Le migliori poesie di Giovanni Pascoli

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Scritta da: Silvana Stremiz

La fonte di Castelvecchio

O voi che, mentre i culmini Apuani
il sole cinge d'un vapor vermiglio,
e fa di contro splendere i lontani
vetri di Tiglio;
venite a questa fonte nuova, sulle
teste la brocca, netta come specchio,
equilibrando tremula, fanciulle
di Castelvecchio;
e nella strada che già s'ombra, il busso
picchia dè duri zoccoli, e la gonna
stiocca passando, e suona eterno il flusso
della Corsonna:
fanciulle, io sono l'acqua della Borra,
dove brusivo con un lieve rombo
sotto i castagni; ora convien che corra
chiusa nel piombo.
A voi, prigione dalle verdi alture,
pura di vena, vergine di fango,
scendo; a voi sgorgo facile: ma, pure
vergini, piango:
non come piange nel salir grondando
l'acqua tra l'aspro cigolìo del pozzo:
io solo mando tra il gorgoglio blando
qualche singhiozzo.
Oh! la mia vita di solinga polla
nel taciturno colle delle capre!
Udir soltanto foglia che si crolla,
cardo che s'apre,
vespa che ronza, e queruli richiami
del forasiepe! Il mio cantar sommesso
era tra i poggi ornati di ciclami
sempre lo stesso;
sempre sì dolce! E nelle estive notti,
più, se l'eterno mio lamento solo
s'accompagnava ai gemiti interrotti
dell'assiuolo,
più dolce, più! Ma date a me, ragazze
di Castelvecchio, date a me le nuove
del mondo bello: che si fa? Le guazze
cadono, o piove?
E per le selve ancora si tracoglie,
o fate appietto? Ed il metato fuma,
o già picchiate? Aspettano le foglie
molli la bruma,
o le crinelle empite nè frondai
in cui dall'Alpe è scesa qualche breve
frasca di faggio? Od è già l'Alpe ormai
bianca di neve?
Più nulla io vedo, io che vedea non molto
quando chiamavo, con il mio rumore
fresco, il fanciullo che cogliea nel folto
macole e more.
Col nepotino a me venìa la bianca
vecchia, la Matta; e tuttavia la vedo
andare come vaccherella stanca
va col suo redo.
Nella deserta chiesa che rovina,
vive la bianca Matta dei Beghelli
più? Desta lei la sveglia mattutina
più, dè fringuelli?
Essa veniva al garrulo mio rivo
sempre garrendo dentro sé, la vecchia:
e io, garrendo ancora più, l'empivo
sempre la secchia.
Ah! che credevo d'essere sua cosa!
Con lei parlavo, ella parlava meco,
come una voce nella valle ombrosa
parla con l'eco.
Però singhiozzo ripensando a questa
che lasciai nella chiesa solitaria,
che avea due cose al mondo, e gliene resta
l'una, ch'è l'aria.
Giovanni Pascoli
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Il Bosco

    O vecchio bosco pieno d'albatrelli,
    che sai di funghi e spiri la malìa,
    cui tutto io già scampanellare udìa
    di cicale invisibili e d'uccelli:
    in te vivono i fauni ridarelli
    ch'hanno le sussurranti aure in balìa;
    vive la ninfa, e i passi lenti spia,
    bionda tra le interrotte ombre i capelli.
    Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia
    or sì or no, che se il desìo le vinca,
    l'occhio alcuna ne attinge, e il sol le bacia.
    Dileguano; e pur viva è la boscaglia,
    viva sempre nè fior della pervinca
    e nelle grandi ciocche dell'acacia.
    Giovanni Pascoli
    dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Il Cane

      Noi mentre il mondo va per la sua strada,
      noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l'affanno,
      e perché vada, e perché lento vada.
      Tal, quando passa il grave carro avanti
      del casolare, che il rozzon normanno
      stampa il suolo con zoccoli sonanti,
      sbuca il can dalla fratta, come il vento;
      lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia.
      Il carro è dilungato lento lento.
      Il cane torna sternutando all'aia.
      Giovanni Pascoli
      dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Il Nunzio

        Un murmure, un rombo...
        Son solo: ho la testa
        confusa di tetri
        pensieri. Mi desta
        quel murmure ai vetri.
        Che brontoli, o bombo?
        Che nuove mi porti?
        E cadono l'ore
        giù giù, con un lento
        gocciare. Nel cuore
        lontane risento
        parole di morti...
        Che brontoli, o bombo?
        Che avviene nel mondo?
        Silenzio infinito.
        Ma insiste profondo,
        solingo smarrito,
        quel lugubre rombo.
        Giovanni Pascoli
        dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Lavandare

          Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
          resta un aratro senza buoi, che pare
          dimenticato, tra il vapor leggero.
          E cadenzato dalla gora viene
          lo sciabordare delle lavandare
          con tonfi spessi e lunghe cantilene:
          Il vento soffia e nevica la frasca,
          e tu non torni ancora al tuo paese!
          Quando partisti, come son rimasta!
          Come l'aratro in mezzo alla maggese.
          Giovanni Pascoli
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Sera Festiva

            O mamma, o mammina, hai stirato
            la nuova camicia di lino?
            Non c'era laggiù tra il bucato,
            sul bossolo o sul biancospino.
            Su gli occhi tu tieni le mani...
            Perché? Non lo sai che domani...?
            din don dan, din don dan.
            Si parlano i bianchi villaggi
            cantando in un lume di rosa:
            dell'ombra dè monti selvaggi
            si sente una romba festosa.
            Tu tieni a gli orecchi le mani...
            tu piangi; ed è festa domani...
            din don dan, din don dan.
            Tu pensi... Oh! Ricordo: la pieve...
            quanti anni ora sono? Una sera...
            il bimbo era freddo, di neve;
            il bimbo era bianco, di cera:
            allora sonò la campana
            (perché non pareva lontana? )
            din don dan, din don dan.
            Sonavano a festa, come ora,
            per l'angiolo; il nuovo angioletto
            nel cielo volava a quell'ora;
            ma tu lo volevi al tuo petto,
            con noi, nella piccola zana:
            gridavi; e lassù la campana...
            din don dan, din don dan.
            Giovanni Pascoli
            dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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              Scritta da: Julie Gensini

              Novembre

              Gemmea l'aria, il sole così chiaro
              che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
              e del prunalbo l'odorino amaro senti nel cuore...

              Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
              di nere trame segnano il sereno,
              e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

              Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
              odi lontano, da giardini ed orti,
              di foglie un cader fragile.
              È l'estate, fredda, dei morti.
              Giovanni Pascoli
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