
Da dietro ti guardo di sfuggita mentre tu trambusti tra i fornelli, vedo il tuo collo bianco e il tuo codino e le tue gambe sottili di bambina; e il cuore mi si gonfia di tristezza.
Poi ti giri e nel tuo viso contratto leggo una dura ostinazione e da un puntino nero della pelle che non ti avevo mai notato prima sembra sprizzare fuori il tuo rancore. Non riesco a capire cosa ho fatto per suscitare un odio così forte.
Tuttavia mi prepari il caffelatte col pane raffermo, che a me piace, cosa che tu mai facevi prima; mi sembra un gesto pietoso come quando si offre un lauto pranzo al condannato prima di trascinarlo dal suo boia.
Che me ne importa a me del caffelatte se ora tu vuoi andare via? Che importa a me di lavorare, che m'importa dei soldi e della roba? Che m'importa di finire sotto un camion, che m'importa di cadere da un ponteggio, che m'importa di morire per un cancro se ora vuoi andare via? Non m'importa, non m'importa, non m'importa proprio niente.
Tornano le notti tiepide di aprile, o amore, e nuovamente la luna batte sul mio vaso di viole soavemente e su le irte siepi fiorite di rovo e biancospino. Lievi si dischiudono intanto, come rose tra spine, i nostri sogni d'amore, così come vedremo fiorire la felicità in una forse imminente primavera.
Si, nuovamente la luna si riflette nei torbidi miei occhi, si specchia nei pantani, e inutilmente vuoi strappare la gramigna dal mio cuore con le tue piccole mani. Ma se l'arido stelo dell'ortica che nasce fra le crepe della pietra tu vedi fiorire a primavera, anche la serpe si scioglie a lente spire dal letargo; e il mio cuore si gonfia come un rospo, perché l'innocenza è perduta e il bene non è che l'assenza del male.