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Scritta da: Andrea De Candia
I
Alzo lo sguardo e piango le mie lacrime,
Sole, ti han seppellito senza avere
il mio consenso umile di uomo
in quale tomba ossea, in quale nube
riposa ora la tua carne di luce,
la pioggia che ricade su di me
nei sottosuoli azzurri è la tua cenere?

II
Il cielo è dove han seppellito Dio
per piangerlo con lacrime di sguardi
alla sua tomba, il suo corpo è finito
dalla cenere al nulla più sereno
entro un azzurro che ricorda il pianto
e il Sole l'occhio unico sul mondo
le nubi, ossa a decomporsi in pioggia
di cenere che scambiano per acqua.
Nicola Di Candia
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    Scritta da: Andrea De Candia
    Ritorni adesso al prima della vita
    l'aldilà in quegli spazi dentro te
    è stato l'infinito del tuo buio,
    dalle ceneri sorte dal profondo
    non s'è alzata la fenice di un sogno,
    fingi il lenzuolo indossato una bara
    bianca, come una palpebra a cadere
    sull'occhio del tuo corpo, ché ti piace
    pensare che un domani si dia ancora
    il candore della tua fanciullezza,
    e domandarti chi abbia presenziato
    ai funerali della solitudine,
    un'eco di domanda ti risponde
    nemmeno Dio, ché ti ha abbandonato,
    le pupille annegarono sommerse
    dall'onde perentorie delle palpebre,
    gli occhi scesero fino alle narici
    e lì fu come se ti compiangessi
    e il russare fu il lutto espresso in lacrime:
    sei il veggente di tutto il tuo passato
    risibile, patetico ti immagini
    quello che non hai potuto vedere
    e almeno in parte infine lo indovini.
    Nicola Di Candia
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      Scritta da: Andrea De Candia
      Odio la descrizione della notte:
      essa è un atroce lutto, ed il peggiore!
      Pensavo alla pietà di Michelangelo,
      ad un figlio affondato nella morte,
      dentro una bara di mare che fluttua,
      prova di un tempo che beffa e oltrepassa,
      alle ginocchia della madre aventi
      su di sé, nulla, il suo solo ricordo!
      Quando vidi la veste che indossava
      il misero universo che vedevo
      essere tutta solamente nera,
      impassibile, come incorruttibile,
      vidi l'assenza d'un pianto di luce,
      che sono i nipotini delle stelle,
      scorsi la fine di una discendenza!
      Nicola Di Candia
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        Scritta da: Andrea De Candia
        A me sembra che il sole assommi tutto.
        Luce cadente da un volto di pianto,
        riso aperto sul lutto della vita,
        lancia che tenta invano di trafiggere
        il cuore oscuro di ogni mia pupilla,
        una corona che cerca il suo martire,
        la morte sopraggiunta col cadere,
        la bara-solo-schiena ch'è l'oceano,
        l'inizio d'una decomposizione,
        visibile nel riflesso defunto,
        la materia ch'è un'eco dell'addio,
        l'anello a nessun dito e i veli bianchi
        di "nubi-spose" che corrono a scegliersi,
        a sceglierlo, a non sceglierlo, ch'è uno.
        Nicola Di Candia
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          Scritta da: Andrea De Candia

          Il campo di grano

          Steso aldilà del sogno della luce,
          nel suo volto e nel suo cuore di sole:
          annegare alle origini, ritorno,
          e indorare la terra dell'essenza,
          far obliare a sguardi peregrini
          il mare, il suo celeste, il suo obbediente
          riflesso di una volontà suprema:
          spighe, tendenti a inferni di purezza,
          chinatevi alla simile più prossima,
          adorate la luce, il suo discendere
          al paradiso bruno della terra:
          e l'insieme sia letto perché poggi
          la stanchissima schiena, quel suo raggio.
          Nicola Di Candia
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            Scritta da: Andrea De Candia
            Dall'aldilà del prima del suo giorno
            e nel ventre celeste - si gonfiò! -
            il feto della luce coi suoi raggi
            indicò già la sua destinazione,
            il letto della nascita, le dita
            dei suoi riflessi puntarono il mare! -
            seguì in docilità quel che era sorte -
            tutto è risorgere, ed anche il venire
            nel mondo, sembra, per la prima volta,
            è essere fenice partorita
            da ceneri d'un utero di notte.
            Nicola Di Candia
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              Scritta da: Andrea De Candia
              Mi rialzerò dal sonno, dall'inganno
              che mi creai con l'ombra del mio letto
              per proteggere il corpo della schiena
              – la crosta oscura della cecità –
              sarà come fenice la mia palpebra
              si librerà leggiadra come pianta
              di ballerina ch'è sulle sue punte,
              ancora in terra, ma col resto in volo,
              e poi sarà ferita già sfumata
              in tenero declino di fontana
              che spoglia nuda, il centro, dei suoi petali,
              ritornerà, alle origini, a tacersi –
              la luce è il suo cerotto, l'ha sepolta
              ancora viva, non trama vendetta! –
              luce che cola, gocce del suo sangue
              di cuore, del suo volto che ora sono
              tutto l'azzurro è il mio tappeto e il trono
              e sono anche corona che rimanda
              in basso, i suoi riflessi, per la pietas
              nei confronti del povero mortale,
              ché il palmo del suo sguardo abbia al suo centro
              l'oro fugace eterno del riflesso,
              e sia giustizia ché il possesso è un prestito!
              Nicola Di Candia
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