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Scritta da: Andrea De Candia
Dove arriva il mio urlo di silenzio?
Una catena di vuoto infinito,
un cadere pesante illimitato
ai piedi fissi del piombo del buio,
ecco, non so più piangere la luce,
le stelle sono la mia nostalgia,
la luna, un preavviso di cadavere.
Ma la sete mi allaccia alla salvezza:
bevo allo stagno della mia preghiera,
e tutti i fiori e i ciuffi d'erba attorno
sono sussurri materializzati,
e quando finalmente mi rialzo
dalla pausa della contemplazione
ritorna al labbro un gusto d'amarezza.
Ciondolo sulla strada dell'insonnia,
porto le mani al volto disperato,
nessuno c'era e nessuno c'è ancora.
Eppure so che mi potrei donare.
Andrea De Candia
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    Scritta da: Andrea De Candia
    I
    parto dal trampolino, dalla vetta,
    sono sangue di luce, punta aguzza
    che si vede circondata da notte -
    belva che spinge alla mia non memoria -
    mi tuffo e nell'abbandonare i piedi
    la certezza del terreno di prima
    sono sasso bevuto dalla musica
    e mi chino nel sonno che mi chiama,
    lago che ha meritato la sua pace.

    Ii
    nuota, musica, tu, luce di suono,
    sfiora, tocca la pinna del mio orecchio contamina, volgendo al bene, l'animo,
    risveglia il bimbo che culla l'adulto
    nel sonno della sua coscienza, semina
    nubi, lacrime, vento, fiori, terra...

    iii
    si nuota ovunque, tranne che in sé stessi - pupille, plancton verso l'estinzione -
    lo afferma il buio, balena in silenzio
    spalancato come amaca su abissi -
    ho prosciugato l'oceano dell'animo
    ed attirato altrove sono corso
    via col corpo, una barca trascinante
    tutto il peso della sabbia d'un'alba
    che stentava a vedersi all'orizzonte.
    Andrea De Candia
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      Scritta da: Andrea De Candia
      I
      Non cade la tua anima nel sonno,
      tutt'al più si riposa e vede l'ombra
      amaca e culla, tormento e cupezza,
      lenzuolo insradicabile ed atavico,
      gocciano note, carillon di luce,
      si riaccende l'infanzia dove sembra
      che a lutto il tempo usurpi lo spazio
      con un solo colore – quello lì! –
      e il vento è dito su nessuna bocca,
      chiede invano il silenzio tra gli assenti...

      II
      Tutto è sonno, ma senza che sia corpo,
      ovunque è aria che rammenta assenza
      di anima, le strade srotolate,
      come zerbini a soglie d'orizzonte,
      solo indicano dove può arrivare
      lo sguardo in questa vita, e in nessun altra!

      III
      Tutto era nascita, era preghiera,
      era l'implorazione di fermarsi –
      Notte regina che non ha pietà:
      si distende e non copre veramente! –
      era sbocciato il fiore delle palpebre
      e sotterrato dalle imposte chiuse
      non ebbe l'acqua di nessuna luce! –
      il silenzio portò le cose al grido
      e il grido stesso si adeguò al silenzio! –
      fu preda del sadismo l'indifeso,
      quello che volle definirsi dio
      finì per esser solamente sangue
      da cui nacque una folla di carnefici,
      e nel buio sarebbe l'uniforme
      culla se non vi fossero le stelle,
      sale di luce gettata violenta
      sulle ferite di pupille insonni.
      Andrea De Candia
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        Scritta da: Andrea De Candia
        Mi incateno alla spuma del mio letto
        per dirmi che non sono della notte,
        non sono fatto della sua sostanza
        le pupille si sono dilatate
        gettano ombre mostruose sul didentro
        uccidono chi passa con la luce
        di un sogno falso, le ossa sono sbarre
        di una prigione che aspetta il colpevole,
        fingendo di riceverne una visita
        breve, estemporanea come piuma
        mossa dalla pazzia quieta del vento,
        dalla belva sopita senza labbra,
        dal nemico minore da temere.
        Andrea De Candia
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          Scritta da: Andrea De Candia
          Sotto le gonfie coperte degli occhi,
          bianche macchiate da cerchi di notte,
          le lacrime hanno già vissuto vita
          propria, ma innanzitutto in grande gruppo;
          e non appena avvertono dal covo
          un'aria di pericolo poi tremano
          tutte quante, si danno tre spintoni,
          si calmano e decidono di fare
          a turno, sì, certo certo, però
          deve uscire lei per prima, per prima la
          malcapitata costretta a sfidare
          lo sconosciuto deserto del volto,
          sperando che una lama non la uccida,
          a passi lenti calpesta confusa
          la duna granulosa d'una guancia
          poveretta, no, non vede il dirupo
          del mento, non credeva ne esistesse
          proprio uno nel deserto questo qui,
          è morta, è caduta, è solo la prima,
          avanti un'altra: la seconda meno
          cattiva o, se si può dire, più scema.
          Andrea De Candia
          Composta domenica 29 novembre 2015
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            Scritta da: Andrea De Candia
            Il mare mai s'abbassa,
            anzi s'allarga... s'alza

            Volumi d'onde spinti
            finanche oltre la riva

            Nessuno se n'accorge
            che sol'io me n'accorgo

            di un nuovo altro ripiano
            di lacrime che cresce,

            versate da quei pesci,
            in fila qui vicino,

            che voglion far capire
            agli uomini lo stato

            di tristezza inquinata
            del mare, nerazzurra

            cadente barricata
            di squame grigiospente

            per un ultimo attacco
            sia pur solo di pianto

            sia prima che ogni bocca
            la soffochi pur l'aria,

            sia prima che la morte
            li lasci galleggiare.
            Andrea De Candia
            Composta domenica 29 novembre 2015
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              Scritta da: Andrea De Candia
              La molletta del male
              cui resta appeso solo
              il panno del respiro
              e il corpo tra le pieghe
              che lì confusamente
              vorrebbe ricomporsi...
              Non più libero l'urlo,
              se proteso in avanti,
              indietro dopo torna,
              fa poi spuntare il chiodo
              nel punto più preciso,
              nel cavo della carne
              ferita di ruggine
              dove se si incontrano
              per caso anima e sangue
              si va in cortocircuito,
              si firma allor la fine.
              Andrea De Candia
              Composta domenica 29 novembre 2015
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