Poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Agli amici della valle tiberina

Pur da queste serene erme pendici
D'altra vita al rumor ritornerò;
Ma nel memore petto, o nuovi amici,
Un desio dolce e mesto io porterò.
Tua verde valle ed il bel colle aprico
Sempre, o Bulcian, mi pungerà d'amor;
Bulciano, albergo di baroni antico,
Or di libere menti e d'alti cor.
E tu che al cielo, Cerbaiol, riguardi
Discendendo da i balzi d'Apennin,
Come gigante che svegliato tardi
S'affretta in caccia e interroga il mattin,
Tu ancor m'arridi. E, quando a i freschi venti
Di su l'aride carte anelerà
L'anima stanca, a voi, poggi fiorenti,
Balze austere e felici, a voi verrà.
Fiume famoso il breve piano inonda;
Ama la vite i colli; e, a rimirar
Dolce, fra verdi querce ecco la bionda
Spiga in alto a l'alpestre aura ondeggiar.
De i vecchi prepotenti in su gli spaldi
Pasce la vacca e mira lenta al pian;
E de le torri, ostello di ribaldi,
Crebbe l'utile casa al pio villan.
Dove il bronzo dè frati in su la sera
Solo rompeva, od accrescea, l'orror,
Croscia il mulino, suona la gualchiera
E la canzone del vendemmiator.
Coraggio, amici. Se di vive fonti
Corse, tocco dal santo, il balzo alpin,
A voi saggi ed industri i patrii monti
Iscaturiscan di fumoso vin:
Del vin ch'edúca il forte suolo amico
Di ferro e zolfo con natia virtú:
Col quale io libo al padre Tebro antico,
Al Tebro tolto al fin di servitù.
Fiume d'Italia, a le tue sacre rive
Peregrin mossi con devoto amor
Il tuo nume adorando, e de le dive
Memorie l'ombra mi tremava in cor.
E pensai quanto i tuoi clivi Tarconte
Coronato pontefice salì,
E, fermo l'occhio nero a l'orizzonte,
Di leggi e d'armi il popol suo partì;
E quando la fatal prora d'Enea
Per tanto mar la foce tua cercò,
E l'aureo scudo de la madre dea
In su l'attonit'onde al sol raggiò;
E quando Furio e l'arator d'Arpino,
Imperador plebeo, tornava a te,
E coprivan l'altar capitolino
Spoglie di galli e di tedeschi re.
Fiume d'Italia, e tu l'origin traggi
Da questa Etruria ond'è ogni nostro onor;
Ma, dove nasci tra gli ombrosi faggi,
L'agnel ti salta e túrbati il pastor.
Meglio cosí, che tra marmoree sponde
Patir l'oltraggio dè chercuti re,
E con l'orgoglio de le tumid'onde
L'orme lambire d'un crociato piè.
Volgon, fiume d'Italia, omai tropp'anni
Che la vergogna dura: or via, non piú.
Ecco, un grido io ti do - Morte à tiranni -;
Portalo, o fiume, a Ponte Milvio, tu.
Portal con suono ch'ogni suon confonda,
Portal con le procelle d'Apennin,
Portalo, o fiume; e un'eco ti risponda
Dal gran monte plebeo, da l'Aventin.
Tende l'orecchio Italia e il cenno aspetta:
Allor chi fia che la vorrà infrenar ?
Cento schiere di prodi a la vendetta
Da le tue valli verran teco al mar.
Risplendi, o fausto giorno. Ahi, se piú tardi,
Romito e taumaturgo esser vorrò:
Da la faccia dè rei figli codardi
Ne le tombe dè padri io fuggirò.
Con l'arti vò che cielo o inferno insegna
Da questi monti il foco isprigionar,
E fiamme in vece d'acqua a Roma indegna,
Al Campidoglio vile io vò mandar.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Ideale

    Poi che un sereno vapor d'ambrosia
    da la tua coppa diffuso avvolsemi,
    o Ebe con passo di dea
    trasvolata sorridendo via;
    non più del tempo l'ombra o de l'algide
    cure su 'l capo mi sento; sentomi,
    o Ebe, l'ellenica vita
    tranquilla ne le vene fluire.
    E i ruinati giù pe 'l declivio
    de l'età mesta giorni risursero,
    o Ebe, nel tuo dolce lume
    agognanti di rinnovellare;
    e i novelli anni da la caligine
    volenterosi la fronte adergono,
    o Ebe, al tuo raggio che sale
    tremolando e roseo li saluta.
    A gli uni e gli altri tu ridi, nitida
    stella, da l'alto. Tale ne i gotici
    delùbri, tra candide e nere
    cuspidi rapide salïenti
    con doppia al cielo fila marmorea,
    sta su l'estremo pinnacol placida
    la dolce fanciulla di Jesse
    tutta avvolta di faville d'oro.
    Le ville e il verde piano d'argentei
    fiumi rigato contempla aerea,
    le messi ondeggianti nè campi,
    le raggianti sopra l'alpe nevi:
    a lei d'intorno le nubi volano;
    fuor de le nubi ride ella fulgida
    a l'albe di maggio fiorenti,
    a gli occasi di novembre mesti.



    Di Giosuè Carducci:.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Rubai

      È l'alba. S'illumina il mondo
      come l'acqua che lascia cadere sul fondo
      le sue impurità. E sei tu, all'improvviso
      tu, mio amore, nel chiarore infinito
      di fronte a me.

      Giorno d'inverno, senza macchia, trasparente
      come vetro. Addentare la polpa candida e sana
      d'un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia
      all'aspirare l'aria in un bosco di pini.

      Chi sa, forse non ci ameremmo tanto
      se le nostre anime non si vedessero da lontano
      non saremmo così vicini, chi sa,
      se la sorte non ci avesse divisi.

      È così, mio usignolo, tra te e me
      c'è solo una differenza di grado:
      tu hai le ali e non puoi volare
      io ho le mani e non posso pensare.

      Finito, dirà un giorno madre Natura
      finito di ridere e di piangere
      e sarà ancora la vita immensa
      che non vede non parla non pensa.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Come hanno fatto a me

        Ti racconteranno la storia
        e col passare del tempo
        ti benderanno gli occhi,
        come hanno fatto a me.

        Ti mostreranno l'ascia
        e passato un po' di tempo
        ti nasconderanno l'albero,
        come hanno fatto a me.

        Non ti serve a nulla sapere la verità
        e avere ragione,
        se quando gridi sai che
        non ti ascoltano più.

        Ti chiederanno di giurare
        ti chiederanno di marciare
        ti chiederanno le stesse cose
        come hanno fatto a me.

        Diranno che è tutto tuo
        e se tenti di cambiarlo
        ti pesteranno più forte
        come hanno fatto a me.

        Non ti serve a nulla sapere la verità
        e avere ragione,
        se quando gridi sai che
        non ti ascoltano più.

        Ti racconteranno la storia
        e col passare del tempo
        ti benderanno gli occhi,
        come hanno fatto a me.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Non è un cuore

          Non è un cuore, perdio, è un sandalo di pelle di bufalo
          che cammina, incessantemente, cammina
          senza lacerarsi
          va avanti
          su sentieri pietrosi.

          Una barca passa davanti a Varna
          "Ohilà, figli d'argento del Mar Nero! "
          una barca scivola verso il Bosforo
          Nazim dolcemente carezza la barca
          e si brucia le mani.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Ella giaceva come se per gioco

            Ella giaceva come se per gioco
            la sua vita se ne fosse andata
            in un balzo, decisa a ritornare,
            però non così presto.

            Le sue braccia felici abbandonate,
            come se nella pausa del trastullo avessero scordato
            per un attimo di riprendere il gioco.

            I suoi mobili occhi semiaperti,
            come se in essi la loro padrona
            ancora scintillasse, solamente
            per burlarsi di voi.

            Il suo mattino lì, dietro la porta,
            a escogitare un modo - son sicura -
            per forzare il suo sonno
            così lieve e profondo.
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