Poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Io non soffocherò il mio amore

Io non soffocherò il mio amore.
Non ti chiederò nulla
e accetterò soltanto quello che puoi darmi.
Come un lupo assetato
berrò l'acqua raccolta nei tuoi palmi
e se vuote saranno le tue mani
non devi fartene una colpa,
avrò almeno la felicità di amarti.

Gli ingranaggi ruotano impazziti
con fragore assordante
a la lancetta dell'orologio gira
a scandire il tempo breve che mi resta.

Ma questa volta io saprò distruggere
la macchina che stritola i miei sogni.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Poeti di paese

    La gente non sapeva che il maestro
    Bottarelli, che tutte le mattine
    puntuale prendeva la corriera,
    timido e solo, con le lenti spesse
    e la sua cartella piena di libri,
    fosse un delicatissimo poeta.

    Dal suo cuore
    celato in un misero corpo
    sgorgavano versi limpidi e solari
    traboccanti di ricordi fanciulleschi
    e di serene visioni
    di fiori di siepe e di muraglia.

    E nessuno poteva immaginare
    che un geometra folle e taciturno
    giunto alla soglia della sua vecchiezza,
    incipiendo la demenza senile,
    traumatizzato da un logico abbandono
    esprimesse con versi angosciosi
    la sua solitudine
    e l'amore per una donna.

    Il poeta è una rana
    che ha voce di usignolo.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Un po' di pietà

      Erano ragazzi normali e intelligenti,
      mi direte, e quando
      uccisero la madre di lei si dimostrarono
      lucidi e spietati...
      Ora applaudite la condanna
      unendovi al coro degli ipocriti:
      volete esorcizzare il vostro male!
      Erano ragazzi normali e potevano
      essere figli vostri...
      e ciò v'inorridisce.
      Ma forse noi dovremmo avere
      un po' di pietà per loro.

      Ora che cosa potrei dire a Erika
      se fossi suo padre:
      Oddio, dov'ero Erika,
      come potevo non accorgermi
      che in cuore ti ribolliva quell'assurda
      e orrenda gelosia;
      perché soltanto di gelosia si tratta,
      ne sono certo.
      È colpa mia, non tua,
      se non me ne sono accorto.
      Come potevi credere
      che il mio amore fosse poco e divisibile?
      Il mio amore, tu non lo sapevi,
      era più grande e illimitato
      e comprendeva te, la mamma e il fratellino.
      È colpa mia, non tua,
      se tu non lo hai capito.

      O voi tutti che giudicate, siete buoni!
      Voi avete sempre amato vostra madre, ricordate.
      Quando era vecchia l'avete messa in un ospizio,
      quel più comodo,
      sulla strada percorsa nei weekend.
      Così potevate fermarvi un momentino,
      senza perder tempo:
      -Cara mamma, ti ho portato un regalino,
      una scatola di biscotti, quelli molli,
      che puoi mangiare anche tu, senza dentiera.
      Sei contenta? - E andate via.

      Anche voi avete ucciso vostra madre
      e dovreste avere almeno
      un po' di pietà per voi.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        L'addio

        un piccolo bacio e un sorriso
        e un lieve cenno con la mano
        oltre la sbarra che già ci separava

        anche tu lo sapevi,
        piccola Ibi,
        che quello era un addio

        dell'altra donna che ho amato
        non ricordo nemmeno
        l'ultimo saluto

        ora gira la mia valigia
        come la mia vita
        trascinata da un nastro inarrestabile
        e sparirà in un buio bagagliaio.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Incubo

          A te mi legava un tenue filo
          mentre t'immergevi negli anfratti
          delle grotte marine popolate
          di strani pesci colorati e di coralli;
          poi mi apparivi sorridente
          fra le onde che ti sommergevano
          e portavi in mano una conchiglia
          contorta che suonava come il mare.

          Oh non andare più, giù nella buia
          spelonca sommersa, figlio mio!
          Tu non lo sai, ma il filo
          esile che guida il tuo ritorno
          è lo stesso che mi lega alla mia vita;
          e basta un nonnulla per spezzarlo.

          Che posso fare io, se questa corda
          che ci unisce è tranciata da una selce?
          Ti sento annaspare e tu ti perdi
          nel buio labirinto; e più non trovi
          l'uscita nascosta che porta in superficie.
          Il respiro ti manca, i tuoi polmoni
          stanno scoppiando e apri la bocca
          ingurgitando acqua salata. Stai morendo.

          Io so che è la tua fine,
          mi tremano le gambe e sento
          che la corda allentata si riavvolge.
          Il sangue mi pulsa nelle tempie,
          non so che cosa fare per salvarti!
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Al mio angelo

            Fingevo di ammalarmi e tu venivi
            dal cielo, angelo mio, per consolarmi;
            mi provavi la febbre e trepidante
            mi rimboccavi bene le coperte
            e mi baciavi, lieve, sulla fronte.

            Di colpo io fingevo di guarire,
            ti prendevo sul letto e ti baciavo
            e poi ti penetravo tutta notte.
            Ma, al primo canto del gallo, tu sparivi.

            Adesso io mi sento proprio male,
            la falce della morte mi accarezza
            e i diavoli stanno attorno al letto
            aspettando la mia anima dannata.

            Ti chiamo disperato e tu non senti.
            Angelo mio, perché tu non mi credi?
            Io non sono capace di mentire,
            sto morendo e il mio cuore già non batte.
            O mio angelo, tu devi venire,
            hai dimenticato qui le tue ciabatte.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Non m'importa

              Che senso ha coprirmi di attenzioni
              proprio ora che mi stai lasciando?
              E perché continui a cucinare
              che non abbiamo neanche voglia di mangiare?

              Da dietro ti guardo di sfuggita
              mentre tu trambusti tra i fornelli,
              vedo il tuo collo bianco e il tuo codino
              e le tue gambe sottili di bambina;
              e il cuore mi si gonfia di tristezza.

              Poi ti giri e nel tuo viso contratto
              leggo una dura ostinazione
              e da un puntino nero della pelle
              che non ti avevo mai notato prima
              sembra sprizzare fuori il tuo rancore.
              Non riesco a capire cosa ho fatto
              per suscitare un odio così forte.

              Tuttavia mi prepari il caffelatte
              col pane raffermo, che a me piace,
              cosa che tu mai facevi prima;
              mi sembra un gesto pietoso come quando
              si offre un lauto pranzo al condannato
              prima di trascinarlo dal suo boia.

              Che me ne importa a me del caffelatte
              se ora tu vuoi andare via?
              Che importa a me di lavorare,
              che m'importa dei soldi e della roba?
              Che m'importa di finire sotto un camion,
              che m'importa di cadere da un ponteggio,
              che m'importa di morire per un cancro
              se ora vuoi andare via?
              Non m'importa, non m'importa,
              non m'importa proprio niente.
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Ultima poesia

                La lebbra ha devastato il tuo bel volto
                che ora è nascosto da una pezza,
                ti conosco soltanto dai tuoi occhi
                miopi che mi guardano con astio.

                Il tarlo del tempo corrode i miei ricordi
                e di ciò che mi fu speranza e amore
                rimane un pugno di cenere amorfa
                spazzata via dal vento inesorabile.

                Oh il vento! Porti via anche la polvere
                del mio corpo corrotto dalla morte,
                mulinando cancelli ogni mia traccia.
                Di me più non rimanga nulla.

                Soltanto quando avrai dimenticato
                la mia bocca piena di vermi,
                tu riderai fuggendo il mio ricordo
                fastidioso come insetto da schiacciare.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Contrasto

                  Tornano le notti tiepide di aprile,
                  o amore, e nuovamente la luna
                  batte sul mio vaso di viole soavemente
                  e su le irte siepi fiorite
                  di rovo e biancospino.
                  Lievi si dischiudono intanto,
                  come rose tra spine, i nostri
                  sogni d'amore,
                  così come vedremo
                  fiorire la felicità
                  in una forse imminente primavera.

                  Si, nuovamente la luna
                  si riflette nei torbidi miei occhi,
                  si specchia nei pantani,
                  e inutilmente
                  vuoi strappare la gramigna dal mio cuore
                  con le tue piccole mani.
                  Ma se l'arido stelo dell'ortica
                  che nasce fra le crepe della pietra
                  tu vedi fiorire a primavera,
                  anche la serpe
                  si scioglie a lente spire dal letargo;
                  e il mio cuore si gonfia come un rospo,
                  perché l'innocenza è perduta
                  e il bene non è
                  che l'assenza del male.
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