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Scritta da: Emmanuel Devan

Specchio

Lago o argento,
in me cercano identità
consolazione e angoscia.
Sono eterno e dannato:
ritraggo verità,
ma racconto menzogne.
Alterno luce e buio
tra compiaciuti
sorrisi adolescenti,
e guido mani ignote,
urlanti e incredule
sui visi della vecchiaia.
Disegno spazi
falsi, inesistenti.
Brucio perfido
le navi d'ogni illusione,
da cui già vidi
cadere Icaro.
Sono giudice
venerato e sadico:
acceco chi mi brama
e annego tutti i miei amanti
dall'apparente calma
di un riflesso.
A volte cado, infranto
da una strega isterica.
Io mi odio,
io mi odio.
Stupro di donna
o sorriso d'infante
ritraggo spietato
in crudele indifferenza.
I miei frantumi stillano
orchidee insanguinate.
Forzato da un demone
divoro vergini che,
domato il bianco unicorno,
sfidano ingorde l'Ade
per il crine di Pegaso,
mostruosa chimera.
Emmanuel Devan
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    Scritta da: Emmanuel Devan

    Maestrale

    Ecco, ritorna, Maestrale.
    Invola di nuovo
    caldi abbracci,
    riportami
    sulle sue labbra.

    Ambra scura,
    miele, seta,
    spezie, veleno,
    regno, voluttà,
    possesso che freme
    lussuria di sogni estasiati.

    Tu, che vedesti
    i suoi occhi
    cercar di leggere
    gli specchi oracoli
    e, d'ebbrezza
    d'Icaro invasa,
    il nostro sempre,
    avanzi.

    E sul guscio
    astrale
    immergi
    l'eterno fecondo
    suicida nel ghiaccio
    di sale.

    Poi,
    schiudi
    la folla
    delle tenebre,
    il dì mortale,
    sul biancore
    delle sue ossa.
    Emmanuel Devan
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      Scritta da: Emmanuel Devan

      Obsession

      Tornò di nuovo
      seguendomi nelle prime tenebre
      l'ombra sua spettrale.

      Nel tonfo di catene servili
      furtivo tolsi il fuoco dal mio corpo,
      nel risuono dei verbi dannati,
      nel vento improvviso,
      nello squarcio del tempo
      che lacera
      ore e antichi calendari.

      Ma dall'oscurità rinacque
      dal palpito vitale,
      fenice inattesa,
      l'azzurra agonia.

      Tornai nel vecchio maniero,
      dal luogo dell'oblio,
      agitai i drappi del forse,
      l'eco di ogni caso,
      nella sete della pace,
      e del passato che fu.

      Ma da felicità
      ormai perdute,
      ritorno l'ossesso
      nella nenia di poi:
      "Né carne, né ora,
      né nome, né donna.
      Solo sogno, solo ombra,
      strinsi a me,
      persi".
      Emmanuel Devan
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        Scritta da: Emmanuel Devan

        Iter Vitae

        Ho già iniziato il cammino
        sapendo che le fiere
        sinuose, perverse
        prima docili nel lungo
        occhio di velluto,
        nel profumo notturno
        di pioggia e lussuria,
        di boschi d'autunno
        e frutti, di miele nero;
        di promesse eterne e
        di paradisi terrestri
        nell'età fiorita amiche,
        -ormai distanti compagne-
        in un momento
        che non so dire,
        dovranno annientarmi.
        Finché il testimone
        non toccò l'altro palmo,
        colsi due parole che non dissi,
        più e più volte ripetute
        diverse per l'Ade e una turba
        in fuga un tempo da Thera,
        al centro del guscio d'osso lunare.
        Pronto al sacrificio,
        l'angelo della notte
        mi raggiunse sull'ara,
        con passo sensuale.
        E ogni cosa ora è illuminata:
        Le monete cavò dagli occhi
        il sozzo traghettatore
        sfasciando il sudario
        tra talloni d'infante immortale
        fino al gancio vermiglio
        del ventre di una sposa,
        alla luce purissima
        del primo giorno.
        Emmanuel Devan
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          Scritta da: Emmanuel Devan

          Memoria

          Parlano di me le prime luci,
          nei profumi freschi e teneri
          delle carni di un infante,
          nenia di voci e carillon
          battente la danza di una cieca.
          Parlano di me la sabbia dei deserti,
          le oasi del vuoto, le ore del chiarore,
          gli astri dello spazio e poi le tenebre;
          la ruota delle stagioni.
          Ora sono una lanterna:
          forzata dalla corrente del fiume,
          rincorro l'abbraccio di uno spettro
          che fugge da Obon.
          Puoi guardare il mio volto
          dalle acri forme di fumo
          di una candela votiva,
          in quella chiesa.
          Spargo petali di rose
          strappate ancora chiuse
          dalla gola ferita
          di un giardino notturno.
          Perché ti lamenti?
          Tutto ciò che devo, io non lo nego:
          fuor di me c'è solo
          il lato oscuro di un presagio,
          la carezza del boia,
          e un tetro corvo d'ebano.
          Emmanuel Devan
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            Scritta da: Emmanuel Devan

            Regina d'Avorio

            Mai più sarai regina
            di carne e d'ossa, d'amore.

            Mai più udrai voce amica
            nel travaglio dei tuoi giorni.
            Mai più.

            Sorgerai dopo notti insonni
            dai lunghi occhi
            di laguna,
            nella tenue bruma.

            Raccoglierai nell'alba
            le gambe esili, candide
            come il tuo corpo di pesca
            nella tua stanza tutta bianca
            di luce polare,
            splendida nei raggi di Venere,
            dell'aurora della vita,
            ormai perduta.

            Tu, smarrita
            sull'immenso scacchiere
            quel giorno,
            tu, altéra Regina d'avorio,
            affronterai l'alfiere,
            innalzerai la torre
            per difendere il tuo re;
            e nuda, la dolce
            caviglia imprigionata
            da chi ti dirà l'altro passo!

            E verranno i giorni bianchi,
            e verranno i giorni neri.

            Tu, novella virgo Camilla,
            trafitta dall'oro, accecata,
            tu, guarderai rapita
            il passaggio,
            dal profumo perverso
            estasiata,
            spianando il passo
            malvagio
            a chi, con la mortal veste
            del sovrano già amato,
            l'anima tua darà!
            Emmanuel Devan
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              Scritta da: Emmanuel Devan

              Ossessione

              Tornò di nuovo
              seguendomi nelle prime tenebre
              l'ombra sua spettrale.

              Nel tonfo di catene servili
              furtivo tolsi il fuoco dal mio corpo,
              nel risuono dei verbi dannati,
              nel vento improvviso,
              nello squarcio del tempo
              che lacera
              ore e antichi calendari.

              Ma dall'oscurità rinacque
              dal palpito vitale,
              Fenice inattesa,
              l'azzurra agonia.

              Tornai nel vecchio maniero,
              dal luogo dell'oblìo,
              agitai i drappi del forse,
              l'eco di ogni caso,
              nella sete della pace,
              e del passato che fu.

              Ma da felicità perdute,
              ritorno l'ossesso
              nella nenia di poi:
              "Né carne, né ora,
              né nome, né donna.
              Solo sogno, solo ombra,
              strinsi a me,
              persi".
              Emmanuel Devan
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                Scritta da: Emmanuel Devan

                Alla Ragazza di Santiago

                Sul tuo viso
                di sole e salsedine
                porti l'eco lontana
                del tuo Paese.

                Di fuoco, di ghiaccio,
                di poeti, di eroi.

                Se potessi,
                per pochi istanti,
                confondermi con l'Oceano,
                sovrano danzante
                dei tuoi freddi inverni,
                potrei coglierti
                nel lungo abbraccio
                di un'onda.

                Forse eterno ormai,
                perché tu vinta.

                Nel vento delle scogliere,
                morrebbe poi
                l'impeto mio placato.

                E se tu stessi riposando
                sulla spiaggia solitaria,
                solleverei ali stanche
                di vecchi albatri
                per venirti a cercare,
                mentre il libeccio
                accarezza lascivo,
                poi sferza,
                il collo nudo.

                Mentre cerchi di capire
                cos'è che
                muove il mare,
                perché mai non riposa.

                Come gazza ingorda
                nell'orbita iridata,
                coglierei
                per sempre,
                segreto inviolato,
                i tesori sommersi
                nella verde luce
                del tuo sguardo.
                Emmanuel Devan
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                  Scritta da: Emmanuel Devan

                  Ricordo di un Altro Addio

                  Cadono dalla Gota del Signore
                  gli angeli sonori della pioggia.
                  Afferrano
                  nel Suo giorno,
                  tre le braccia morbide,
                  il paradiso riverso
                  sulle tue guance.
                  Nei petali d'aurora,
                  liberi ormai
                  dai calici d'incenso,
                  nella dolce
                  guerra di arpe.
                  E risuona
                  ancora
                  tra cori d'indaco,
                  il silenzio
                  del tuo pianto.
                  Dal Narciso ricordo,
                  dall'azzurro
                  tuo iride perduto,
                  già caddero in volo
                  gli angeli mortali
                  di sale, d'avorio,
                  nelle ali tarpate.
                  Ad esitare,
                  nell'unico sguardo
                  dalla morte
                  loro concesso,
                  tra il tuo viso,
                  e il resto del Creato.
                  Emmanuel Devan
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