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Scritta da: Antonio Prencipe
in Poesie (Poesie d'Autore)

Di che morte sopravvivere

Un giorno dovrò decidere
di che morte sopravvivere
e fioriranno nuvole
nei vasi pieni di sangue
delle mie vene negre di solitudine.
Un giorno forse riuscirò ad amare
la gente con cui condivido l'ossigeno,
un giorno riuscirò perfino a sopportarne
l'odore struggente con cui osservano
la mia ombra mentre i miei occhi
con fare schifato prova per loro
enorme disprezzo.
Un giorno odierò di meno il mondo,
forse riuscirò a non vomitare
quando uno di loro mi saluta
o mi tocca i pensieri con fare amichevole.
Odio la maggior parte degli esseri umani
e quasi sempre fingo di amarli perché
è più semplice sorridere a ciò che
è vivo soltanto per consumare le suola
delle proprie scarpe che dissanguarsi
l'anima in ricordo del loro volto sfigurato.
C'è gente che mi odia a cui dovrei sparare
ancor prima di donargli le spalle
ma anche allora non valgono
il proiettile che serve per salvarle,
che ad ogni mio passo maledice
lo battere lento del mio cuore,
vorrebbe vedermi leccare il fango
che sporca quest'anima stracciata
ma io vivo di poesia,
non sono un barista o uno chef
di cui l'unica virtù è accendere un fornello
o preparare un bicchiere di vino.
Non servo caffè e non preparo scotte pietanze,
la mia vita vale molto di più
non la umilio servendo ai tavoli
o pelando patate.
Morire sapendo che la notte prima
ho preparato un cocktail o una spaghettata
per quelli come me è deplorevole,
preferisco lo struggente sanguinare
ogni fottuta notte su un foglio bianco
con l'inchiostro al posto della saliva
e le mani che sudano dolore e salvezza.
Composta giovedì 4 giugno 2015
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    Scritta da: Mariella Buscemi
    in Poesie (Poesie d'Autore)
    Ai piedi stanchi delle stelle
    ho gettato sassi in mari di nuvole
    e l'anima mi è apparsa un trionfo di tonfi e cerchi
    come grande cielo in mistero di abissi
    diluita in spuma
    è così intimo il mio buio
    che si rimane sfrattati nella me più disabitata
    e non è dato possedere neppure una stanza sfitta
    ché le porte mi stanno tutte sulla pelle
    in fila come i pori
    a indicarne il congedo e l'esilio
    sono presenza solo a me stessa
    all'appello del sentire
    -del sentirmi-
    con la mano alzata
    come allieva impreparata
    piena di lumicini timidi e tremanti.
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      Scritta da: Mariella Buscemi
      in Poesie (Poesie d'Autore)
      Casuali,
      a rotolarci sulle vite
      e i passati negli occhi
      con il coraggio di dirci battuti
      registrandoci i battiti
      e gli affondi
      di notte.
      Dispari a cercare equilibrio e misura
      sul fianco per tenerci presenti
      promesse di pelle
      e sporchi fino alle confessioni
      tra le macchie dell'errore
      si scorgono i pori.
      Come se il tuo fosse sonno
      e la mia morte.
      Non curo il pavimento sul quale poggiamo
      le anime sono altrove
      a guardarsi
      in nome di questo nostro addio.
      Non avrai altro desiderio all'infuori del mio.
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        Scritta da: Alexandra Romano
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Napoli

        Napoli,
        il cui tesoro è il mare,
        che chi passa non può non notare.

        Napoli,
        il cui tesoro è il panorama,
        l'ideale per chi ama.

        Napoli,
        la città della bontà e dell'amore,
        che chiunque visita non se ne può non innamorare.

        Napoli,
        artefice di una prelibatezza infinita:
        la pizza margherita.

        Napoli,
        una meraviglia del mondo,
        più bella d'un incanto.

        Napoli,
        chiunque verrebbe qui,
        e non se ne andrebbe più.
        Composta domenica 31 maggio 2015
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          Scritta da: Andrea De Candia
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          I vendemmiatori

          Essi vendemmiano il vino dei loro occhi,
          essi torchiano ogni pianto, anche questo:
          lo vuole la notte,
          la notte, cui stanno poggiati, il muro,
          lo esige la pietra,
          la pietra, oltre cui parla la loro gruccia,
          fin nel silenzio della risposta –
          la loro gruccia, che un giorno, un giorno d'autunno,
          quando l'anno s'inturgida a morte, come uva,
          attraversa parlando il mutore, fin giù,
          nel pozzo dove sgorga il pensiero.

          Essi vendemmiano, essi torchiano il vino,
          essi pigiano il tempo come il loro occhio,
          tutto il pianto che ne stilla ripongono
          nel sepolcro del sole, che essi con mano
          indurita dalla notte preparano:
          affinché poi una bocca, somigliante alla loro:
          torcentesi verso quanto è cieco, attrappita –
          una bocca cui dal profondo sale la schiuma da bere,
          mentre il cielo si cala nel cereo mare,
          per splendere da lontano, mozzicone di luce,
          se finalmente il labbro umidisce.
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