Scritta da: Andrea De Candia
Per te musica è solo silenzio.
Per questo passeggiate solitarie.
Per questo il sipario
nero del cielo alzato ad offuscare
la visione del pubblico solare,
per questo solamente il silenzio,
vuol dire che nessuno può inventarlo
lo strumento da cui
può scaturire nell'eternità.
Il silenzio diventa musicista
e ti utilizza come suo strumento.
E la strada è spartito ed è teatro.
E il corpo penna ed esecuzione.
E i passi note e mimica che interpreta.
E l'ombra che continua come una eco
è una clemenza per chi resta indietro,
incluso te stesso se poi ti volti.
Non sai nemmeno se il vento è un applauso.
Non sai di quante mani.
Se sia una sola oppure
si giochino a confondersi
fino a finire nell'innumerevole.
Tu giochi, e ormai lo sai, e al tuo ritorno,
al tuo rientro in casa dal portone
è terminata la vita dell'opera.
E se si cerca il cadavere è
che tu non sei, non sai, non puoi sapere.
Un attimo brevissimo immortale
che hai consumato e gettato nel cesto
indifferenziato di un lungo oblio.
Nicola Di Candia
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    Scritta da: Andrea De Candia
    Sono venuto e indietreggiavi, nulla,
    ho lasciato la compagnia del vento,
    ai miei piedi la cenere dell'ombra
    pezzi di me al passato anche al futuro
    la carne-fiamma bruciava di insonnia -
    vedevo profilarsi all'orizzonte
    la tua porta, un addio prima di nascere -
    veniva lacrimato via il mio sogno
    ed ero troppo inerte per accorgermene.
    Nicola Di Candia
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      Scritta da: Andrea De Candia
      La civiltà della luce è crollata,
      e neanche la polvere riesce
      a dare una parvenza del suo esistere,
      cantano un pianto carillon di stelle
      sul neonato che è una culla di scheletro,
      si calpesta, scavandolo, il terreno,
      e il passo è il grido nel buio insicuro
      del fatto che sia carne oppure cenere:
      vi si affacciano, Narcisi nolenti
      su un lago ormai di ostinato ghiaccio, scivolano in compromessi di riflessi,
      infimità marina in decomposte
      urla, disfatta tela di Penelope,
      gesso caduto orizzontalmente
      su una lavagna davanti alla quale
      non c'è mai stato fosse anche un alunno,
      dove scrittura è un oblio ribevuto,
      dove non si fa in tempo a dire fine.
      Nicola Di Candia
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        Scritta da: Andrea De Candia
        Legna carbonizzata è questa notte,
        estesa senza avere intermittenze,
        fiamme accese di zanzariere, gli astri,
        gocce di fuoco piante da paura,
        solitudini di distanziamento,
        sorelle che s'osservano
        in modo circospetto:
        entra in scena lo sguardo dell'insonne
        dal palcoscenico di un marciapiedi
        al proscenio d'una strada isolata
        in cui la passeggiata si è tenuta
        come monologo della sua insonnia,
        ed è il silenzio del suo sguardo, parla
        l'occhio di bue in un occhio di uomo
        proietta in una folle lontananza
        l'orizzonte della sua direzione,
        è arrivato da sempre a quella vetta,
        all'applauso dell'occupar (n)e il centro,
        alla pausa scandita d'altro tempo
        risponde con sublime indifferenza:
        consuma il pasto d'ossa della luce.
        Nicola Di Candia
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          Scritta da: Andrea De Candia
          Il sonno è sosta, è solo sospensione.
          Fuggire dal dolore che ti insegue
          come il gatto col topo, spalle al muro
          sanguinante dell'alba, al risvegliarsi.
          Entrare dentro e scoprirsi scissi,
          quest'anima ch'è solamente ombra
          è una formica che trascina esanime
          la briciola di pane del suo corpo
          al cimitero ch'è il cielo di notte
          e non giovano stelle a lacrimarsi
          per dire con lo sguardo nel silenzio
          ch'è una resurrezione della luce
          striscia, cammina, tutta ti appartiene
          la strada, la più innocua delle serpi,
          la carnefice e vittima smembratasi
          per riproporre la dualità –
          si viaggia fluttuanti verso il sogno,
          questa tomba di pace senza fine.
          Nicola Di Candia
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            Scritta da: Andrea De Candia
            L'eco lontana portata nel vento
            si infrangerà contro pareti ignote
            i confini rinascono nel sangue,
            ogni fiato una vena capillare,
            credi il silenzio sia l'inosservanza
            sotto cui passi lucido ed illeso,
            credi la schiavitù no, non ti chiami,
            il padrone del sonno che riallaccia
            il guinzaglio dell'ombra finalmente
            alla cuccia del letto, credi pure
            che ancora non vi sia da far domande –
            perché non temo di restare solo
            nell'interiorità che si fa abisso.
            Nicola Di Candia
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              Scritta da: Andrea De Candia
              Non si continua alcuna discendenza.
              Nessun cerchio perfetto che si chiude,
              collo di una civetta che si illude
              di non muovere almeno la sua testa,
              è un voltarsi indietro ad un rimando,
              è un andare avanti e abbandonarlo.
              Letto di morte come sala parto.
              I sacerdoti furono le ostetriche.
              Con le doglie degli ultimi respiri,
              dall'utero del mio corpo finale,
              si credette di partorire l'anima,
              si mise a un altro mondo nessun figlio.
              Nicola Di Candia
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                Scritta da: Andrea De Candia
                Più nessuna speranza.
                Roghi di stelle accesi in solitudine,
                lacrime imbalsamate nella stasi
                del tempo, dove l'uomo finge morte
                col sonno, specchio di ciò ch'è nell'alto,
                sul palcoscenico intimo del letto,
                unico ruolo e prove innumerate,
                più nessuna speranza
                se il carbone compatto della Notte
                non cede mai a trasformarsi in cenere.
                Nicola Di Candia
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